Arrivano gli “Stati generali” del Parco geominerario: ecco cosa si può cominciare a fare per il rilancio

"Intanto un programma che contenga una breve serie di interventi finalizzati al recupero e alla valorizzazione delle strutture e dei manufatti più delicati e importanti, prima fra tutti la Laveria La Marmora, alla quale si può aggiungere – fra gli altri - la manutenzione del percorso di accesso e del piazzale di Porto Flavia".

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Porto Flavia (immagine da http://www.visitiglesias.comune.iglesias.ca.it/)

Gli “Stati generali” del Parco Geominerario. Era inevitabile che accadesse. Nonostante i tentativi e le speranze di far passare quasi sotto silenzio lo smacco subito, la bocciatura inflitta dall’Unesco continua a tenere alta l’attenzione sul futuro del Parco geominerario.

L’ultima iniziativa, di cui si discuterà in un’assemblea pubblica, forse troppo enfaticamente definita dagli organizzatori “Stati generali”, si svolgerà il 5 novembre al Pozzo Sella.
Tuttavia, a leggere la locandina che informa dell’incontro, si ha l’impressione che, nella pur lodevole iniziativa, rischino di prevalere gelosie locali con aspetti polemici e atteggiamenti che, ricordando presunti torti subiti, vogliano cogliere l’occasione per vendette e rese dei conti, in primo nell’area che, dal più al meno, si richiama oggi al Partito democratico.

È augurabile che questa impressione non sia vera. Ferme restando le gravi responsabilità degli organi del Parco e della cosiddetta “sinistra di governo” (che si sono immediatamente ed esclusivamente preoccupati di autoassolversi da qualsiasi colpa), in questo momento il primo obiettivo che ci si deve impegnare a raggiungere è individuare il percorso, prima di tutto politico-istituzionale, che sappia garantire al Parco quella governabilità e quell’efficienza che sono finora mancate, affrontando lealmente il confronto e facendo di tutto per risolvere i molti nodi di un sistema di governo che non ha mai offerto una buona prova di sé e nel quale troppi protagonisti hanno preteso di avere un ruolo di primo piano senza averne titolo.

Alcune proposte per cominciare. Per il momento vale la pena di tenere sullo sfondo i rapporti fra il Governo centrale e la Regione, con quest’ultima, per anni pressoché assente (nonostante autorevoli opinioni sostengano il contrario), tenuta ad assumere le responsabilità che le competono nel governo del territorio, del Parco e dei tanti soggetti non istituzionali che vi operano, molti dei quali appartengono al sistema regionale (Igea in primo luogo) e che, di regola, hanno tenuto un atteggiamento che, benevolmente, potremmo definire non collaborativo se non addirittura ostile nei confronti del Parco, con interessi e ambizioni personali, elettorali e politiche.

Occorre prendere atto che il futuro del Parco dipende da un processo di riforma articolato in più tappe che, nel medio periodo, deve portare alla riforma dello Statuto, dal quale vanno cancellate ambiguità e imprecisioni con la costruzione di un sistema di governo, imperniato in primo luogo sulle comunità locali e sull’amministrazione regionale che deve pretendere un ruolo da protagonista e non di semplice comprimaria di una governance frammentata e priva di una guida autorevole e ben individuata.

Le modifiche statutarie devono essere considerate alla stregua di una riforma a medio termine che deve essere preceduta da altre iniziative che consentano al Parco e alle rappresentanze istituzionali del territorio di ripartire, dimostrando di voler superare l’umiliante decisione dell’Unesco.

