Altro che “assolutismo ambientalista”: la Sardegna di oggi ha bisogno di più tutela dell’ambiente

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La stima e il rispetto che nutro nei confronti di Paolo Fadda non possono impedirmi di dissentire, garbatamente, dall’articolo comparso su Il Risveglio della Sardegna, dal titolo “Basta con l’assolutismo ambientalista”. Con una nettezza che non lascia adito a dubbi o incertezze si afferma che in “Sardegna occorre liberarsi decisamente dal cappio di un assolutismo ambientalista negatore di ogni possibilità di intervento”. Un’affermazione che mi ha stupito per la perentorietà e il coraggio. Sì, il coraggio, visto che quelli che stiamo vivendo sono tempi in cui a prevalere è il conformismo e l’opportunismo.

Io sono tra quelli che, in tutti questi anni, hanno creduto che la nostra Isola avesse bisogno di più ambientalismo. La Sardegna di oggi è il prodotto di tutte quelle scelte che hanno ignorato la tutela e la salvaguardia del nostro inestimabile patrimonio naturalistico. E’ la risultante di quel modello di sviluppo che ci è stato imposto, a cavallo degli anni ’60 e ’70, con il primo Piano di Rinascita. Un modello incentrato sul consumo e la rapina del territorio, sulla industria petrolchimica, sulla licenza di inquinare, su una produzione energetica basata sui combustibili fossili (petrolio e carbone), su un insopportabile ricatto che ha contrapposto due diritti costituzionalmente garantiti, la salute e il lavoro: lavorare per sopravvivere, morire per lavorare.

La Sardegna che sta davanti ai nostri occhi assomiglia sempre di più ad un atollo, un “atollo demografico”: un’isola con un grande buco nel mezzo. Un territorio segnato da un processo di spopolamento che sta trasformando la “Sardegna di dentro” in una landa desolata, dove si sta consumando, nel silenzio di molti, un genocidio culturale, sociale e antropologico. Un modello di sviluppo che lascia dietro di sé solo ferri vecchi ed arrugginiti che presto diventeranno parte di un desolante parco di archeologia industriale. Un’industrializzazione incentrata sul petrolchimico che ha finito per inquinare pesantemente il suolo, l’acqua e l’aria, e per determinare gravi conseguenze per la salute dei cittadini. Un sardo su tre vive a contatto con un sito industriale inquinato, gli uomini e le donne muoiono di più a causa dell’alta incidenza della patologia tumorale, di un’alta prevalenza di malattie autoimmuni quali il Diabete e la Sclerosi multipla, dove i bambini nati a ridosso delle delle zone contaminate presentano delle preoccupanti alterazioni del DNA.

Non è certo “l’ambientalismo ideologico ed estremista” o “una minoranza di tuttologi del divieto tout-court” ad aver ridotto la nostra isola in queste condizioni. I diversi governi regionali che si sono succeduti, tranne qualche rara eccezione, hanno fatto scelte in sostanziale continuità con quel modello di sviluppo. Si è portata avanti una politica ambientale ed energetica vecchia, costosa e dannosa, arrivando a riproporre l’uso dei combustibili fossili come nel caso della nuova centrale a carbone di Portovesme o il finanziamento dell’ampliamento dell’inceneritore di Tossilo, oppure la progettazione di gassificatori e nuove dorsali a metano.

Ma la più pericolosa continuità si registra in materia urbanistica e paesaggistica. Ancora una volta il volano dello sviluppo viene individuato nel consumo del territorio. Solo grazie alla massiccia mobilitazione delle forze migliori della società civile, dei movimenti ambientalisti ed ecologisti – ad iniziare dal Gruppo d’intervento Giuridico e dalla Consulta per l’Ambiente e il Territorio – si è riusciti a sventare l’ultimo tentativo di smantellare il Piano Paesaggistico regionale, e con esso aprire la strada alla cementificazione della coste. Per tutte queste buone ragioni, oggi più che mai, la Sardegna ha bisogno di più ambientalismo. Soprattutto ora che sta per insediarsi una giunta di destra, sardo-leghista, che nel suo programma non fa mistero della sua volontà di scardinare quel che rimane della politica ambientale, paesaggistica ed urbanistica della giunta Soru, ad iniziare dal PPR: una pericolosa corsa alla cementificazione del territorio, una anacronistica riedizione de “s’afferra afferra”, questa volta non sui pascoli, ma sulle coste.

Massimo Dadea

(Image by ejaugsburg from Pixabay)

1 commento

  1. Confermo quanto già risposto al dott. Fadda. Se “una minoranza di tuttologi del divieto tout-court da sempre asserragliati nella fortezza di una naturalità paesaggistica da difendere a tutti i costi” ha “impedito ogni forma di antropizzazione – anche la più utile e virtuosa – del territorio regionale” vuol dire invece che ha avuto il suo peso proprio per l’assenza di regole certe e di reali proposte di sviluppo rispettoso sia dei luoghi che del benessere della gente visti i precedenti concreti esempi di devastazione, inquinamento ambientale e povertà post industriale purtroppo ampiamente verificati. Non solo materia della sinistra ma concreto impegno di ogni governante regionale dovrebbe essere quello di non ripetere i clamorosi errori del passato.

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