C’era una volta Mulinu Becciu

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Cagliari, Mulinu Becciu (foto dal gruppo Facebook "Amici di Mulinu Becciu)

Per un sacco di tempo a Cagliari c’è stata una sola rotonda. Dalle scuole guida di tutta la città gli apprendisti automobilisti venivano portati là, facevano via Is Cornalias sino alla fine e poi infilavano quell’enorme aiuola tra via Giotto e via Piero della Francesca. Un giro e poi di nuovo fuori dal quartiere, senza esserci davvero entrati.

Nessuno entrava per caso a Mulinu Becciu: costruito fuori dal confine estremo della città, al di là del cimitero, il quartiere era incastrato tra la strada statale e il nuovissimo ospedale Brotzu. Dentro non c’era quasi nulla: il primo supermercato fu aperto dopo anni, e fu un evento. Vennero Gigi e Andrea ad inaugurarlo, firmarono autografi per tutto il pomeriggio dietro il bancone dei salumi.

L’unico collegamento con la terraferma era il 14. Il bus partiva da giù, dalla fattoria, faceva il giro dei palazzi, imboccava la rotonda e usciva verso il mondo esterno. Cagliari iniziava in piazza S. Michele.

La prima volta che sono uscita dal quartiere sul 14 avevo 8 anni, sono andata con mio fratello e gli amici al cinema, uno di quelli di via Roma. Davano Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Il film mi era sembrato bello, ma ancora più bella mi sembrava la vita dei quattordicenni che potevano salire sul bus, cambiare a S.Michele, e arrivare da soli in centro.

Quando iniziavi ad uscire dal quartiere scoprivi che essere “una di Mulinu Becciu” aveva delle implicazioni. Una volta alle superiori un tipo della Cagliari-bene fece saltare un appuntamento con la mia amica perché aveva scoperto dove abitava. Il quartiere, per chi non aveva mai avuto l’ardire di avventurarsi oltre la frontiera del cimitero, era un posto oscuro e pericoloso, popolato solo da spacciatori ed eroinomani. Dentro era diverso.

Vista da dentro Mulinu più che un’isola era un arcipelago, con le case popolari, le case parcheggio, le cooperative. “Di che palazzina sei?”, “di che via sei?” erano come il “fill’e kini sesi?” – di chi sei figlio? – in certi paesi. D’altronde, in un quartiere di diecimila persone, tutte arrivate tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80, i vicini di casa contavano più dei padri.

Io ero della cooperativa Rinascita: da qualche parte avevo letto che era lunga oltre un chilometro, dentro avevamo campetti e sale dove gli anziani giocavano a carte. L’Alfa aveva il campo da basket e ascensori diversi per i piani dispari e quelli pari. La Marghine sembrava Indastria, tutta avvolta su sé stessa, con gli appartamenti a due piani che davano sul ballatoio e il campo da calcio nel mezzo. Poi c’era la cooperativa dei Ferrovieri, molto quotata, mentre i Carabinieri non avevano nulla da farsi invidiare tranne il bus che d’estate li portava al Poetto, risparmiando loro un’ora sul sedile rovente dei mezzi ACT.

Le cooperative avevano i giardini e gli spazi comuni, le case popolari avevano i cortili spogli, e le case parcheggio avevano solo i parcheggi. Lo imparavi subito che qualcosa non andava, nel modo in cui era organizzato il mondo.

Lo imparavi appena entravi a scuola. A Mulinu facevamo quasi tutti le elementari in via Crespellani, dove ora c’è la stazione di polizia, e le medie all’Alziator. Poi c’erano quelli che andavano a Su Planu, frazione satellite della borghesia selargina, perché i genitori avevano paura che nelle scuole di quartiere facessero cattive amicizie. Dopo restavano così, continuamente sospettati di sentirsi superiori. “La’ di non crederti troppo”. Una delle cose più brutte, a Mulinu, era vergognarsi di essere di Mulinu. La più brutta di tutte, però, era non essere considerati di Mulinu.

A scuola scoprivi che esistevano famiglie con un solo figlio, quelle con 2 o 3 figli, quelle con 8 o 10 figli, quelle con due padri, quelle con una nonna e nessuna madre, quelle con madri giovanissime che sembravano sorelle, quelle con padri lontani davvero e quelle con padri lontani perché a Buoncammino. Il  mio compagno T. ascoltava sempre Nino d’Angelo perché il padre era andato a vivere a Napoli, ma mica lo sapevamo se fosse vero. D’altronde la mia vicina di casa continuò a sostenere che il figlio si era imbarcato, anche dopo che l’Unione aveva scritto che l’avevano preso mentre spacciava.

A scuola scoprivi che l’arcipelago era persino più complicato di come appariva a prima vista. Un anno arrivò nella mia classe una bambina nuova. “Di che palazzina sei?” Venne fuori che non era di nessuna palazzina, la sua e altre famiglie avevano occupato l’edificio abbandonato che stava proprio dietro casa mia. Rimase con noi per pochi mesi, poi la sua famiglia fu allontanata e l’edificio murato.

È rimasto murato per quindici anni: quando è stato riaperto e trasformato in un centro sociale rivolto agli abitanti del quartiere, Mulinu era cambiato. Meno giovane, con un parco e qualche servizio in più. Tecnocasa ora lo propone come “zona residenziale”, grazie al verde dei cortili e alle strade eccezionalmente larghe.

Ormai sembra quasi Cagliari, puoi addirittura arrivare in via Roma con un solo bus.

Valeria Deplano

E’ nata a Cagliari, cresciuta a Mulinu Becciu e vive a Is Mirrionis. Si occupa di storia più che di storie, ma spesso il confine è labile.

(foto dal gruppo Facebook “Amici di Mulinu Becciu”)

 

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