Analisi del voto Regionale. Astensione e frammentazione sono la nuova “questione sarda” della politica

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Sul voto del 24 febbraio occorrerebbe aprire un’ampia riflessione. Innanzitutto molto attenta e, per quel che si può, obiettiva e corretta. Senza farsi trascinare dalla passione o dalla fazione. Questo per meglio comprenderne ed interpretarne i risultati.
Su questi aspetti l’istituto Cattaneo ha svolto – com’è sua consuetudine e lodevole impegno – un’ampia analisi, anche per individuarne i riflessi possibili, o probabili, con gli andamenti nazionali. A quell’analisi, ma non solo, cercherò di riferirmi per queste riflessioni.

Innanzitutto l’affluenza alle urne. Il 24 febbraio si è registrato un lieve aumento dell’affluenza rispetto alla tornata elettorale precedente (+1,5 punti, 790.860 votanti su un totale complessivo di 1.470.401 elettori). “Tuttavia, al di là del piccolo “rimbalzo” positivo dell’affluenza registrato in questa occasione, ha osservato l’analisi del Cattaneo, il dato della partecipazione elettorale del 2019 è il secondo più basso nell’intera storia delle elezioni regionali dal 1949 ad oggi. Nel corso di questi settant’anni e delle 16 consultazioni regionali che si sono tenute in questo periodo, l’affluenza è diminuita di oltre 30 punti percentuali: fino al 1990, quasi l’85 per cento degli elettori sardi, in media, si recava regolarmente alle urne, mentre nei decenni successivi si osserva un calo progressivo della partecipazione, attestandosi tra il 60 e il 70 per cento fino al 2010, per poi scendere sotto il 60 per cento nell’ultimo decennio”.
Ed è questo il primo dato sconfortante da sottolineare. Sintomo non secondario di una disaffezione alla democrazia politica che deve preoccupare seriamente. Cercando di ricercarne e di analizzarne i sintomi e le ragioni.

Per quanto riguarda i risultati, vorrei partire da quanto conseguito dalle liste della galassia indipendentista/federalista/sovranista e dai loro portabandiera: Paolo Maninchedda, Mauro Pili e Andrea Murgia. In totale sono riusciti ad ottenere soltanto 56.945 voti, neppure il 7.50 per cento del totale. E questo, nonostante una campagna molto aggressiva, con iniziative clamorose ed assai amplificate soprattutto dai media locali, come le “primarias” per la Nazione sarda o l’ostracismo gridato verso l’odiata Tirrenia e alle bombe della RWM, o, ancora, con la solidarietà verso i pastori in lotta, ritenuti gli ultimi veri custodi dell’identità storica sarda.

Parlare di una dura sconfitta, e di una sonora debacle elettorale, non è quindi una forzatura. Le ragioni? La prima potrebbe essere indicata nella vocazione (questo sì che è un nostro valore identitario) alle loro esasperate suddivisioni/parcellizzazioni che hanno portato all’individualismo più assoluto, secondo l’antica regola del centu concas centu berrittas. Ma non pare del tutto appagante. Perché non affronta il problema di fondo, che è poi quello che riguarda la resilienza (o l’esistenza), o meno, fra la nostra gente – soprattutto fra i millennials – di un nazionalismo isolano che ci renda nemici del centralismo romano e dei vincoli europei. A mio parere, quest’esasperazione del localismo politico, andrebbe indicato come un atteggiamento non più attuale, aspetto residuale di un’aspirazione rivendicativa che già Paolo Dettori aveva superato nell’aprile del ‘66 con la sua intuizione della “contestazione-accettazione” nei confronti dello Stato centrale.

Si trattava, ricordiamolo, della cosiddetta politica “contestativa” che portava avanti denunciandole, attraverso l’approvazione di un ordine del giorno-voto al Parlamento nazionale, le inadempienze e le dimenticanze nei confronti della Sardegna. Impegnava altresì a richiederne con forza l’adempimento a nome di tutto il popolo sardo, attraverso tutte le sue rappresentanze politiche e sociali, in indifferenza di partiti, sindacati, associazioni.

Si era così costituito uno straordinario momento di vera unità sostanziale, superando le storiche disunità del nostro popolo e delle sue rappresentanze. Con quell’iniziativa s’era manifestata una volontà unitaria di tutti i sardi per difendere l’avvenire della loro Isola, superando, quindi, le ragioni e le valutazioni divisive che fino ad allora avevano indebolito il rivendicazionismo sardo. Proprio per questo loro riapparire con le tre liste, quel che è avvenuto il 24 febbraio con la conquista di quel misero 7,50%, risulterà la riproposizione di quelle debolezze contro cui era nata l’iniziativa di Dettori.

Un altro aspetto su cui occorre riflettere attentamente riguarda il declino sempre più palese del Partito democratico. Che alle urne ha ottenuto il 13,4 per cento dei voti nella coalizione “progressista” guidata da Massimo Zedda, premiata con un buon 33 per cento. Il PD, infatti, avrebbe perso oltre una decina di punti percentuali sulle precedenti consultazioni del 2009 e del 2014 (in pratica quasi 70mila voti). Un’emorragia iniziata peraltro da tempo, soprattutto dopo i risultati deludenti, e le contraddizioni interne, evidenziate nella Giunta di Renato Soru e del conseguente inizio di una stagione di forte litigiosità – al limite della contrapposizione – tra le diverse (sempre più multiple) anime di quel partito.

