Cinquanta sfumature di Quartu

di Andrea Deiana Porcu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Quartu Sant'Elena

I nomi dei rioni a Quartu Sant’Elena li hanno solo i quadranti del vecchio paese levantino. Is Argiolas, Cuduleddu, sa Burra, Funtana ‘e Ortus, Vallascas, Pirastu, s’Isula deis topis. Un miracolo che denominazioni e luoghi resistano ancora oggi, inevitabilmente mutati dal passare del tempo i secondi e resistenti all’oblio della toponomastica i primi. Cosa da non dimenticare, se vi capita di andarci (i nuovi abitanti lo ignorano, ma gli autoctoni sono intransigenti): le L intervocaliche vanno pronunciate con un leggero scatto gutturale, sospeso tra la R moscia francese e un improvviso prurito alla gola. Se vi vengono all’orecchio i più classici sintomi della broncopolmonite non è nulla, niente paura, avete appena sentito parlare una massaia quartese.

Quartu oggi non comincia da nessuna parte. Solo i più sprovveduti e i più superficiali credono di “entrare” a Quartu. O di uscirne. Da Cagliari – a loro dire – imbocchi viale Marconi e ci finisci dentro, senza muovere particolari muscoli che non siano quelli del piede e del polpaccio che pigiano sull’acceleratore. O gli ingressi “dal mare”. Un gioco da ragazzi: dal Poetto guadagni lo stagno, la vecchia Bussola ed eccoti in viale Colombo oppure più in là, meno appariscenti, quasi a disegnare un arco, gli ingressi di via Fiume, di via Pitz’e Serra e infine quello “nostro” di viale Marconi, che taglia in due la città o, se preferite, ex-paese. Ma Quartu non “comincia” né “finisce”. Il suo perimetro resta invisibile. Noi che ci siamo dentro lo sappiamo.

Il mio rione non ha mai avuto un nome e nessuno deve aver mai pensato di dargliene uno. Assai sconveniente dare un nome a una terra di mezzo schiacciata tra Pirastu e Pitz’e serra, rione nuovo che incombe sul resto della città e che è visibile da ogni lato. Una pesante serpentina di palazzi a schiera, morbida e inconcludente, con al centro una chiesa ancora in fieri, in pieno stile nonfinitosardo o, se volete, nimancu cumintzau.

Il mio rione, dicevo. Vie asfaltate e diritte, incroci squadrati, case a colori pastello, spesso rosa, rosa scuro, rosa chiaro, rosa antico, rosa magenta, rosa fucsia, rosa shocking, rosa caldo, rosa zucchero filato, rosa fenicottero (il più amato di tutti per ragioni patriottiche). Il “rosa Quartu” li racchiude mirabilmente tutti.

E – vado a memoria, ora che è quasi tutto scomparso – radure improvvise, scorci sberciati e campi spelacchiati, piccole steppe sarde piene di cartacce, ghindolus e giornaletti porno, scheletri di biciclette e chissà perché tricicli e mobilio vario. Il mandorleto di via Giotto, il podere del porcaro, il cimitero, l’argine e i suoi “discesoni”, come li chiamavano noi, perfetti per le biciclette, e che tanti lutti di rotule e di colonne vertebrali addussero a noi Achei sant’elenini.

Questo è il periplo che abbiamo conosciuto e ripetutamente percorso, inseguiti in piccole risse di quartiere (le susse erano all’ordine del giorno), infinite sessioni di nascondino, giochi con le biglie, nascondino (in cinquantaquattro), passeggiate nei pigri dopopranzi estivi e giri in sella a Grazielle senza parafango.

Il mandorleto di via Giotto era incredibile. Di pomeriggio la scena era sonnolenta. Il presagio si rinnovava ogni giorno. Sentivamo da lontano il ronzare dei Sì o dei Bravo che si avvicinavano alla catapecchia del porcaro, contornata e protetta da una linea di muro in blocchetti e fichi d’india. Davanti alla porta in metallo sgangherato spegnevano i motori, scendevano dai ciclomotori, schiamazzavano un po’ e poi si facevano. Cadeva il silenzio, me lo ricordo bene. Poi ripartivano, pigramente, rallentati dalla sostanza.

Se non c’erano i tossici, c’erano però le coppiette che si appartavano tra i mandorli a un tiro di schioppo dalla vecchia cantina sociale. A parte il cuore a mille per l’emozione di un gesto che ancora ci era estraneo e furtivo (nonostante i “giornaletti” disseminati nel nostro rovesciato grund molnariano), avevamo sufficiente baldanza e delinquenza nelle vene per darci dentro con urla sovrumane e incomprensibili all’indirizzo di quelle povere auto (“AMMONTANNURRICCA!!!” era uno di quelle e al riguardo i filologi del Campidano ancora tacciono) e con piccole pietre, a volte medio-grandi, ma spesso e per fortuna fallivamo il bersaglio. Avevamo comunque cura di non avvicinarci mai troppo.

Ma i discesoni dell’argine erano l’articolo migliore. Ce n’erano tre, ben visibili anche in mezzo alla vegetazione seccata e smagrita dell’estate. Una per principianti assoluti e la lasciavamo a sei-settenni, una per duri (in particolare cussus de Funtana ‘e Ortus, irascibili e temutissimi) e una, la più inaccessibile, sceti po is tontus, pericolosa e proibitissima. Milioni di biciclette, di Ciao, di Califfoni, di Elephant, milioni di pomeriggi e di sere d’estate, milioni di volate sopra due-tre-quattro pneumatici impilati alla bisogna.

La sterpaglia oggi si è ripresa tutto. Niente è rimasto, oggi che Pitz’e Serra fa ombra a tutto il resto e sembra avere ineluttabilmente vinto. Ma all’epoca del mandorleto di via Giotto per noi non contava nulla ed esisteva appena. Distava da noi ancora molti giorni.

Andrea Deiana Porcu è nato a Cagliari, ma ha sempre vissuto a Quartu Sant’Elena, dove ha radici e parenti stretti. Svolge la professione di insegnante di scuola pubblica. In passato, sotto il nome di Salvidia, ha pubblicato due libri di poesie, “Notturno” e “Sorella rugiada”.

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