Aggius tesse canti e risate

di Maria Giovanna Peru. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Aggius in una foto di Matteo Aisoni.

Il posto dove zia Dedda tesseva si chiamava lu fundagu. Il portoncino verde affacciava sulla piazzetta dove ora i sampietrini disegnano il gioco della Pampana, e dove allora c’era la bottega da calzolaio di zio Nanni e la pianta di basilico sul davanzale della cucina delle zie.

Nei pomeriggi di inizio estate il granito si imbeveva di calore per poi rilasciarlo la sera, quando ci si sarebbe seduti fuori a chiacchierare e a bere granita alla menta.

Rosanna aspettava l’ora di andare con le amiche al bar di Lina a prendere il gelato: quello della pantera rosa con la cingomma per naso. Nel frattempo si stringeva sulla panchetta con zia Dedda. Che stupidi i bambini che credevano a Maria Linzola: erano convinti che la signora sarebbe calata dai monti con enormi ali di lenzuolo, coprendo la lampada del sole del primo pomeriggio, per avvolgerli in un oblio bianco. Rosanna faceva spallucce a zia Dedda e non credeva a nulla che in quella sua testolina non quadrasse in ragionamenti empirici.

Le mostrava la spola che passava nel telaio e i colori che, riga dopo riga, creavano il tappeto. Quello era un incastro logico, anche se lei non aveva accesso al segreto di quella tecnica. Quando la mente vagava un tonfo sordo del battente la riportava al presente. Radiouno diffondeva le notizie dalla radiolina sul davanzale. Si perdeva di nuovo a inseguire il pulviscolo nel raggio di luce della finestra a piano strada, ciondolando i piedi sul pavimento di terra battuta, fino ad un nuovo tonfo. Lu fundagu aveva odore di Dixan in polvere e nel futuro sarebbe stato la casa dei demoni e delle fate di Rosanna.

Le tessitrici le facevano un po’ paura perché il ragionamento che sottostava al loro mistero creativo le sfuggiva completamente. Le sembrava che le loro mani procedessero staccate dalla testa.

Provava ad andare in via dell’Ordito: lì c’erano le donne che filavano il cotone tra le canne. Nascondevano in ogni gomitolo una sorpresa: 50 lire, una caramella. La trama si svelava in una caccia al tesoro.

Rosanna cominciava ad incaponirsi con questa storia del trovare il senso. Il tappeto le dava il capogiro come quando, nella terrazza al mare, guardava le stelle con zia Michelina e si chiedeva come potesse essere infinito l’universo. O come quando si guardava allo specchio dritta negli occhi fino a che non capiva più chi fosse.

Attraversava la piazza ed entrava da zio Nanni. Lì c’era sempre qualcuno che rideva: le piaceva il modo in cui le battute dei suoi paesani ribaltavano la realtà. Le rendeva la ricerca più accessibile.

– Ti sei mangiato le lumache senza prima spurgarle?

Eh, ghjà no ani di fa la cuminioni (non devono mica fare la comunione)!

A dire il vero ogni tanto pensava che questo ininterrotto prendersi in giro fosse un atteggiamento un po’ da bulli. Si sentiva male a dover fingere di ridere anche quando gli sfottò la mettevano a disagio. Ma ca s’ammuscia illu jogu, lu gulu illu fogu (a chi si offende nello scherzo, vada il sedere a fuoco), e poi magari il sedere le si sarebbe bruciato davvero quando, saltando il fuoco di elicriso a San Giovanni, diventava compare e comare con i suoi amici.

– Zio Giovà, siete dimagrito troppo (Anna, bionda, luminosa e azzurra, avanzava col petto imperioso di chi comanda la sua vita da sola).

Meddu, cussì li jalmi magnani di mancu (meglio, così i vermi mangeranno di meno)!

Deridevano tutto, anche la morte. Soprattutto la morte. Quando avrebbe cominciato ad andare alle prime veglie funebri, Rosanna avrebbe capito che davanti alla bara scappa sempre una risata. E non avrebbe detto a nessuno quello che provava, perché “non sta bene”: di fronte a quelle persone morte lei sentiva di essere protetta da un gigante gomitolo di lana fatto di persone. Sentiva che non sarebbe mai stata sola: il paese era una grande casa a cui appartenere. Finché si rideva questa appartenenza si cementava.

Da zio Nanni arrivavano spesso gli amici del coro, cinque voci in armonia, e improvvisavano la polifonia sul posto. Al liceo Rosanna avrebbe odiato Gabriele D’Annunzio, narcisista che usava le donne, lei che aveva imparato che le donne e gli uomini ridono insieme, le donne disegnano colori e gli uomini cantano montagne. Però D’Annunzio amava Aggius e i suoi cantori, perché un po’ di intuito ce lo aveva e aveva capito che quel canto polifonico era un tuono che veniva dal basso della terra e si levava al cielo. Pregando Dio o celebrando l’amore di una donna, era la stessa cosa.

Quando il coro cantava Rosanna si sforzava di cercare nel cuore la fede come diceva don Piero, però trovava un sacco di sentimenti tranne quello. Le piaceva la processione di Maria di lu Rusariu, col suo vestito di fili d’oro. Ma ad affascinarla era il culto chiassoso dei santi, i colori, la folla, la devozione popolare. Allora si sentiva parte di qualcosa che non era religioso in senso teologico. Era che si sentiva al sicuro e capace di esplorare il mondo.

Oltre il tramonto sui monti c’era il mare. Ed era lì e da lì che poteva andare.

 

Maria Giovanna Peru è una professoressa in perenne apprendistato filosofico. 

Provò studiare le lingue e a vivere a Milano, ma comprese che la filosofia e la Gallura sono le uniche radici che le permettono di sentirsi davvero libera di volare.

A 40 anni non smette di amare le luci di Natale tutto l’anno, il tramonto al mare e il mojito.

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