Altro che “rivolta di popolo”: è arrivata una nuova élite. Ecco come e perché…

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Magritte, Rene' (1898-1967): Golconde, 1953. Houston (TX), The Menil Collection*** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

A partire da Alessandro Baricco, che ha aperto l’ennesimo capitolo di una discussione antica quanto il mondo, tutti a dire che la partita alla fine decisiva sarà quella élites vs. popolo, senza però specificare di quali élite e di quale popolo si parla. Dunque, la prima domanda è da chi sono composte queste élite di cui Alessandro Baricco attesta la crisi, rendendole destinatarie in massa di un messaggio che suona più o meno: avete fallito, ergo toglietevi di mezzo. La seconda è quando è iniziato tutto questo, visto che uno sconvolgimento di tale portata non ha certo preso corpo dall’oggi al domani.

Che qualcosa di importante sia capitato, non ci sono dubbi. L’esempio più eclatante l’ha dato l’America quando ha mandato Donald Trump alla Casa Bianca e ce lo dà lo stesso Trump presentandosi da presidente come il puntuale esecutore della volontà del popolo. Un secondo esempio viene da come si è svolta in Gran Bretagna la discussione sfociata poi nel voto pro Brexit: da una parte il formidabile esercito di economisti, uomini d’affari, banchieri, tutti perfettamente d’accordo nel dire che l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa avrebbe avuto effetti funesti sull’economia britannica – come in effetti è poi successo – dall’altra quel politico conservatore che, nel corso di un dibattito televisivo, sbottò a dire che la gente ne aveva le tasche piene degli esperti.

Esperti, dunque, ma anche ben educati e di buona famiglia (visto che per interiorizzare certi comportamenti ed idee non basta una generazione), cosmopoliti e poliglotti, oltreché perfetti europeisti: questo il ritratto delle élite che offre Baricco, mettendoci dentro politici, professionisti, artisti, giornalisti, finanzieri, imprenditori e chi più ne ha più ne metta. Sul versante opposto il popolo in rivolta, lo stesso popolo sino a ieri almeno in parte in sintonia con queste élite ma decisissimo, oggi, a mandarle al diavolo. A esser sotto assalto è sopratutto l’idea che tocchi agli esperti individuare aree di accordo tecnico da sottrarre alla competizione politica: che si tratti della misura di un moltiplicatore fiscale, dell’efficacia di questo o quel vaccino, del procedere del riscaldamento globale. Brexit, Trump, Cinque Stelle, Salvini, gilet gialli, ma anche non vax, no tav, “prima gli italiani”, “America first,” un pizzico di antisemitismo che non guasta mai, l’Europa si ma non “questa Europa “ (quella di Orban e Kaczyński, magari): tutto si tiene in una visione in cui da una parte della barricata ci sono i nuovi sans coulottes (guidati da abili demagoghi), dall’altra le vecchie élite. L’impressione è che una parte almeno delle élite abbia abbandonato l’affiliazione a quella cultura comune di impostazione democratico-liberale (non importa se nella variante conservatrice o progressista) che aveva sinora consentito di evitare traumi troppo forti nel processo di ricambio.

Viene però da chiedersi: stanno veramente così le cose? In parte sì, sopratutto se ci affidiamo a ciò che di sé dicono gli esponenti più in vista del grande cambiamento, che fanno di tutto per accreditarsi come “nuovi”, meglio ancora “nuovissimi”. Che alcuni degli esponenti della nouvelle vague populista proprio nuovi non siano, nulla toglie al fatto che solo appoggiandosi all’emozione diffusa (e con essa alla narrazione semplificatoria) capace di attribuire a chi ha governato nel passato tutta la responsabilità dello stato presente delle cose che politici di provata esperienza sono riusciti a costruire una una nuova immagine di sé e a conquistare la fiducia di una parte consistente dell’elettorato. Dentro questa nuvola di fiducia, si muovono i vari Trump, Orban, Salvini, Kaczyński, tutti attualmente impegnati -chi in divisa da poliziotto, chi in doppiopetto – a costruire muri capaci di tenere lontano migranti e rifugiati. Se vogliamo individuare il terreno comune della “nuova politica” è a questo tema che dobbiamo guardare. Le mirabolanti promesse – di lavoro, di assistenza, di diminuzione delle tasse – hanno la loro importanza, vengono però dopo l’obiettivo prioritario di cacciare indietro migranti e richiedenti asilo.

