Busachi, il paese dell’amore

di Roberta Mele. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Busachi
Busachi - Foto di Mirko Lorefice

Uno di Busachi, nato in una famiglia ricca, era andato a studiare veterinaria a Roma. Lì, come spesso succede ai fuori sede, questo ragazzo si incontrava in circolo con soli ragazzi sardi e non si capisce bene se per un amico comune o conoscenza diretta, aveva incontrato un certo Filippo Figari, di Cagliari: artista, pittore, grafico. Si vede che si incontravano spesso e si vede il veterinario busachese di famiglia ricca – probabilmente nostalgico – parlava spesso del paese; forse lo mostrava anche in foto, tanto che Filippo aveva cominciato a interessarsene artisticamente e il veterinario l’aveva invitato a passarci qualche giorno in estate.

Ecco quindi che Filippo Figari arriva a Busachi nel 1913; si è fatto un giro per il paese e ne è rimasto talmente rapito che ha deciso di stabilirsi a Busachi per due-tre anni, a realizzare i suoi lavori.

Pare si fosse innamorato del costume delle donne busachesi, Filippo. Girava per il paese con le sue armi artistiche e appena incontrava una scena che gli piaceva si fermava a buttare giù uno schizzo.

Pare anche che cercasse delle ragazze come modelle da ritrarre e che nel paese, questa cosa di fare la modella per un pittore, non era vista come una bella cosa. I genitori mettevano in guardia le ragazze ma qualcuna, di nascosto, si dice che ci andasse lo stesso.
Nel biennio-triennio che è stato a Busachi, Figari ha fatto molti quadri (quasi tutti i busachesi hanno una stampa di Figari appesa al muro) e fra le opere più note spicca la trilogia de ‘Il matrimonio in Sardegna’ oggi esposte nella sala dei matrimoni di Cagliari. Queste ritraggono le scene di un matrimonio busachese, i fidanzati e le donne in costume che chiacchierano poggiate su un pozzo.

Io Figari non l’ho conosciuto però mi è sempre stato simpatico per motivi che non sto qui a spiegare, sento anche di avere delle cose in comune con quest’uomo.

Comunque, io a Figari gli voglio bene, ma è colpa sua e di quelle opere se da qualche anno a Settembre in tutta la Sardegna si vedono dei mega cartelloni pubblicitari con le immagini di questi quadri e poi una scritta che non si può ignorare: BUSACHI, IL PAESE DELL’AMORE. E a Settembre su Videolina la voce di Ottavio Nieddu invita a visitare BUSACHI, IL PAESE DELL’AMORE mentre scorrono le immagini dei quadri di Figari e delle ragazze in costume.
Voi direte, ma perché proprio a Settembre? Perché a Settembre c’è la sagra de su succu, il piatto tipico di Busachi (un piatto estivo, leggero) e negli ultimi anni hanno pensato di abbinare alla sagra la rappresentazione del matrimonio busachese tradizionale, una delle scene che aveva incantato Figari. Ecco quindi la trovata pubblicitaria de IL PAESE DELL’AMORE.

È una cosa bella essere il paese dell’amore, secondo me, solo che mi sembra che a Busachi negli ultimi decenni di amore ce ne sia poco. Di amore e di tante altre cose; forse perché anche la popolazione si è drasticamente ridotta.

Io lo capisco bene perché Filippo si era innamorato di questo paese; lo capisco e lo condivido.

E siccome – sarà per questa cosa che sono nata nel paese dell’amore – mi innamoro spesso e anche di Figari mi sono platonicamente innamorata, io vorrei scrivergli due righe.

Mio caro Filippo,
te ne sei andato da Busachi da oltre un secolo e da allora – qui come dappertutto – sono cambiate molte cose. Il centro storico dove hai abitato durante la tua permanenza è migliorato tantissimo: hanno ristrutturato il monastero e, lo vedessi! È un posto suggestivo e carico di magia. Le strade, le chiese, le piazze… il centro del paese tutto è diventato una bomboniera, uno scrigno tutto rosa di trachite, che se ci poggi un orecchio su quelle pietre, ti sembra di sentirle sussurrare di miti e leggende, di faide e amori clandestini. Una cosa che ti riempie il cuore, caro Filippo, passeggiare per le vie del centro di Busachi, specialmente se è buio e c’è la luce calda dei lampioni.

Solo che, caro Filippo, non ci sono più donne vestite di poesia che girano sorridenti per il paese. Non c’è più il paese. Fuori dal centro, infatti, si sente il freddo delle case disabitate; delle volte c’è tanto silenzio che la voce delle pietre sembra diventare più forte e malinconica; raccontano del passato, di qualcosa che più non c’è.

Ma dove sono andate quelle ragazze che la notte scappavano dalle finestre per andare a farsi ritrarre da te?

Hai fatto bene a fermare le immagini di quei momenti d’amore cent’anni fa, ci hai lasciato una grande testimonianza.

Io non dico che non hai fatto bene, anzi, hai fatto benissimo, ma a Settembre quando vedo quei cartelloni sparsi in tutta la Sardegna, o la pubblicità su Videolina, io un po’ Fil – te lo devo dire – io un po’ mi vergogno.

Roberta Mele

Ha lasciato la Sardegna a 18 anni perché voleva laurearsi in antropologia culturale e mentre lo faceva, ha cominciato a studiare i testi teatrali con un maestro russo, severo e intransigente, tale Milenin. Dopo essersi laureata è andata in Puglia e ha continuato con questa storia del teatro, decidendo addirittura di farne la sua ragione di vita. Ha studiato quindi a Roma in un atelier triennale con un regista francese, tale Denizon. Ha continuato a fare spettacoli con la sua compagnia e a scrivere testi, lavorando per sei anni fra Lecce e Bari con registi vari, fino al giorno in cui ha avuto la brillante idea di tornare in Sardegna perché lei in un posto fisso non sa stare. Lì si è dedicata allo studio e al suo hobby principale, mettere da parte soldi. Una volta raggiunta una somma dignitosa ha preso un altro aereo e se n’è andata al nord per lavorare in gruppo con altra gente, che da sola si annoia. Non ha perso il vizio di prendere gli aerei e andare a fare spettacoli e cose in giro per l’Italia.

(foto di Mirko Lorefice)

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