Ed è poi questo il motivo principale su cui i progressisti dovrebbero riflettere. C’è infatti da domandarsi di cosa siano oggi i democratici sardi: un partito politico unitario od una confederazione di gruppi di potere? E cos’hanno in comune, come storia e identità politica, Antonello Cabras e Renato Soru, Pietro Cocco e Emanuele Cani, o il mio omonimo Paolo Fadda con Gigi Ruggeri?

I risultati del voto, e lo stesso valzer delle preferenze tra i candidati in lista, confermerebbero proprio questo pesante clima di estraneità/diversità, motivatore palese di litigiosità e di frazionismo. Su questo occorre riflettere, perché proprio quelle contraddizioni-contrapposizioni, come emerse sulla legge urbanistica, sulla riforma sanitaria, sulle scelte di politica industriale e su un’infinità di altre piccole e grandi questioni, denunciano chiaramente come i Dem non siano un partito che sappia fare sintesi e che valorizzi la dialettica interna per raggiungere una sostanziale unità.
C’è stata certamente l’infezione provocata da un virus nocivo, fatto di prepotenza e di intrattabilità, contratta da qualche erronea e spregiudicata cooptazione che ne ha stravolto la stessa identità politica di dover essere “di sinistra”, e non una costola inconsapevole (?) di opzioni del tutto estranee alle culture progressiste, come gli estremismi ambientalisti, negatori di ogni forma di sviluppo (la caduta verticale di consensi nelle aree tradizionali del voto operaista ne è la riprova).

Ancora ha sorpreso (almeno nelle dimensioni) la disfatta dei pentastellati. Passati in un anno da un 42 per cento di consensi ad un misero 13 per cento al di sotto anche dei più punitivi sondaggi pre-elettorali che li accreditavano tra il 22 ed il 20 per cento. A conferma che quel voto alle politiche era stato soltanto un “voto contro”, emozionale e di rabbia contro chi, governando, aveva deluso, e non certo un voto di adesione ad un movimento costruito sul “vaffa” del suo capocomico-ideologo. Chi studia attentamente, e scientificamente, i flussi elettorali (cito ancora l’analisi dell’istituto Cattaneo) ha osservato che la sola ragione addotta dai loro responsabili (il nostro movimento non ha presidi territoriali ben strutturati) non regge del tutto. Infatti “la contrazione dei voti per il partito di Luigi Di Maio non sembra essere legata esclusivamente alla natura molto digitale e poco territoriale del M5s. Ciò significa, in altri termini, che le recenti perdite subite sono dovute più a fattori contingenti, legati probabilmente alle scelte di governo, che non a fattori strutturali riguardanti la natura del partito di Di Maio”. Lo stesso esame dei risultati nei diversi comuni dell’isola conferma che il segno meno accompagna ovunque il calo dei consensi, a testimoniare di quello che si potrebbe definire lo “sgonfiamento” del progetto politico di Grillo e Casaleggio. Una scomparsa che spinge lo scenario elettorale locale verso un’evidente dinamica bipolare tra centrodestra e centrosinistra, due coalizioni, comunque, caratterizzate da una frammentazione (talvolta anche innaturale) di liste e di candidature.

Serve ancora, per meglio comprendere i risultati, che nella vittoria del centrodestra c’è stato un “effetto Salvini” che è andato ben al di là del partito di Salvini. Infatti la Lega qui in Sardegna non ha ripetuto gli exploit precedenti in altre regioni (vedi Abruzzo) e neppure le valutazioni, spesso assai generose, dei sondaggisti. Anche se è risultato il primo partito della coalizione (raccogliendo oltre 80mila voti) che ha sostenuto Christian Solinas, il neo-governatore rimasto peraltro penalizzato di diversi punti percentuali per via del voto disgiunto.
C’è poi da rimarcare come proprio quell’effetto Salvini avrebbe portato alla crescita della storica formazione autonomista, vale a dire del Partito sardo d’azione, premiato da un raddoppio percentuale rispetto al 2014. Comunque la presenza dei sardo-leghisti, come ben ha sottolineato il rapporto dell’istituto Cattaneo, ha annullato il forte calo registrato da Forza Italia (70 mila voti persi) e degli altri raggruppamenti meno radicali della coalizione, come l’UDC (25.800 voti persi).

In conclusione, ritengo di dover proporre – come motivo di ulteriore riflessione – il giudizio finale dell’istituto Cattaneo sui risultati sardi: “da un punto di vista generale, il sistema partitico in Sardegna si è caratterizzato per una elevata frammentazione tanto della proposta (o offerta) partitica quanto della risposta (o domanda) elettorale. Questa frammentazione è stata, però, contenuta dalla presenza di due ampie coalizioni elettorali che hanno riproposto un “tradizionale” bipolarismo coalizionale tra centrodestra e centrosinistra, in contrasto con le dinamiche presenti sul piano nazionale. Peraltro, considerati i diversi modelli organizzativi degli attori politici attualmente in campo, è probabile che continuerà a persistere una sostanziale “schizofrenia” tra la struttura della competizione a livello nazionale, di tipo tripolare, e la struttura della competizione partitica a livello locale che spinge invece verso una dinamica bipolare tra centrodestra e centrosinistra. Ad oggi, l’unico partito che sembra muoversi abilmente in entrambe le arene di competizione è la Lega di Salvini, perché è riuscito a costruire nel tempo un’organizzazione radicata sul territorio e guidata da un leader indiscusso e molto popolare”.

Ecco perché, in chi crede ancora che esista l’attualità di una “questione sarda” da risolvere, in economia come in politica, non può che opporsi e contrastare l’immanente incalzare di una invasiva questione settentrionale!

Paolo Fadda

 

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