Com’è potuto avvenire tutto questo? Come spiegare il montare attuale dell’ondata sovran-populista? La crisi economica iniziata nel 2008 ha di certo contribuito a costruire il contesto adatto al manifestarsi di tendenze le cui radici rimandano a quasi mezzo secolo fa, quando un improvviso e violento aumento del prezzo del petrolio mise fine a quella che Eric Hobsbawn ha definito l’età dell’oro del capitalismo: con lo shock petrolifero del 1973, ebbe infatti termine la fase estremamente favorevole dell’economia dell’Occidente – i “venticinque anni gloriosi”- iniziata immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Lo shock petrolifero rese evidente ciò che solo alcuni sussurravano, che cioè la prosperità dell’Occidente si basasse su un prezzo del petrolio ridicolmente basso. Frutto ed espressione insieme di un diffuso benessere furono i sistemi di welfare che i paesi appartenenti all’occidente capitalistico si erano dati negli anni del boom. L’aumento abnorme del prezzo del petrolio – da 1 a 18 dollari al barile dall’inizio alla fine degli anni Settanta- aveva prodotto un fenomeno per il quale si era dovuto coniare ex novo perfino il nome: era stato chiamato “stagflazione”, stagnazione e inflazione insieme. Secondo i trattati di economia dove c’era inflazione non poteva esserci stagnazione, eppure la realtà era là a dire che i due fenomeni potevano convivere perfettamente.

Comunque fosse, si trattò per le politiche economiche degli Stati dell’Occidente di una sorta di perdita dell’innocenza che obbligò i governi a riconsiderare l’alta tassazione progressiva che aveva sino ad allora finanziato i costosi sistemi di welfare, tanto più che vasti settori del ceto medio davano segno di non volerne più sapere di pagare tasse che giudicavano troppo alte. Si parlò allora di “crisi fiscale dello Stato”, una rivolta fiscale dei ceti medi che metteva in discussione non solo il costo eccessivamente elevato dell’welfare ma la sua stessa razionalità. A questo punto arrivò  Margaret Tatcher a sollevare l’elettorato moderato da ogni senso di colpa: riformare il welfare – in buona sostanza renderlo insieme più avaro e più attento agli sprechi – non solo rispondeva a una necessità economica ma aveva anche, nel discorso tatcheriano, un solido fondamento morale.

La stagflazione fu superata negli anni Ottanta, anche grazie a una caduta dei prezzi del petrolio, ma non vennero meno gli effetti di lungo periodo di cui lo shock petrolifero aveva costituiva la premessa. Non ancora oggetto della spasmodica attenzione dei media, una nuova fase del processo di globalizzazione stava prendendo corpo, prodotta dagli straordinari progressi dei sistemi di comunicazione, da una maggiore apertura delle frontiere per ciò che riguardava popolazioni, merci e denaro ma sopratutto dall’impetuoso revival della ideologia del mercato aperto. I governi e gli stati-nazione passarono in secondo piano come agenti del cambiamento, lasciando spazio al mercato come autorità suprema e principio regolatore delle politiche economiche e delle relazioni tra gli stati. Nella conduzione dell’economia, venne l’ora dei globalizzatori: politiche economiche affidate sopratutto a manovre sulla moneta, allentamento della pressione fiscale, contenimento dell’azione sindacale, fluttuazione dei tassi di cambio, deregulation delle attività finanziarie, in una prospettiva generale che si allontanava sempre di più dall’idea che il capitalismo potesse essere governato.

Con le elezioni trionfali del 1997, venne l’ora del New Labour e con l’ascesa al governo di Tony Blair venne l’abbandono esplicito delle ricette keynesiane e la convinzione che solo un rigoroso controllo dell’inflazione potesse consentire crescita produttiva e aumento dell’occupazione. Gli indirizzi politici di cui Blair si fece sostenitore a livello internazionale si basavano sulla presa d’atto di come il crescente potere dei mercati finanziari rendesse impossibile un “keynesismo in un solo paese”. Da qui un’azione di governo, che costituì un punto di riferimento per il socialismo riformista a livello internazionale, orientata, oltreché verso una riforma del sistema di sicurezza sociale tesa a stimolare una maggiore iniziativa individuale da parte dei cittadini, verso una diminuzione del debito pubblico mantenendo inalterato il livello della tassazione, il tutto caratterizzato, oltre che da una bassa inflazione, da una costante caduta del numero dei disoccupati.

L’idea che la globalizzazione del capitalismo potesse produrre, oltre che una estensione dei confini della democrazia, anche un generalizzato benessere conquistò la sinistra riformista europea, non esclusa quella italiana. Quest’ultima si trovava nelle more di una lunga fase di transizione, già di per se stessa problematica – si trattava, nientemeno, di rinascere dalle ceneri del Pci e del Psi – ma resa ancora più complessa dall’inserirsi dalla travagliatissima costruzione della cosiddetta Seconda Repubblica. Nel 2007 venne fuori il Partito democratico, una trovata che non mancava di intenzioni generose ma che, assumendo come modello il Partito democratico americano, finiva per far fare ai creatori del Pd un po’ la parte dell’Alberto Sordi di Un americano a Roma. Tanto più che, ancora neonato, il Pd si trovò a fronteggiare un problema – la crisi dei sub-prime, presto diventata anche in Italia recessione – che forze e culture politiche ben più sperimentate avevano grandi difficoltà a maneggiare. Fu così che il Pd, giunto nel 2013 al governo anche attraverso una sconclusionata legge elettorale, si trovò a fronteggiare una congiuntura economica ancora difficilissima: questo senza una cultura economica e politica adeguate – ammesso che ve ne fosse qualcuna all’orizzonte capace di affrontare una crisi ancora più complessa di quella del 1929- e facendo a meno delle sue forze più sperimentate.

