Alghero (benvenuti ad)

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Alghero (foto di Giuseppe Esposito)
Alghero (foto di Giuseppe Esposito)

Messié Gil scendeva gli scalini della Torre dei Cani che il sole era appena sbucato da dietro il campanile di Santa Maria e tutti ancora dormivano o non erano rientrati a casa.
Il piccolo Nino era seduto sulla balaustra con i piedi per aria quando aveva visto Messié Gil per la prima volta. «Miche’, ma cosa sta facendo?», aveva chiesto.
Sdraiato sul parapetto, gli occhi stretti ancora incastrati dal sonno, Miquel si era tolto la sigaretta di bocca e aveva alzato il collo quel tanto che gli bastava per guardare di sotto. «Non lo so» aveva risposto. «Un lenzuolo, mi sembra».
«Un lenzuolo?»
Miquel era balzato in piedi, aveva gettato la sigaretta per terra e l’aveva schiacciata col tacco dello zoccolo. Dai carrers della città vecchia arrivavano vampate di aria umida e pesante e aliti di piscio che il maestrale avrebbe presto spazzato via.
«Aspe’. Non è un lenzuolo, no…» aveva detto Miquel. Poi si era sporto dalla balaustra per guardare meglio. «Un asciugamano è».
«Un asciugamano?»
«Eh. Di quelli per asciugarsi».
Il piccolo Nino si era stropicciato gli occhi. «E cosa se ne fa?» aveva chiesto.
«E cosa ne so?» aveva risposto Miquel guardandolo male.

Messié Gil aveva steso il suo asciugamano bianco sui ciottoli della spiaggetta sotto la muralla e loro l’avevano studiato come stesse piantando una bandiera sulla luna. Si era spogliato, il suo slippino candido rifletteva la luce del sole, e aveva cominciato a spalmarsi roba addosso.
«Allo scoglio tuo si è messo, Miche’», aveva detto il piccolo Nino.
«E già l’ho visto».
«Cosa facciamo?»
«Tu aspetta qui, io scendo», aveva detto Miquel gonfiandosi tutto.
Quella era stata la prima volta che Xiu Miquel aveva provato a spiegare a Messié Gil che lì non poteva stare, che quello era lo scoglio suo e di nessun altro, che quella lingua di ciottoli sotto la muralla era roba loro, sua e dei suoi compagni, e che quindi doveva trovarsi un altro posto, magari alla spiaggia di San Giovanni, che era lì che andavano i forestieri.
Messié Gil l’aveva guardato strano e aveva continuato a cospargere di creme ogni parte del corpo, cosa che a Xiu Miquel era parsa assai sospetta. Ma la questione non era mica finita così. Il battibecco era andato avanti per giorni, e Messié Gil rispondeva che lui pagava bei quattrini per ogni notte al Grand Hotel e mangiava tutti i giorni da Cecchini, che ad Alghero lui lasciava «l’argiant» e quindi nessuno si poteva lamentare, lui non faceva niente di male, stava solo prendendo il sole, ma non capiva che era proprio questo che Xiu Miquel e i suoi compagni non potevano soffrire: che occupasse i loro scogli, che con le sue creme insozzasse la loro acqua trasparente e, più d’ogni altra cosa, prendesse il loro sole sul suo enorme asciugamano bianco.

Seduto nell’unico tavolino rimasto all’ombra del sole di giugno, Xiu Miquel fa un lungo respiro, tira l’ultima boccata di sigaro e lo disfa nel posacenere. «Ancora molto devo aspettare?» dice al cameriere, la voce fatta di catrame.
«Non ti scaldare, papà. Fanno quello che possono.»
Il fatto è che Xiu Miquel è stanco di aspettare. Quando era giovane, se ordinava una gazzosa gliela portavano subito, non c’era tutto questo macello nelle strade e nei bar. Xiu Miquel, quando era giovane, alla muralla comandavano lui e i suoi compagni e se qualcuno scantonava toccava rimetterlo subito a posto. Pescatori e impresari, principi o pirati che fossero, andavano tutti rimessi a posto. Messié Gil compreso.
Così una mattina Miquel e Nino avevano preso un sacco e l’avevano riempito di quello che avevano trovato, Xiu Miquel non si ricorda esattamente che cosa, ma dice che quella volta aveva un po’ esagerato.
«Un bel bàttil avevamo fatto» dice Xiu Miquel. «Un sacco pieno di terra e altre cose…»
«Altre cose cosa?»
Xiu Miquel ci pensa un po’. «Eh, ci mettevi dentro quello che capitava… legni, uova marce, pietruzze…»
«Pietruzze?»
«Eh… A volte anche qualche ginqueta…» (ciottolo, ndr).
Si era fatto tutta via Cavour con appresso Nino e quel sacco con dentro ogni sorta di schifezza e oggetto contundente, dalla finestra si erano affacciate tutte le mammai con i fazzoletti in testa che gli dicevano di smetterla, che si sarebbe messo nei guai, che l’avrebbero arrestato, pregavano Gesù Cristo e la Madonna del Carmelo che facessero qualcosa, ma sotto sotto erano felici perché la muralla era anche loro ed era giusto che Miquel facesse quello che stava facendo.
Quando Xiu Miquel e Nino arrivarono alla balaustra, Messié Gil aveva appena steso l’asciugamano e adesso si stava spogliando.

«Ecco l’acqua tonica, signore» dice il cameriere.
Xiu Miquel lo guarda male. «Avevo ordinato una gazzosa».
«Dai, papà, fa lo stesso».
Xiu Miquel afferra il bicchiere e lo studia in controluce.
«Va bene anche l’acqua brillante» dice, e fa un lungo sorso. Poi si sistema sulla sedia e torna a raccontare: «Ti stavo dicendo…»
Il cellulare squilla in quell’istante. «Scusa papà, devo rispondere.» Il giovane si alza in piedi. «Sono gli ospiti.»
«Hello, Bed and Breakfast “Muralla”» risponde in un perfetto inglese. «Yes, of course. I’m coming».
Xiu Miquel lo guarda strano.
«Devo scappare, papà» dice, lascia dieci euro sul tavolino e saluta il padre.
Xiu Miquel fa un cenno svogliato con la mano e guarda il figlio allontanarsi lungo i bastioni fino a sparire nella luce. Il sole è alto e il maestrale non soffia e dai carrers arrivano gli odori nauseabondi delle cucine dei ristoranti. Xiu Miquel afferra il bicchiere, tira giù un sorso d’acqua brillante e accende un altro sigaro.
Quanto a Messié Gil, non s’era più fatto vedere. Mai più.

Ignazio Caruso

E’ nato a Catania nel 1987, ma ha imparato a parlare e camminare ad Alghero. È qui che vive e scrive, collabora con festival ed eventi letterari e gestisce “Blogamarì”, un blog sul mondo visto dall’Isola e sull’Isola vista dal mondo. Dal 2015 si guadagna da vivere praticando sport estremi, tra cui insegnare Italiano negli istituti superiori.

(foto di Giuseppe Esposito)

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