Carloforte, un briciolo di terra

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Ogni volta che metto piede sul ponte di coperta, su un traghetto che sembra venuto fuori da una vecchia fotografia, comincia un viaggio: non importa dove mi condurrà, se lontano o a pochi chilometri: il viaggio intanto comincia dentro.

Così fu la prima volta che lasciai l’isola e allo stesso modo ogni volta che ritorno.

La nostalgia ha il profumo del gasolio, del gas di scarico incenerito dal camino; di fumo nero e denso e di mare. Per questo ogni porto del mondo mi regala l’illusione di essere a casa.

Carloforte è stata costruita sopra una briciola di terra e gettata via chissà da quale tovaglia nel Mediterraneo.
Oggi l’isola ha i colori della malachite mentre con le sue braccia di pietra accoglie un suono breve di sirena durante la manovra di attracco.

E intanto penso: non importa che cosa hai fatto nella vita, se sei un avvocato di successo, un giornalista, un navigante o un rinomato chirurgo, quando ritorni au paìze sei di nuovo quello che questi carruggi hanno forgiato.
Sei il nipote di Torino, quello che aggiustava gli orologi nella rivendita di macchine da cucire Singer, vicino alla chiesa.

Sei sempre quello che d’estate monitorava gli sbarchi sul molo quando cominciava la caccia alle turiste, anche se poi finivi per innamorartene e ipotecavi tutto l’inverno successivo a scrivere strazianti lettere d’amore, mettendo un pizzico d’odio verso un’isola che ti imprigionava.

Sei quello che andava a vedere le partire di pallacanestro e attendevi con ansia quando la tifoseria di casa avrebbe buttato l’arbitro in acqua nel Canale delle Saline.

Sei sempre quello che giocava a pallone in via Corvetto, in un campetto sterrato in pendenza, e quando Giacomo incitava gli altri compagni durante una punizione «tira una cannonata!» ti emozionavi e speravi che il Supertele trascinato dal vento non finisse nei fichi d’india o nel giardino di quello che lo avrebbe aperto in due con un coltello.

Sei sempre lo stesso che dopo una notte in discoteca al Marlin, andavi da Gigìn a mangiare paste con la crema e tramezzini, oppure a far la fila da Maurisiéddu per una focaccia appena sfornata.

Sei sempre quello che seguiva la processione della Madonna dello Schiavo prendendo alcune scorciatoie e, tra una tappa e l’altra, ti facevi trascinare da Giuseppe alla banchina per catturare alcune gritte (granchio corridore), e ridevate pensando alla faccia degli sbadati che avevano lasciato il finestrino dell’auto aperto quando avrebbero trovato la sorpresa.

Sei sempre quello che quando tuo nonno, durante la vendemmia, ti incaricava di tenere il conto delle ceste, conservando in una brocca un acino per ognuna, aspettavi ansioso il primo zampillo di mosto dal torchio.
Sei sempre quel ragazzo che fumava le prime sigarette di nascosto nei carruggi e con gli amici facevi le interminabili vasche in piazza.

Sei sempre quel ragazzo che attendeva ansioso il tramonto alla Caletta e potevi giurare di aver sentito un crepitio quando il sole raggiungeva la linea del mare.

Sei quello che rideva e forse un po’ se la prendeva quando a scuola, i pendolari di Portoscuso, scherzando, ti dicevano «quand’è che venite un po’ in Sardegna voi?». E quando ti dicevano «hai detto cavallo?» tu non capivi a che cosa si riferissero con quell’espressione divertita.

In realtà in Sardegna ci andavi ogni volta che serviva fare i prelievi del sangue, una visita in ospedale o accompagnare tua nonna all’UPIM di Carbonia.

E quando ci sei andato davvero a vivere in Sardegna, hai lasciato un pezzo di te indietro, su quella briciola galleggiante, con la scusa di tornare ogni volta che avresti voluto per riprendertelo.

Antonio Boggio

Nato a Iglesias e cresciuto a Carloforte, vive e lavora a Cagliari. Un suo racconto è uscito per l’antologia Paranoie (Cenacolo di Ares, 2014). Insieme ad altri scrittori ha partecipato alla stesura del Repertorio dei matti della città di Cagliari (Marcos Y Marcos, 2016) curata da Paolo Nori.

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