Amsicora, un eroe, un quartiere

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Stadio Amsicora, Cagliari

L’uomo che incrocio ogni mattina davanti allo stadio Amsicora mentre vado a prendere l’autobus potrebbe avere ottant’anni, anche se ne dimostra dieci di meno. È alto, le spalle larghe, la schiena dritta, indossa un giubbotto chiaro, berretto con visiera e occhiali da sole, e tiene al guinzaglio un cagnolino dal pelo corto. Magari mi sbaglio, ma secondo me è proprio lui: dottor Masu. All’epoca in cui vivevo ancora coi miei genitori e i miei tre fratelli, dottor Masu era il nostro medico di famiglia, un medico all’antica, di quelli che non avevano bisogno di mandarti dallo specialista, per capire di quale malattia soffrivi. Bastava un tira-fuori-la-lingua, mezzo minuto di stetoscopio e una palpatina all’addome, e lui ci azzeccava sempre. Tempi andati, quando abitavo in un altro quartiere e l’ambulatorio era in fondo alla strada, a duecento metri da casa.

Se è lui, dottor Masu, si tiene in forma, mi sembra sia invecchiato bene. Potrei dirglielo, la prossima volta che lo incontro. Buongiorno, la trovo in salute. Si ricorda di me? Quante tonsilliti e quanti mal di pancia, eh? Anche lei abita in quartiere? È da tanto che vive qui? Si trova bene? Secondo me, si trova bene. È un quartiere tranquillo, pure troppo. Sembra fatto apposta per gli anziani, questo lembo di città che non ha le radici nobili di Monte Urpinu e nemmeno lo spirito altezzoso di Monte Mixi. È un quartiere di sangue misto: mezzo borghese, mezzo popolare. Il mio amico basco, Angel, che quest’anno è venuto per la prima volta in Sardegna, non ci voleva credere quando gli ho detto che proprio qui, allo stadio Amsicora, il Cagliari ha vinto lo scudetto. Ma scherzi? Non scherzo. Tu adesso lo vedi così, gli ho detto, un po’ diroccato, discretamente anonimo. Prova a immaginartelo negli anni sessanta, con migliaia di persone sugli spalti e altre centinaia arrampicate sui pini a bordo strada. Uno spettacolo.

In quegli anni lì, mio nonno, Efisio, ogni tanto mi ci portava, all’Amsicora, la domenica pomeriggio. Lui però non lo chiamava stadio. Andiamo al Campo, diceva. Al Campo. E poi nient’altro. Nonno Efisio parlava poco. E aveva gli occhi tristi. Incuteva perfino un po’ di soggezione. Era come Gigi Riva, umile e schivo. Mi prendeva per mano e mi portava al Campo. Tanto bastava, ero felice. Poi sono cresciuto e allo stadio ho iniziato ad andarci con gli amici, ma era già il Sant’Elia. E ci si andava a piedi, attraversando via della Pineta, costeggiando la zona delle case popolari di via Corsica, dove abitava il cugino di un mio compagno di scuola, un ragazzino capace di menare come una furia, scassinare serrande o soffiarti il motorino da sotto il naso. Non era nemmeno tra i più attaccabrighe, lì in zona. Una volta, di rientro dalla partita, provammo a sconfinare in via Macerata. Finì che un gruppo numeroso di giovani e meno giovani ci inseguì e ci prese a sassate. Ce la vedemmo brutta.

Oggi, quella zona, è sede di filiali bancarie, gelaterie e bar per fighetti. Qualche mese fa ha chiuso anche un piccolo supermercato, un tempo era una semplice bottega di alimentari. Resistono giusto un paio di ambulanti. Arrivano la mattina presto, si piazzano agli angoli delle strade e vendono frutta e verdura. Gli anziani apprezzano, mi sembra di capire. Li vedo carichi di buste e carrelli per la spesa mentre fanno ritorno alle loro case, palazzi più o meno anonimi, dove ci si conosce appena. Buongiorno, buonasera, grazie, prego. Mi scusi, ma lei abita qui? Sul serio? E da quanto? C’è una discrezione che rasenta la maleducazione. La verità è che un po’ mi mancano le liti del vicinato di via Satta, le quasi risse per un parcheggio, le urla porta a porta. Nonostante siano passati quasi trent’anni da quando sono andato via, a volte mi sembra di sentirne la mancanza. Anche dei profumi che provenivano dalle cucine, dalle finestre affacciate sui cortili. Che cos’ha preparato di buono oggi, signora Maria? Sento odore di seppie arrosto. O sono calamari? E il soffritto, come l’ha preparato? L’uomo che incrocio ogni mattina davanti allo stadio Amsicora mentre vado a prendere l’autobus, dottor Masu, o chiunque egli sia, ho deciso che uno di questi giorni glielo chiedo. Senta, sia sincero, che cosa ne pensa di questo quartiere? Me ne parli. Venga, le offro un caffè.

Gianni Zanata

È nato, vive e lavora a Cagliari. Fa il giornalista, scrive storie, ha pubblicato romanzi e racconti. A volte suona, canta, ma non balla. Adatta i suoi testi di narrativa anche per esibizioni letterarie, teatrali e musicali. Fa parte dei Dylanisti Anonimi e degli Scrittori da Palco. Il suo sito è www.giannizanata.it.

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