Chicago ricorda Vittore Bocchetta, partigiano, artista e testimone del nostro tempo

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Giuliana Adamo e Vittore Bocchetta

Giuliana Adamo, docente di Lingua e Letteratura italiana al Department of Italian del Trinity College di Dublino, è anche l’autrice di Vittore Bocchetta, una vita contro (Cuec, 1912) la biografia di quest’uomo straordinario, il nostro Testimone del tempo che lo scorso novembre ha compiuto cent’anni. Martedì 22 gennaio, Giuliana Adamo ne ha parlato all’Istituto italiano di cultura di Chicago, città dove Vittore Bocchetta ha vissuto trent’anni lasciando un ricordo indelebile negli ambienti culturali. Ecco il racconto di quella giornata.

Martedì 22 gennaio 2019, in occasione della settimana della Memoria, sono stata invitata dalla direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Chicago, Alberta Lai, a parlare dell’esperienza di Vittore Bocchetta (nato a Sassari il 1918), quale esempio di coraggio, resilienza ed ingegno estremi che gli hanno consentito di opporsi sempre, resistere, sopravvivere in condizioni estreme. L’invito della bravissima e sensibile Lai, è stato arricchito dalla breve presentazione di Vittore e del mio lavoro su di lui (Vittore Bocchetta. Una vita contro, Cuec, 2012) da parte del Linceo Paolo Cherchi, grande studioso e professore emerito, originario di Oschiri.

La serata, nella bella sede dell’Istituto al numero 500 della Michigan avenue, l’arteria più importante del cuore (Loop) di Chicago, si è svolta in un’aula piena, con un pubblico concentrato, silenzioso, partecipe. Il mio racconto ha abbracciato alcuni punti essenziali della vita fuori dall’ordinario di Bocchetta negli anni 1940-1945 all’insegna di antifascismo, deportazione, sopravvivenza ai campi e alla marcia della morte, e negli anni 1949-1989 dell’autoesilio e della lotta quotidiana per sbarcare il lunario e trovare la sua strada artistica e accademica nelle Americhe (Argentina, Venezuela, Stati Uniti d’America).

Chicago – dove Bocchetta ha vissuto, studiato, lavorato, pubblicato (volumi accademici, vocabolari) e creato (sculture e pitture) – è rimasta cara alla memoria dell’oggi centenario Bocchetta, di recente (finalmente) insignito dal presidente Sergio Mattarella, motu proprio, del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana. Ragion per cui è stato un grande onore per me tornare, quasi in sua vece, nella città da lui amata, dove ha trascorso quasi 30 anni, anche belli, della sua lunga e difficile vita. E Chicago ricorda Bocchetta esponendo in modo perpetuo le sue opere scultoree tra cui l’imponente Mother Earth (marmo e acrilico) nella magnifica Harold Washington Public Library.

Il mio racconto in inglese è stato intercalato dalla mia lettura di brani di Bocchetta dal suo solo testo autobiografico finora uscito anche in inglese, dal titolo Eye of the Eagle (1991). Si tratta della storia degli episodi cruciali avvenuti in quello che lui ha definito “quinquennio infame” e che lo vedono diventare, da antifascista per caso, grazie alla frequentazione di maestri esemplari arrestati, torturati, deportati insieme a lui – fra tutti l’umanista Francesco Viviani (1891-1945 Buchenwald)- sempre più convinto della necessità di porre un argine all’obbrobrio nazi-fascista.

Bocchetta nel corso degli anni continuerà strenuamente ad ampliare e arricchire di nuovi documenti quel nucleo narrativo originario (I edizione italiana nel 1989 col titolo Spettri scalzi della Bra, Bertani editore), fino al recente Prima e dopo. “Quadri” 1918-1949 (2012, Tamellini editore).

Nell’ultima parte del mio intervento mi sono soffermata sul problema della memoria individuale, importantissima ma “fallace” come ci ricorda Primo Levi, e sui problemi correlati alla necessità di porre ostacoli alla sympathia verso la propria fonte (Vittore) da parte di chi ne accoglie la testimonianza (io,) in modo da fare emergere la massima obiettività nella mia resa della storia dura e tormentata del testimone. In questa che gli storici (Wieviorka) hanno definito “l’era del testimone” orale, la macro-Storia nel suo rintracciare il ‘quando’ e il ‘come’ che le sono pertinenti deve potere anche dare conto della plurivocità delle micro-storie di coloro che la attraversano.

Man mano che il racconto e la lettura dei testi scorrevano il pubblico sempre più attento e curioso seguiva il discorso facendo trapelare una grande empatia che, alla fine, è culminata in una ridda di domande e interventi, chiusi da un lungo applauso rivolto a Vittore.

Il giorno dopo, dato che parecchi avevano mostrato il desiderio di leggere il suo libro, dopo aver controllato sul WorldCat in che biblioteche americane fosse presente, e notando che mancava nella Harold Washington Library, che ospita al pianterreno la statua di Vittore, sono andata a donare la mia copia di Eye of the Eagle alla loro Special Books Collection, a nome dello stesso Vittore.
Spero gli faccia piacere sapere che a Chicago ci sono persone che lo hanno conosciuto e che lo salutano caramente (tra cui la moglie di Len) e altre che sono “eager to read him” (desiderose di leggerlo).

Giuliana Adamo

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