A Ittireddu non c’è il mare

di Maria Pina Usai. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Il vulcano spento di Monte Lisiri
Il vulcano spento di Monte Lisiri

A Ittireddu non c’è il mare.

Sarà per questo che se ci vuoi andare ci devi proprio andare di proposito, con un motivo preciso, perché Ittireddu, oltre a non essere sul mare, non è neanche uno di quei paesi dell’entroterra in cui ti imbatti mentre attraversi l’Isola. Ci arrivi dalla SS128bis, imboccando una stradina che si insinua tra colline basse dove pascolano greggi di pecore: “Le pecorelle di babbo!”, esclamava mio cugino quando da bambino lo portavamo al mare e qualunque pecora vedesse pensava fosse sua. “Benvenuti a Ittireddu”: arrivi e ti senti accolto, passi il cimitero, ti distrai un attimo ed è subito “Arrivederci”, perché se vai a trenta all’ora in due minuti netti lo attraversi tutto e ti ritrovi in piena campagna, tra mucche e domus de janas.

A Ittireddu quando ero piccola c’erano due bar, il bar di sù e il bar di giù, due negozi di alimentari, Zia Peppa e Zia Lia, un forno, un tabaccaio, un macellaio, le poste, la banca, il dottore e la caserma, tutto proporzionato. Poi a un certo punto il Mini Market ha messo insieme Zia Peppa, Zia Lia e la Macelleria, e sono spuntati una Farmacia e un nuovo bar: Ziu Pedde’s. Il resto c’è ancora, sempre proporzionato.

A Ittireddu non c’è il mare, però c’è Sa Costa, il minuscolo rione ai piedi di Monte Ruiu dove abitavano Nonno Usai e Nonna Usai, e da dove lei ogni tanto si arrampicava sul monte alla ricerca di finocchietto selvatico per le fave e lardo. Mi piace un sacco quell’angolino del paese, dove pian piano finisce il costruito e iniziava il monte, e dove Nonna e le vicine, dopo aver lavato i pavimenti di casa, spazzavano anche il pezzetto di strada di fronte, un po’ come se fosse il prolungamento del soggiorno: mi piaceva che si prendessero cura ciascuna di un pezzetto di paese, per renderlo pulito per sé e per i passanti. Poi si sedevano sui blocchi di pietra squadrati accanto alla porta a fare l’uncinetto e chiacchierare, d’estate soprattutto, col fazzoletto in testa e i vestiti leggeri, sotto le lenzuola stese al sole che sapevano di sapone di Marsiglia. Di sera dopo le quattro, naturalmente, ché prima passava la Mamma del Sole a controllare che non ci fosse in giro nessuno, all’ora del riposino dopo pranzo.

A Ittireddu non c’è il mare. Sarà per questo che generazioni di bambini, incluso mio padre, hanno imparato a nuotare al Riu Mannu, quello vicino alla stazione dei treni di Mores-Ittireddu, oggi dismessa. Ci andavano solo i maschi però, le femmine andavano a lavare i panni al ruscello e a prendere l’acqua alla fonte, ma non nuotavano.

A Ittireddu quasi tutti avevano la vigna dentro il paese: Nonno Giovanni ce l’aveva dietro casa, e da piccola mi portava a sentire il mosto dell’uva che fermentava, nel magazzeno in fondo alla stradina. Aveva anche le api, dentro le arnie di sughero cilindriche che costruiva lui, talmente belle che manco i più bravi designer avrebbero saputo farle così, e una volta l’anno raccoglieva il miele vestito da Neil Armstrong. Ma nonostante quello scafandro enorme fatto in casa, e nonostante lui alle api volesse davvero bene, loro lo pungevano lo stesso, tutte le volte.

A Ittireddu non c’è il mare, però c’è il vulcano spento, che se lo guardi dal satellite è grande quanto tutto il paese e che in realtà da quasi 70 anni è una cava di pomice. Il vulcano spento è la mia Ittireddu, forse perché mio papà la nostra casa l’ha costruita proprio lì ai suoi piedi, nelle giornate libere dal lavoro, con i blocchi fatti di quel materiale, sul terreno chiamato Luonu che Nonno Usai aveva lasciato in eredità a lui e a suo fratello.

A Ittireddu ogni tanto quando andava lui andavamo anche noi, io mia mamma e mia sorella, da Perfugas, dove vivevamo, e allora io non stavo nella pelle, mi piazzavo da Nonna Lella e la seguivo per ore affascinata dalla sua capacità gioiosa di fare tantissime cose tutte giganti: gnocchetti giganti, seadas giganti, ravioli giganti, ricotte giganti, “Siamo tanti e bisogna farli grandi, diceva. Poi cuoceva quel sugo buonissimo che sapeva di cannella, e all’ora di pranzo metteva tutti seduti attorno a un tavolo, mio nonno, mia mamma, mio padre, un sacco di zii e zie che parlavano di cose da grandi. A me sembrava di stare in un film, anche se ancora non sapevo cosa fosse il neorealismo.

In paese, come lo chiamavano i miei, siamo tornati quando avevo quattordici anni, e io ho vissuto lì solo per i cinque anni del liceo. Però per me Ittireddu è il mio paese: è da lì che a 19 anni sono partita, è lì che torno d’inverno quando ho bisogno di rallentare. Perché alla fine Ittireddu è così, parti, torni, riparti, ogni tanto ritorni. E chissà, magari un giorno ti fermi. Anche se non c’è il mare. O forse proprio perché il mare non c’è, e nonostante questo Ittireddu, a suo modo, è un’isola, una piccola isola di 488 anime dove le cose non sono fatte per i turisti ma per gli abitanti, dove quando torni, alla fine, dopo averti chiesto “E tue fizza e chie sese?” tutti ti riconoscono. E così, in quell’isola nell’isola, ti riconosci anche tu.

 

Maria Pina Usai è architetto, dottoranda di ricerca all’Università di Cagliari.

Attratta dalle dinamiche di interazione tra paesaggio, arte e architettura, si occupa di pianificazione strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio e per la valorizzazione del patrimonio culturale in ambito costiero, convinta che non esista costa senza entroterra.

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