Colpo di fulmine a Ortueri

di Danilo Lampis. Isole minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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1984
Ortueri

«Descrivi il tuo villaggio e diventerai universale; se cerchi di descrivere Parigi, diventerai provinciale», diceva Ciccìttu Masala. Ebbene sì: per conoscere l’Altrove ed esserne riconosciuti, bisogna conoscere il Qui, che comprende se stessi e la comunità che si sceglie di vivere. Diversamente si incorre nello spaesamento, nella percezione di vivere in un luogo dove non è successo e non succede nulla, al quale rassegnarsi o dal quale fuggire.

Ortueri, piccolo centro tra le colline del Mandrolisai, è il luogo che mi ha visto crescere, dal quale sono andato via e al quale ho fatto, momentaneamente, ritorno. Come per ogni paese dell’Isola, anche qui esiste una prosa della storia inascoltata, messa ai margini da quella scritta dai e per i potenti. Per darle voce bisogna far intervenire la memoria orale, conservata dagli anziani, sulla visione, le storie e i luoghi del presente. Un tale mix permette il rovesciamento dello sguardo, la presa di coscienza dell’importanza della propria differenza e la voglia di voler fare qualcosa per lei. In altri termini ad amarla perché, dopotutto, l’amore nasce con uno sguardo particolare, con un colpo di fulmine.

Iniziando una passeggiata per il paese con questo nuovo sguardo, ci si può inizialmente lasciar trasportare dai ritmi dei lavori a mano degli artigiani del legno, del ferro, del tessuto, delle pelli che hanno animato Ortueri e che, anche se in numero sempre minore, testimoniano la laboriosità e l’intelligenza pratica della comunità.

Altresì, si possono osservare i momenti di condivisione e socialità contraddistinti da un equilibrio tra sacro e profano. Per esempio, durante Santu Nigola, accanto alla compostezza della processione religiosa, c’è sempre un grande vociare entusiasta per la preparazione de s’angùle, uno dei dolci tipici del paese, di origine bizantina. Sempre per l’occasione, si può partecipare a s’addiu o, per la festa di Santa Maria, si può osservare l’intrepida arrampicata di qualche giovane in sa bandela, un tronco alto anche venti metri, che prova a vincere il drappo di seta, su pannu, e un gallo.

Ma ci sono anche i momenti di socialità legati agli appuntamenti del calendario contadino, da s’incungia – la mietitura – all’uccisione del maiale, da su tusorgiu – la tosatura delle pecore – alla vendemmia. Occasioni dove il sacro lasciava spazio al pagano, non solo grazie ai fumi dell’alcol del vino rosso. Per esempio, in occasione dell’impianto di una vigna, il proprietario veniva legato, inghirlandato con frasche e riportato in paese con il carro: trasformatosi in Bacco, incitava parenti e amici a festeggiare, senza limiti, fino a tarda notte. Stessa atmosfera che si percepisce per Sant’Antoni e su Fogu che, dopo is inghirios dei tredici Antonio che recitano il Credo in limba attorno a is tuveras e il taglio de su panisceddu, vede protagonisti della notte i ritmi pagani prodotti dal passo de is Sonaggiaos e s’Urzu, che aprono il carnevale. Alla visione possono apparire anche i balli nelle abitazioni private contro i voleri del parroco, che male vedeva quei corpi stretti, quel sudore e quella felicità così terrena che invece oggi, pienamente accettata, continua ad animare le feste grazie all’impegno profuso da un giovane gruppo folk.

Tra i santi e le peripezie della gente comune c’erano pure i versi delle decine di poeti dialettali, forse la più forte testimonianza della creatività artistica della comunità. Poesie, artisti, cori, ma anche musiche d’importazione: qui si poteva e si può sentire la Seattle degli anni ’90, la Sidney della metà dei ’70, il Regno Unito della fine anni ’60. Con il suo Sunshine Day Festival, il Baufest, i concerti in giro per il paese, Ortueri è una storica patria per il rock ‘n’ roll del cuore dell’isola.

In questa scoperta tra passato e presente, può capitare di imbattersi in qualche asinello che, senza bisogno del padrone, fa ritorno a casa con le bisacce piene. Piccolo, dolce e mansueto, ha rischiato di essere archiviato con la modernizzazione dell’agricoltura. Venticinque anni fa, un’amministrazione scelse di salvarlo dall’estinzione costruendo a Mui Muscas il parco dell’asino sardo, dove chiunque può riscoprire le qualità dello storico e fedele compagno del contadino.

Proprio lì accanto c’è la casa del campo da tiro, il posto più pubblico che possa esistere: in seguito ad un vile attentato, con uno schiaffo di partecipazione, cooperazione e amore per il bene comune, gli operai del paese la ricostruirono gratuitamente, col sostegno morale ed economico di tutta la comunità.

Stesse qualità che ebbero le mamme della fine degli anni ’60 che, bloccando la statale 388, ottennero il pullman per consentire ai figli di poter frequentare le scuole superiori di Sorgono; oppure, di tutta la comunità a metà degli anni ’70 che, con una lotta durissima, ottenne che le case destinate agli operai di Ottana venissero costruite in paese.

Ma sono soprattutto le campagne che vanno ascoltate: luoghi della solidarietà, del sudore degli uomini e delle donne nei campi da seminare e lavorare, della trasmissione di saperi nella “scuola impropria” che era il lavoro; dei colpi di scure degli esperti estrattori, seguiti dai raccoglitori, che hanno reso famosa Ortueri anche oltremare.

Tuttavia, al termine della passeggiata, ci si rende conto che il colpo di fulmine non è indolore: nei silenzi assordanti di alcune strade si sente un lamento per tutti quelli che non arrivano o che sono stati costretti ad andarsene. È il lamento di un luogo spopolato che ha fame di nuove voci ed entusiasmo per non perdere definitivamente la propria anima. Sta a dirci che c’è tanto da recuperare e innovare, perché il paese non sia un relitto fuori dal tempo o una periferia insignificante.

In fondo, le storie e i valori di cui si è parlato sono universali, degni di esistenza e ricordo. È con questa consapevolezza, con questa memoria produttiva, che ci si può sentire presenti a se stessi e in cammino verso un futuro tutto da scrivere.

Danilo Lampis

E’ cresciuto a Ortueri. Ha preso la laurea triennale in filosofia a Roma e la magistrale a Bologna. A dir la verità all’università ci è andato ben poco, preferendo le battaglie per la scuola pubblica e contro la precarietà. Da qualche mese è rientrato nell’Isola, convinto che si possa costruire un’alternativa partendo dal riscatto dei suoi paesi.

 

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