I primi interventi. Recuperando i contenuti di alcune delle numerose interlocuzioni con l’Amministrazione regionale (accordo di programma quadro del 2014 e le eventuali successive modifiche e integrazioni), nonché il “catalogo degli interventi” ritenuti ammissibili allegato alla delibera della giunta regionale del marzo 2017 (alcuni dei quali, come quelli del Comune di Iglesias, di livello eccellente), si può immaginare la costruzione, l’approvazione e il finanziamento di un programma, da sottoporre eventualmente anche all’approvazione del Comitato scientifico, la Comunità del Parco e i portatori di interessi, che contenga una breve serie di interventi finalizzati al recupero e alla valorizzazione delle strutture e dei manufatti più delicati e importanti, prima fra tutti la Laveria La Marmora, alla quale si può aggiungere – fra gli altri – la manutenzione del percorso di accesso e del piazzale di Porto Flavia.

Il programma, da trasferire in un protocollo d’intesa che preveda obblighi e responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, dovrà prevedere un tempo di realizzazione di tre – cinque anni e, in questa prima fase, dovrà riguardare un territorio delimitato che non può non coincidere con le aree del Parco dove maggiore è la presenza di strutture di archeologia mineraria: Sulcis, Iglesiente e Guspinese-Arburese.

Il primo passo per il rilancio del Parco è inevitabilmente affidato al Consiglio direttivo che deve dimostrare essere capace di assolvere il suo ruolo, abbandonando comodi burocratismi e vuote autoreferenzialità. Sappiamo tutti che niente è più facile di trovare ostacoli e impedimenti per chi non vuole assumere decisioni e responsabilità, come dimostrano – a leggere attendibili resoconti – alcune vicende del Parco.

È dunque agli organi di governo che spetta di dare vita, con un apposito provvedimento, a un gruppo di lavoro non troppo numeroso, con la presenza delle amministrazioni comunali e la scelta di un responsabile operativo (il presidente della Comunità del Parco?), con incisivi poteri di decisione e coadiuvato da una squadra di tecnici della sovrintendenza per il Paesaggio e dell’amministrazione regionale (assessorato dei Beni culturali), esperti in archeologia mineraria.

Le proposte di Herzog e De Meuron. Per questi primi interventi di recupero e valorizzazione, un aiuto di grande valore culturale e scientifico può venire da una rivisitazione delle ipotesi progettuali (reperibili in Regione) elaborate fra il 2005 e il 2007 dagli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre De Meuron su incarico del presidente Soru. In esse sono contenute idee progettuali (purtroppo mai realizzate) e riflessioni meritevoli di essere tenute presenti nel costruire un percorso di recupero e valorizzazione di testimonianze preziose del lavoro e del sapere degli uomini “di miniera”.

Niente vieta che il Parco e, assieme ad esso, le comunità locali possano valutare l’idea di riprendere e fare propri quelle idee e quei progetti in attuazione di quanto previsto all’art. 1 dello Statuto nel quale è scritto che il Parco ha il compito, fra gli altri, di “recuperare e salvaguardare, per fini ambientali, scientifici, formativi, culturali e turistici, i cantieri e le strutture minerarie e i siti geologici, con particolare riguardo a quelli ambientalmente più compromessi ed a quelli più rappresentativi sotto l’aspetto tecnico-scientifico e storico-culturale”.

Particolarmente importante sarebbe che gli organi di governo del Parco si facessero rapidamente promotori di un’assemblea pubblica invitando Herzog e De Meuron ad un ritorno in Sardegna per illustrare di persona i progetti immaginati più di dieci fa e verificare se sia possibile adattarli alle esigenze di recupero e valorizzazione del patrimonio del Parco, investendo le consistenti risorse economiche in un progetto certamente affascinante e che garantisce una visibilità che almeno in parte offuschi e faccia dimenticare ciò che è accaduto pochissimo tempo fa.

Dunque, gli spazi per il rilancio del Parco esistono e sono anche molto ampi. Le iniziative e le decisioni sono nelle mani del Consiglio direttivo: è ad esso che spetta di dimostrare di possedere le capacità, le competenze, la determinazione e la fantasia per realizzare un progetto nel quale finora è miseramente fallito, portando ai risultati che tutti noi conosciamo.

Fulvio Dettori

(Docente di diritto regionale. Già direttore generale della presidenza della Regione sarda)

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