Banco di Sardegna, il danno è fatto. Nel silenzio della politica

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Banco di Sardegna

Ancora non è chiaro se la Fondazione di Sardegna rimarrà o meno azionista del Banco di Sardegna, di cui detiene il 49 per cento del capitale, valutato in bilancio in 355 milioni di euro. Né si sa con certezza se le insegne del Banco continueranno ad essere presenti nell’Isola o se saranno sostituite da quelle della BPER, detentrice della maggioranza, e titolare, per disposizione statutaria, del diritto di prelazione su quel 49 per cento. Per cui ogni iniziativa di vendita da parte della Fondazione potrebbe avvenire solo con il benestare della BPER. Sarebbe quindi la banca modenese l’acquirente privilegiato , magari procedendo – come si suppone – in concambio con azioni proprie. Ma di ufficiale non si sa proprio nulla.

Infatti, nonostante la dirigenza della Fondazione esponga nei suoi eleganti report una minuziosa trasparenza informativa, sull’argomento della partecipazione nel Banco mantiene un assoluto silenzio. Cioè, non chiarisce in alcun modo quali saranno le sue prossime strategie per adeguarsi alle prescrizioni del Ministero vigilante che l’obbligherebbe a ridurne la presenza sotto un terzo del patrimonio posseduto (oggi valutato in circa 910 milioni di euro).

Altrettanto silenzio proviene dalla stessa BPER, interessata peraltro ad una importante razionalizzazione delle sue partecipazioni (sarebbe in corso l’assorbimento delle Casse di risparmio di Saluzzo e di Bra e la trasformazione in BPER Leasing della Sardaleasing). Si ha solo notizia di una dichiarazione del dottor Carlo Cimbri (il potente Ceo del gruppo Unipol, che è poi il nume tutelare di BPER) in cui ha ritenuto di definire “strategica” la presenza in Sardegna della banca emiliano-romagnola.

Peraltro, anche in passato, non si è mai avuto notizie ufficiali sulle trattative volte alla cessione della partecipazione modenese nel Banco di Sardegna, ritenuto estraneo, geograficamente, agli obiettivi di espansione di BPER nel Centronord. Eppure la “Bank of America – Merril Lynch” risulterà fortemente impegnata, con i suoi più alti dirigenti europei, a rilevare il controllo dell’istituto di credito sardo per rilanciarne l’autonomia e la competitività. La notizia, diffusa da noi, non ebbe mai smentita da parte dei due azionisti (Fondazione e BPER), così come non venne mai smentita la causa della caduta del pre-accordo intervenuto, anche se diverse autorevoli fonti finanziarie l’avrebbero attribuita all’intervento proprio dell’Unipol, divenuto l’azionista di riferimento – e quindi di guida – della banca modenese.

In questo carosello di intese, disdette e ripensamenti avrebbe avuto una parte non secondaria la volatilità degli intendimenti della Fondazione, passata in pochi mesi da una posizione di forte critica nei confronti del socio modenese ad una di forte solidarietà.
È assai difficile comprendere quale sia la ratio di questi altalenanti atteggiamenti. Sembrerebbe di capire che non abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere: se sia quello di salvaguardare il Banco come banca dei sardi o, al contrario, quello di avere una posizione di incisiva influenza nell’azionariato della BPER. Secondo il nostro parere, tutt’e due le opzioni hanno una chiara valenza politica. Cioè riguardano un riflesso importante per l’economia della nostra regione.

Siamo infatti dell’opinione che la Fondazione di Sardegna non può che essere ritenuta il braccio operativo delle istituzioni politiche isolane (basti pensare alle procedure di nomina dei suoi dirigenti); ne deriva quindi che al potere politico va attribuita la diretta responsabilità d’avere consentito l’emilianizzazione totale del Banco, riducendolo al rango di filiale, privato così di qualsivoglia autonomia. Senza tralasciare il fatto che dal 2001 al 2017 – secondo le valutazioni di alcuni analisti – al Banco siano stati “scippati” da Modena degli asset patrimoniali per alcune centinaia di milioni di euro.

Quel che stupisce, e che soprattutto preoccupa, è che in tutta la storia più recente del Banco di Sardegna, dalla sua trasformazione da Istituto di diritto pubblico in Spa, fino alla sua cessione alla banca modenese, la Regione sarda (come interprete della politica regionale) sia rimasta del tutto assente. Eppure di quel Banco istituto pubblico aveva il potere di nomina di un terzo dei consiglieri, esprimeva il proprio concerto alla nomina del Presidente e del Direttore generale, ne seguiva anche la gestione attraverso la presenza nel collegio sindacale. Ne era, quindi, parte importante.

Anche la stessa riforma Amato, con la costituzione della Fondazione-azionista, venne accettata tout-court, inspiegabilmente, dalla nostra Regione, nonostante ledesse alcuni suoi specifici diritti: questo diversamente da altre Regioni a statuto speciale (come il Trentino-Alto Adige e la Sicilia) che ne impugnarono coraggiosamente alcune disposizioni.
Ancora oggi la Regione sarda continua a disinteressarsi delle sorti del Banco di Sardegna, dei rapporti con la BPER, degli atteggiamenti assunti al riguardo dalla Fondazione. Sembra anzi che di quel che accade in quella banca voglia del tutto tenersi fuori, come se non interessasse l’economia reale della Sardegna.

In una conversazione con un personaggio che ha avuto una lunga ed importante esperienza nel settore bancario sardo, abbiamo rilevato come in passato i rapporti fra Banco e Regione fossero invece strettissimi, tanto che il suo CdA aveva frequenti incontri con i Presidenti della Giunta e con i diversi Assessori. Proprio perché il credito bancario non può che essere ritenuto il concime indispensabile e necessario per far crescere l’economia. In quella conversazione ci ha voluto anche ricordare che l’avvocato Stefano Siglienti (certamente uno dei più validi banchieri italiani del dopoguerra) fin dagli anni ’50 aveva posto come esigenza prioritaria per avviare lo sviluppo socio-economico di un territorio in debito di sviluppo come la sua Isola, la nascita di un tessuto di imprese moderne e competitive. Era poi questa la linea propositiva con cui il suo IMI, attraverso il piano Marshall, stava sostenendo il “miracolo economico” del nostro Paese.

Per favorirne l’avvio, occorreva – a suo giudizio – creare nell’Isola un sistema bancario di natura locale, sia per raccogliere il risparmio dei sardi ed impiegarlo per sovvenire alle esigenze di liquidità delle imprese sarde (il Banco di Sardegna) e sia, ancora, per poter fornire alle imprese i capitali necessari per i loro investimenti a medio-lungo termine (il CIS). Oggi di uomini come Siglienti in Sardegna non ce ne sono purtroppo più. Non si è capito – o non si è voluto capire – che perdere un sistema creditizio sintonizzato con le peculiarità locali e lasciare che l’appoggio bancario alle imprese venga valutato altrove, al di là del mare, non può che essere un vulnus gravissimo che la politica sarda – una politica che sia avveduta e responsabile – non avrebbe mai dovuto accettare.
Purtroppo noi di Amsicora riteniamo che, sic stantibus rebus (a Cagliari come a Modena), il guaio più grave e doloroso sia ormai consumato e non sia più rimediabile.

Amsicora

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