Cagliari e la scelta del successore di Zedda. Avviso ai naviganti del centrosinistra (e al Pd)

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Massimo Zedda
Massimo Zedda, sindaco di Cagliari e candidato governatore in Sardegna

All’inizio di quest’anno non era affatto chiaro come Massimo Zedda avrebbe risolto l’alternativa tra il restare sindaco di Cagliari o il tornare in consiglio regionale. Anzi, per essere precisi non era nemmeno chiaro se il problema si sarebbe posto. Infatti, il folle sistema elettorale delle Regionali sarde prevede che entri in Consiglio solo il secondo arrivato tra i candidati alla presidenza (da qui l’incredibile esclusione di Michela Murgia nella scorsa legislatura) e all’inizio del 2019 non era ancora chiaro se Zedda si sarebbe piazzato secondo o terzo. Poi sono arrivati i primi sondaggi. Hanno detto subito che il solo fatto che il sindaco di Cagliari fosse sceso in campo aveva rianimato una parte rilevante dell’elettorato del centrosinistra. E hanno registrato immediatamente il sorpasso sul Movimento 5 stelle. A un certo punto, corroborata dall’inaspettata elezione di Andrea Frailis alle supplettive, si è addirittura diffusa la speranza di un clamoroso successo.

La vittoria non è arrivata, ma per tutti gli osservatori le elezioni regionali sarde sono state – assieme a quelle in Abruzzo, alla manifestazione antirazzista di Milano e, infine, alle Primarie del Pd – uno dei segnali del risveglio del centrosinistra. Le Regionali, insomma, non sono state un punto di arrivo, ma un punto di partenza. La scelta di Zedda è coerente con questa visione. C’è da augurarsi che tutti siano coerenti e che il relativo sospiro di sollievo non rinfocoli certe pessime abitudini. Ci riferiamo, in particolare, al Partito democratico.

Consentitemi un ricordo personale. Verso metà dello scorso gennaio fui invitato a condurre a Nuoro un incontro pubblico di Nicola Zingaretti, impegnato contemporaneamente nella campagna per le Primarie e nel sostegno di Massimo Zedda. Non era un’iniziativa ufficiale del Pd (i conoscitori dell’ambiente politico nuorese mi segnalarono diverse illustri assenze) ma la sala della biblioteca Satta era gremita. Tante chiome bianche, come alle Primarie, ma anche molta preoccupazione e molta passione. A un certo punto, nel rivolgere una domanda a Zingaretti, azzardai questa considerazione: “Il Pd – osservai – considerati i risultati delle ultime Politiche e anche quelli delle passate Regionali, non è certo in grado da solo di far vincere Massimo Zedda. E’ però in grado di farlo perdere”. Restai sorpreso dal sorriso di approvazione di Zingaretti e dall’applauso spontaneo di buona parte del pubblico. Eravamo comunque in “casa Pd”.

Ora sarebbe ingiusto e ingeneroso affermare che il Pd ha fatto perdere Zedda. Il divario di partenza col centrodestra era così ampio che ci sarebbe voluto davvero un miracolo. Poi si sono aggiunti la sorprendente tempistica della rivolta dei pastori e l’arrivo di Matteo Salvini. Di certo, però, il Pd non ha aiutato l’operazione politica di Zedda come avrebbe potuto. Cioè, per esempio, procedendo a un radicale rinnovamento delle proprie liste e magari rinunciando, per motivi di opportunità politica (e non per un giudizio negativo sull’operato) ad alcuni assessori uscenti.

Per questo sono apparse sorprendenti certe dichiarazioni post-elettorali che sottolineavano anche con un po’ di enfasi il fatto che il Partito democratico, col suo 13,5 per cento, è “il primo partito della Sardegna”. Per carità, dal punto di vista aritmetico nessuno lo può negare: il Pd è davvero il primo in classifica. La demenziale legge elettorale, la frammentazione delle liste, il crollo dei 5 stelle hanno prodotto anche questo miracolo. Ma se l’idea del “siamo il primo partito” fosse introdotta nella discussione per la scelta del candidato del centrosinistra alla successione di Zedda, saremmo a qualcosa che va oltre il riproporsi delle “cattive abitudini”. Saremmo alla follia.

Il Pd non è – anche stando nella sola area del centrosinistra – il “primo partito”. Il primo partito è quello che risulta dalla sottrazione dei voti del Partito democratico (13,5 per cento, ricordiamo) a quelli che ha ottenuto Massimo Zedda (32,9 per cento). Prendiamo la calcolatrice: il risultato è 19,4. Per essere ancora più chiari: siamo, in Sardegna come nel resto del Paese, alla fase iniziale della ricomposizione-rianimazione di un’area progressista della quale il Pd è una componente. Concetto che pare essere ben chiaro a Zingaretti. E che con tutta probabilità è anche alla base del suo successo alle Primarie. C’è da augurarsi che ce l’abbiamo altrettanto chiaro i dirigenti sardi del Partito democratico.

Anche perché nelle elezioni per il sindaco di Cagliari è molto improbabile che il centrodestra presenti un candidato come quello che è stato presentato alle Regionali (e che pure ha stravinto). C’è da aspettarsi una figura dal curriculum immacolato, esperta di gestione e magari anche nuova alla politica. Non sarà, insomma, una battaglia facile. Il candidato del centrosinistra va scelto in modo trasparente, coinvolgendo l’elettorato dell’area, magari attraverso elezioni primarie aperte, e in continuità con l’esperienza di Zedda (che è stato rieletto sindaco per due volte consecutive). Facendo anche tesoro dell’esperienza vincente di Andrea Frailis.

In conclusione: a Cagliari, ancora più che alle Regionali, il Partito democratico non ha la forza autonoma di far vincere il centrosinistra. Ma può farlo perdere se cadrà nella tentazione di riprodurre le consuete dinamiche di perpetuazione dei gruppi dirigenti e dei potentati locali.

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