Carbonia in bianco e nero

di Raffaela Giulia Saba. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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E. aveva i capelli bianchissimi e sempre un sorriso. Il suo cognome e la sua età, 81 anni, li ho scoperti dal manifesto, dopo che una sera di un marzo non troppo lontano ha chiuso gli occhi, senza preavviso, in solitudine. 

Abbiamo vissuto vicino per qualche anno, in una via rumorosa e allegra, al bordo della città; una di quelle vie circondate da quello che chiamiamo Monte, senza che lo sia davvero, eppure ad appena qualche minuto dal centro. 

E. si sedeva spesso al sole, sul terrazzino basso di trachite, a rammendare calzini e pantaloni, a chiacchierare con chi usciva di casa o ci faceva ritorno. Con indosso gli abiti buoni incontrava le persone della sua età, nei gradini dei portici di fronte al Mercato Civico o sui sedili di granito della Passeggiata. 

Mi chiamava Signora anche se non avevo nemmeno trent’anni e bussava con discrezione per regalarci i pomodori secchi che aveva appena preparato, una fetta di torta, qualche verdura fresca dal suo orticello. 

Nella sua casa piccola e modesta non abitava nessun altro; non aveva avuto figli né una persona con cui condividere la vita, o forse sì ma a quel tempo già non c’era più. Aveva vissuto fuori: ma non in continente eh, in Germania. 

Canticchiava spesso e la sua voce arrivava attraverso il muro che separava i nostri bagni. Scriveva, scriveva moltissimo, agende, quadernini, fogli sciolti ricoperti di una grafia corsiva e traballante. 

Dopo la sua morte tutte le sue parole e molte delle sue cose sono rimaste per qualche giorno sul terrazzino basso, in attesa forse di essere buttate. Mi sono fermata a fissare quei mucchi, con il desiderio di portare via qualcosa, di salvarne il ricordo. 

Ho pensato spesso a E. in questi anni, ho pensato di portare un fiore sulla sua tomba, che non so neppure in quale parte del cimitero sia – probabilmente quella nuova, vicino al muro di cinta superiore. 

Ho pensato alla sua vita, a quello che avrei voluto sapere e avrei potuto chiedere. Forse la sua famiglia, come tante, era arrivata da fuori, per lavorare, o forse già abitava in questa zona prima della sua nascita e di quella di Carbonia. 

Mi sono chiesta se avesse lavorato in miniera, se ricordasse qualche battaglia; se avesse frequentato le sezioni di partito e le terrazze, dove pare si ballasse la domenica pomeriggio, nei ritagli di tempo libero. Cosa ne avesse causato la partenza e poi il ritorno. 

Se avesse abitato altre case o se quello fosse sempre stato il suo quartiere. Forse faceva la spesa nella bottega di Signora Mirella, che oltre le porte di vetro e legno verde custodiva in due stanzini tutto ciò di cui potevi aver bisogno o desiderio; e pregava sulle sedie di pelle marrone della chiesa di Don Bosco, che ha le capriate in legno e il prete operaio e professore. Sicuramente aveva partecipato alla gloriosa Festa della Lumaca, dove una volta avevano suonato i Tazenda; quella che facevano nel campo di calcetto della Parrocchia, ora fatiscente ma per decenni teatro di cannonate e prime volte. Magari aveva visto i ragazzini scrivere Puma sul muro di una casa, con la vernice rossa, segnalando inequivocabilmente che lì il nascondino era una cosa seria. E magari ci aveva anche giocato, come facevano gli adulti con noi bambini, qualche via più in basso, nelle notti d’estate. 

Avrei voluto sapere di come aveva guardato la città cambiare, sotto la spinta di nuovi modi di produrre e di consumare; ingrandirsi con i nuovi quartieri di villette, e poi cominciare a riscoprire il valore delle sue architetture e dei suoi spazi, proprio quando questi iniziavano a spopolarsi. 

A te la Piazza piaceva di più prima del restauro, quando ci passava la strada intorno e c’era la fermata dei bus ai giardinetti di fronte al dopolavoro? O ti piacciono queste linee decise, questo biancore che ricorda quello della Santa Barbara protettrice dei minatori nel chiostro di San Ponziano? 

Tutto questo biancore che, possiamo dire un po’ banalmente, contrasta con il nero da cui siamo emersi e su cui camminiamo, che volenti o nolenti ci accompagna sempre, come un’ombra talvolta protettrice talvolta minacciosa. 

Ci pensavate mai, da giovani, all’unicità di questo posto, alla stranezza di questa città, al fatto che questa comunità acerba la stavate inventando voi? 

Chissà se questa comunità ti ha salvato qualche volta, quando e se mai hai sofferto per solitudine o per tutto ciò per cui è possibile soffrire. Chissà se hai mai sentito di farne parte, di avere un tuo posto e un tuo compito al suo interno. Come lo avevi in quella via, dove la tua cortesia si riverberava; da dove un giorno hai voluto montare in macchina per farci vedere, dalla strada, il punto in cui sul colle di Sirri nasce una cascatella inaspettata.

Raffaela Giulia Saba (1988) è nata a Carbonia, dove vive e lavora come operatrice culturale. Dedica parte del suo tempo libero all’associazionismo, alle passeggiate e a cercare di farsi un’idea su ciò che le succede intorno e le interessa, ma non sempre ci riesce.

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