Boniek a Dolianova

di Monica Aresu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Boniek a Dolianova

Il mio è un paese che se passi nella SS387, la strada che collega Cagliari alle prime colline del Campidano, non puoi non notarlo. Arrivando al bivio, sulla facciata della cantina sociale si impone la scritta DOLIANOVA, maiuscola e colorata.

Dolianova ha una storia relativamente giovane. È nata quando, poco più di cento anni fa, venivano uniti i paesi di Sicci San Biagio e San Pantaleo, cioè la parte della Cattedrale e delle case dei proprietari terrieri della zona con quella in cui vivevano i braccianti, con una chiesa bella ma più modesta.

Tutti i miei nonni sono venuti a vivere qui tra gli anni ’60 e ’70 del novecento: due erano originari di qui ma vivevano a Cagliari; gli altri venivano da Seui. I miei genitori si sono conosciuti a Dolianova ma non ci sono cresciuti.

Io invece sono cresciuta qui, il paese l’ho vissuto, ne sono stata plasmata nel bene e nel male e ora che sono grande mi piace dire che sono di bidda.

Teatro della mia infanzia sono stati il quartiere della torretta, così chiamato per la presenza di una enorme riserva idrica di cemento, e la piazzetta che sta davanti a casa dei miei genitori. Dalla finestra della mia cucina dominavo la piazza con gli enormi eucalipti, a destra l’ex acquedotto con il suo lungo muro, in fondo il cancello a sbarre dello spaccio del caseificio. A sinistra la cabina telefonica SIP, il piccolo bar e infine lo slargo tra le strade dove un giorno alla settimana si fermava lo zio della varechina, proprio davanti alla fontanella di ghisa.

Quella, per noi, era terra di libertà. Noi eravamo una ventina di bambine e bambini tra i sette e i dodici anni, abitavamo tutti lì intorno, e lì giocavamo dopo i compiti d’inverno e in ogni momento durante l’estate infinita. La nostra piazzetta era in realtà l’enorme parcheggio del caseificio Sarda Pecorini.

Lo spiazzo, la notte, accoglieva i rimorchi e le motrici dei camion. Di giorno era il parcheggio per i clienti dello spaccio. I nostri genitori non sembravano particolarmente preoccupati per questa convivenza: un generico “stai attenta” bastava a rassicurarli.

Quando ci sentivamo invasi da qualche auto marcavamo il territorio scrivendo o disegnando stupidaggini sui vetri dell’auto oppure, se recidiva, appiccicando gomme da masticare sotto le maniglie e aspettando nascosti la reazione del proprietario. La maggior parte degli adulti coglieva il messaggio, a volte ridendo a volte no.

In una rientranza lungo le mura dell’ex acquedotto erano dipinti i pali della porta per le nostre partite di calcio. A me piaceva giocare a calcio, anche se ero l’unica femmina. Giocavamo e contemporaneamente facevamo la cronaca delle nostre partite, descrivendo le nostre azioni in terza persona, a voce alta, chiamandoci Rossi, Altobelli, Cabrini o Platini. Io ero Boniek.

La piazza offriva infinite possibilità. Gli enormi eucalipti, per esempio, erano fighissimi per giocare a nascondino. Il nascondino poteva durare anche ore, avevi un sacco di nascondigli: dietro le auto, i rimorchi o il tronco degli alberi. Oppure sopra gli alberi, e allora il nascondino sembrava giocato da un piccolo esercito delle dodici scimmie e i salva-tutti erano i più acrobatici di sempre; come quello fatto con tana in volo da Mosè lanciandosi da un ramo: che festeggiamenti il giorno, che tripudio per lui, altro che i goal di Platini.

Nella terra delle aiuole tracciavamo i percorsi per le bolline, le biglie, con curve e pendenze, buchi, ostacoli e salti che ci facevano rientrare a casa con le unghie nere. Nere come gli stampi reticolati impressi dalle seppioline, il maledetto trend estivo. Ci sciacquavamo alla fontanella per stemperare i colori della sporcizia, pensando alle nostre mamme che ci aspettavano a casa.

Certi giorni la piazzetta era luogo di appuntamento per fare “le esplorazioni” di gruppo in bicicletta. Cercavamo strade nuove in altre zone, e spesso facevamo visita alla casa stregata, Villa Arremundeddu o Villa de Villa, una casa nobiliare all’epoca fatiscente che esploravamo con il cuore in gola, nella speranza e nel terrore di trovare conferme alle innumerevoli storie che sentivamo raccontare.

I pericoli più grandi, nella piazza, erano costituiti da alcuni ragazzini più grandi, che passavano da lì e trovavano una scusa per attaccar briga, e picchiare il malcapitato o la malcapitata di turno. Molto pericolose erano anche alcune signore anziane del vicinato, specializzate nelle attività di controllo e spionaggio, capaci di ricordare e riportare tutto quello che facevi ai genitori o ai nonni.

La più temuta di tutte però, era la terribile vicina confinante con le mura dell’ex acquedotto. Quando la palla andava a finire oltre il muro, l’unico accesso era la casa della vicina, già famosa per aver restituito diversi palloni bucati, con un sorriso crudele sulle labbra. In quei casi partiva una conta che decideva chi sarebbe andato a recuperare il pallone. Durante l’impresa gli altri lo supportavano elargendo consigli sulle frasi da pronunciare per imbonire la vecchia, felici di non doverle sfoggiare personalmente.

Qualche volta, d’estate, la piazza si animava per eventi speciali: serate di gavettoni itineranti o tornei di giochi tra piazze di quartiere, talvolta organizzati dall’oratorio, a cui partecipavano molti bambini.

Ma il giorno più speciale di tutti per la piazzetta fu quello in cui nessuno organizzò niente, il giorno della incredibile nevicata dell’85. Quel giorno ci siamo svegliati con la neve nei nostri giardini e ci siamo fiondati subito in piazzetta. Sembrava di stare in montagna, una distesa di neve quasi immacolata, un sogno diventato realtà. Nessuno andò a scuola e c’era quell’aria frizzante che solo una vacanza inaspettata sa dare: ridevamo e toccavamo la neve in continuazione per ricordarci che era tutto vero, e dopo un’ora quella distesa di neve diventò acqua e fango, e noi che vivevamo proprio lì ci sentivamo i più fortunati di tutti.

Oggi, quando vado a trovare i miei, ogni tanto mi affaccio dalla finestra della cucina e guardo giù. Il caseificio è chiuso e in rovina da tempo, gli eucalipti sono stati abbattuti qualche anno fa. La piazza è un vero parcheggio.

Mi chiedo dove vanno i bambini a giocare e ricordo che ora ci sono nel paese diversi parchi attrezzati. Sono aree riservate, all’ingresso un regolamento su tutto ciò che si può fare e non fare all’interno del parco.

Guardando dalla finestra mi sembra di sentire l’eco dei nostri schiamazzi, la voce del cronista che descrive una discesa di Boniek, una conta da vincere o perdere, la scelta dei giochi da fare a seconda del numero, del tempo e delle voglie.

Dura un attimo. Poi guardo l’ora, chiudo la finestra: a domani, penso.

Monica Aresu, operatrice interculturale, lavora in progetti di cittadinanza attiva nei quartieri periferici e di multiculturalità con le scuole. Nel resto del tempo cerca di non fare troppi danni a due figli adolescenti; nel tempo libero coltiva l’orto e un uliveto.

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