A San Teodoro non ci sono sardi

di Laura Stochino. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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San Teodoro

Se sei nata a Nuoro e uno dei tuoi genitori è di Oliena, le vacanze estive le trascorri a Calagonone; non ci sono alternative. Alla fine degli anni ottanta però mio padre, stanco di dividere stanze e vacanze con parenti e ospiti inattesi, decise di vendere la sua parte e comprare nella costa nord-orientale della Sardegna.

San Teodoro oggi lo conoscono tutti, ma nel 1988 era un luogo lontanissimo, un’ora e mezzo d’auto dal capoluogo barbaricino, praticamente un viaggio della speranza. Per la mia famiglia meticcia, abituata ai viaggi ogliastrini, non sembrava così impossibile. Di certo la distanza non scoraggiò mio padre dall’acquisto, rigorosamente sulla carta, di quella che alcuni chiamano villetta.

Il diminutivo è d’obbligo perché le case di San Teodoro erano loculi di 45 metri quadri, niente di più lontano dagli immensi appartamenti nuoresi o dalle mega-ville di Cala Liberotto; a San Teodoro si acquistavano case senza certezza, consegnate dopo mesi di ritardi, ansie e annesse sorprese strutturali: bagni senza finestra, giardini in condivisione, ingressi in comunione.

Così anche noi abbiamo preso possesso della nostra casa nell’estate del 1988, mia sorella sarebbe nata alcuni mesi dopo e mia madre avrebbe affrontato quella prima vacanza teodorina con un pancione enorme mentre io e mio fratello eravamo spaesati e nostalgici delle nostre vacanze dorgalesi. A San Teodoro non c’era la pineta, non c’erano i sassi, non c’erano i muggini da pescare, non c’era il porto, non c’erano sardi.

Proprio così: a San Teodoro non c’erano sardi, o almeno non c’erano sardi barbaricini (che per noi sono i veri sardi); invece c’erano continentali (spesso figli di emigrati o emigrati loro stessi) e galluresi. Due etnie per me sconosciute e linguisticamente esotiche.

Le prime estati sono trascorse tra i villaggi in costruzione e i boschi di li menduli, in compagnia di bambini e bambine continentali che durante l’inverno diventavano amici di penna fino all’estate successiva, quando ritornavano in Gallura per la villeggiatura. Molti non li ho più rivisti, ma tutti hanno animato la fine dell’infanzia quando il mondo si espandeva e io imparavo linguaggi ed espressioni lontane dalla mia lingua regionale.

All’inizio degli anni Novanta il viaggio della speranza si era abbreviato, le montagne erano state bucate e la 131 bis allargò la prospettiva dei nuoresi. Il limes delle vacanze estive venne spostato al di là della Baronia, così vicino alla Costa Smeralda da percepirne il rumore e la moda. Mio padre aveva avuto ragione: l’investimento più riuscito della sua vita.

Nel 1992 mio fratello aveva 16 anni e io 13. San Teodoro era ormai il regno della giovinezza: locali alla moda, discoteche, musica fino all’alba e migliaia di ragazzi volenterosi di divertirsi e trascorrere una vacanza indimenticabile. Quel paesino, prima sconosciuto, divenne in pochi anni un luna park.

Così ci siamo fatti coraggio e anche noi siamo entrati nel giro delle abitudini ‘romagnole’. Per i successivi dieci anni, ad agosto, abbiamo visto il sole solo alle due del pomeriggio e non siamo andati a letto prima delle sei del mattino.

San Teodoro era per me il paradiso in terra. Non sentivo l’entropia che cresceva, non badavo alla sabbia che svaniva, non partecipavo al consumismo che mi circondava. Per me, che a Nuoro mi sentivo in gabbia, San Teodoro era un luogo aperto; non c’erano orari, non c’erano consuetudini, ogni estate scoprivo qualcosa di me e qualcosa del mondo.

Un luogo di mare è così, almeno per chi lo abita nei suoi mesi migliori: un luogo di incontri, di sguardi diversi, di esperienze irripetibili. Un po’ come la giovinezza.

Con lo scorrere del tempo però ho iniziato a percepire le contraddizioni di questo paesino, la cui storia è celata ai turisti. Anche a San Teodoro resistono dei rapporti “feudali” retti da famiglie benestanti che hanno fatto fortuna; poi ci sono i poveri che benché trovino un lavoro (il turismo ha sempre bisogno di braccia) non hanno garanzie e contratti collettivi a tutelarli.

Oggi San Teodoro nella settimana di ferragosto conta 100 mila presenze; dei primi anni di ascesa sono rimasti i tetti dei villaggi che segnano il panorama dell’intero paese; d’inverno cala un’atmosfera da lockdown e nonostante sia uno dei paesi più abitati della zona, sembra un deserto. Ogni teodorino attende l’estate e ogni estate di fronte alla moltitudine di turisti schiva il mare e maledice l’invasione.

Io, come nel più banale dei romanzi d’appendice, ho sposato il mio amore estivo teodorino e con lui ho sposato anche questo paese e le sue duemila frazioni. Ogni anno maledico i turisti, i maleducati, le cattive abitudini. Esiste però qualcosa che ci lega ai panorami, agli alberi, alle strade, ai profumi. San Teodoro è la sua immensa spiaggia, in cui ogni contraddizione svanisce, in cui è possibile, anche in pieno agosto, nella calca indescrivibile, immergersi nel mare dei propri ricordi.

Laura Stochino, 41 anni, è nuorese e vive a Cagliari. Ha conseguito un dottorato in filosofia antica, attualmente insegna nei licei cagliaritani. Mamma di due bambini, dedica il suo tempo libero all’associazionismo cinematografico e antifascista della città.

2 Commenti

  1. È tutto vero! Ora con i miei amici sardi, continentali, sardi toscani, occupiamo una parte della Cinta per giocare a carte e fare un gran casino.😂😂

  2. Tutto vero con inizio nel 1983, ancor prima di tutto ciò che hai descritto. Ci aggiungo solo che i primi anni si tornava dall’Ambra alle 6-7 del mattino e si andava rigorosamente alla pasticceria Anna per comprare le paste appena sfornate, non v’era alternativa, i bar a quell’ora erano tutti rigorosamente chiusi. Al racconto aggiungerei che personalmente ormai da parecchi anni mi sento come tradito, l’invasione estiva degli “unni” la vivo con estremo fastidio e la riesco a frequentare giusto fino a max metà giugno e da metà settembre in poi.

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