30 winchester a Portoscuso

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Portoscuso
Portoscuso

Lo ammetto, non era lo strumento che avrei scelto, ma avevo le mani troppo piccole, dicevano, e mi convinsero a suonare il clarinetto in mi bemolle, volgarmente chiamato quartino. Trascurarono però un dettaglio: anche i miei polmoni erano minuti e per emettere qualche suono dal quartino ci volle tempo e pazienza. Non mia, certo, ma dei vicini di casa.
Nella banda musicale di un piccolo paese ci sono persone con tanta passione e pochi fondi, forse per questo le lezioni si tenevano nell’unico spazio disponibile: le vecchie dimore dei tonnarotti.

Le casette circondavano la piazza, a salire fino alla Torre Spagnola, costruita alla fine del Cinquecento. Ricordo ancora l’odore di umidità e il soffitto con le travi in legno, da cui in primavera filtrava la luce illuminando le reti, abbandonate in un angolo. Sarebbe stata una scena decisamente rasserenante, un quadro da dipingere o una foto da scattare, senza quel lieve terrore che all’improvviso spuntasse qualche ratto. Per allontanare questo pensiero e far passare il tempo tra una nota lunga e l’altra, con davanti il metodo Bompiani, immaginavo chi avesse abitato quelle case e come occupasse il tempo libero dopo una giornata di pesca. Mi chiedevo se sapessero di avere tra le mani la miglior qualità di tonno. E come lo cucinavano? Mancavano ancora più di tre secoli alla pubblicità di quel tonno che, parlando di “qualità pinne gialle”, spacciava l’inscatolato peggiore come qualcosa di “insuperabile”. Odiavo quel signore con i baffi e il cappello che vedevo in televisione, che si fingeva pescatore, con una scatoletta in mano. Con gli anni però iniziai a sviluppare un odi et amo verso quei maledetti geni del marketing e della comunicazione, tanto da voler lasciare il paese per finire nel loro mondo.

Poco tempo dopo smisi di suonare e ora le case dei tonnarotti non sono più decadenti. Alcune sono diventate piccoli musei e la tonnara, ristrutturata, è tornata un luogo di condivisione. Talvolta, in estate, proiettano ancora i film della rassegna Cinema all’aperto. Una sera caldissima, circa vent’anni fa, mentre scorrevano le immagini in bianco e nero di Celebrity di Woody Allen, un signore, probabilmente sulla cinquantina, seduto vicino a me, osservava quelle scene, piene di star famose, con un’aria quasi malinconica. Inizialmente pensai fosse un esperto di cinema in disaccordo con la recente filmografia del regista e bisbigliasse alla ragazza accanto a lui un certo rimpianto per i livelli di Io e Annie o Manhattan. Durante la pausa si lasciò andare infine a un commento chiaro: “Du bisi? Ecco tutto quello che ci era stato promesso, prima dei fumaioli. S’anti furau tottu! Altro che via vai di stelle del cinema e alberghi di lusso! Mallarittusu!”, “E torra con gusta storia, si d’asi già contara!”, si inserì nel discorso una signora che non avevo notato prima. La ragazza sorrise e lasciò cadere il discorso con un risolutivo “Ma no, la memoria storica è vitale in fondo!” e, iniziato il secondo tempo, ripresero a guardare il film, in religioso silenzio.

Scoprii solo tempo dopo che si riferiva al progetto della “Cinecittà isolana”, promessa grazie ai fondi stanziati per la Rinascita della Sardegna, che prevedeva un centro cinematografico internazionale, la Mirandafilms. «Un paese che avrebbe vissuto di cinema e turismo», dicevano. Negli anni Sessanta ci avevano creduto davvero. A Guroneddu, vicino al paese, girarono anche un film western: 30 winchester per El Diablo. Il panorama e l’ambientazione erano una location perfetta. La gente si immaginava già una dolce vita sulcitana, piena di divi e, chissà, anche la nascita di qualche stella nostrana, un Brad Pittau di cui potersi vantare magari.

Comprarono quei terreni per pochi spiccioli, ma svanì tutto in una nuvola di fumo, come sparì nel nulla la società: la Compagnia Sarda di Sviluppo Industriale. Quello che venne dopo è storia nota, attualmente da ridefinire, ma forse doveroso lasciar andare.
Il piccolo in mi bemolle è ancora lì, in paese. Ogni tanto lo guardo e annuso il profumo del sughero al suo interno, che sa tanto di Sardegna, ma non ho il coraggio di provare a suonarlo nuovamente. Del resto i vicini sono sempre gli stessi e riconoscerebbero le mie stecche anche dopo così tanti anni e proverebbero ad affogarle in un quartino di vino.
Dopo aver lasciato il paese e vissuto a lungo in diversi luoghi, nei momenti in cui cerco certezze percorro la strada che da Portopaglietto va al lungomare. Ogni tanto mi fermo a fotografare, al tramonto, le rocce levigate dalle onde e la piccola spiaggia davanti alla vecchia gloria de La Ghinghetta. Sicuramente andavano lì anche i tonnarotti a contemplare il mare, a due passi dalle loro case, a guardare quella risacca che qualcuno porta e qualcuno lascia andare: il mare del resto si sa, fa così. Tutto ciò che resta ancora invariato sono le tradizioni, la processione in barca della patrona, la spiaggia d’estate affollata durante il maestrale, la sabbia bianca, l’acqua verde, la mattanza, quel tonno rosso che il mondo ci invidia e le stecche di qualche novello musicista.

Silvia Valdes

Sulcitana di Portoscuso, laurea in Scienze della Comunicazione a Macerata, Master in Produzione Televisiva a Madrid.
Amante di fotografia, grafica e design, adora giocare con le parole.
Dotata di sense of humor straordinario. Oppure pessimo, a seconda dell’interlocutore.

 

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