Matteo Renzi e il “renzismo” hanno appunto rappresentato l’emergere, nella situazione più difficile, del vuoto di idee e di un arrogante dilettantismo eletti a prassi di governo, sostenuti dalla presunzione che bastassero qualche lustrino e qualche battuta nei talk show televisivi per governare. Vuoto di idee e dilettantismo emersero sopratutto nella (inesistente) strategia in Europa e nella convinzione, dimostratasi infine grossolanamente errata, che i famosi 80 euro in più in busta paga potessero servire a far ripartire la domanda. Anche sul terreno più strettamente politico, Renzi ha dovuto registrare una bruciante sconfitta: non è riuscito a conquistare il Pd, come intendeva “rottamando” la vecchia classe dirigente, è riuscito però a ridurlo in macerie.

Insomma, l’ondata populista – se ci accontentiamo di questa definizione approssimativa e se guardiamo non solo all’Italia- trova indietro nel tempo le sue ragioni, nutrendosi allo stesso tempo dei (cattivi) umori generati dalla crisi del 2008. Comunque, è alla politica, e alla “realtà effettuale” dei vari paesi che bisogna guardare, se si vuole andare più a fondo. Si potrà così vedere come la crisi del sistema finanziario globale iniziata nel 2007 si è tradotta in Italia in una profonda e prolungata recessione economica, la più grave della storia repubblicana. Alla fine del 2017, quando già si erano avuti i primi timidi segni di una ripresa, il Pil era ancora quasi il 6 per cento sotto rispetto al 2008. Quanto al reddito pro capite, il crollo è risultato ancora più marcato, del 9,4 per cento in meno tra il 2007 e il 2016.

La crisi è stata un attore potente che fatto irruzione sulla scena politica italiana determinandone un radicale riassetto. I due partiti che avrebbero poi vinto le elezioni del 4 marzo hanno incentrato la campagna elettorale sui temi economici, individuando in un significativo alleggerimento del peso fiscale (la flat tax), l’uno, e in una misura assistenziale rivolta ai disoccupati ( il “reddito di cittadinanza”), l’altro, due risposte semplici e presentate come in fondo indolori alla crisi. Anche il tema dell’immigrazione, cavallo di battaglia della Lega, è stato svolto, più che su un registro identitario, con argomenti che avevano alla base una motivazione economica, di tipo protezionistico (“prima gli italiani”): ciò non ha impedito che in sottofondo siano emersi discorsi francamente razzisti.

Del fatto che queste politiche non siano né semplici né indolori non si trova traccia nei discorsi degli esponenti della Lega e di 5 Stelle. Non certo per una casuale dimenticanza: l’attuazione di una parte almeno del programma elettorale comporterebbe un significativo sforamento dei livelli di spesa consentiti dalla appartenenza all’area dell’euro e dunque un sfida alla l’Ue, che i due partiti di governo vogliono sostenere forti del consenso di chi li ha votati condividendo quel programma. Schiacciato tra l’esigenza di realizzare almeno in parte le promesse elettorali e i condizionamenti di un debito pubblico altissimo, il governo attuale è chiamato a scelte che sono per alcuni aspetti non diverse da quelle di fronte ai governi degli ultimi decenni, da quando cioè il debito pubblico ha prima raggiunto poi si è mantenuto su un livello di guardia.

Più che della rivolta di un popolo non meglio definito contro élite indeterminate abbiamo a che fare- nel caso italiano, almeno- di un ricambio delle élite di governo particolarmente complesso. Che una sezione almeno di queste nuove élite ostenti un compiaciuto distacco da valori di umanità e di convivenza civile sino ad ora grosso modo condivisi è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che, come in altri momenti della storia, simili atteggiamenti stiano aprendo la strada a un incarognimento collettivo, facilitato dalla diffusione dei social: a questi ultimi dobbiamo la riapparizione non più nelle piazze ma sul web di folle inferocite armate di forconi. La quasi totale scomparse della tradizionale forma partito ha fatto sì che i partiti esistenti non svolgano più quella funzione di filtro nei confronti delle pulsioni più incontrollate e delle incontinenze verbali che ha rappresentato un momento cardine del processo di civilizzazione democratica. Su un altro versante, è innegabile come nel nostro Paese la inadeguatezza dei processi di selezione delle élite non riguardi solo la politica: risultato di tutto questo una mancanza di simpatia e, ancora peggio, di fiducia nei confronti di chi ricopre posizioni di responsabilità e di potere o comunque gode di un’alta visibilità. C’è tuttavia da tenere presente una particolarità delle élite politiche rispetto alle altre ed è che, almeno sino a quando è in funzione la democrazia rappresentativa, le possiamo cambiare: con la speranza che coloro che verranno dopo non siano peggio di chi li ha preceduti.

Luciano Marrocu

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