Con l’incompetenza (anche nell’Isola) la paura vince, la speranza muore

Il "principio speranza" e il "principio paura". Un'analisi, in chiave isolana, attorno alla riflessione svolta da Antonio Scurati sul Corriere della sera.

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Da Ar2life

Dall’inizio di questo nuovo secolo, o giù di lì, in gran parte della nostra gente, in indifferenza di sesso, età e condizione sociale, il “principio speranza” (che per lunghi anni aveva orientato positivamente la bussola della politica) è stato spazzato via dal “principio paura”, come senso di forte allarmismo e di chiara sfiducia nelle istituzioni in cui si articola il potere democratico. Con la precisazione che con il termine “paura” si fa riferimento ad un’ampia gamma di sentimenti politici e parapolitici, che abbracciano la delusione, lo sconforto, lo smarrimento, il senso d’essere stati abbandonati e traditi fino all’astio ed alla rabbia vendicativa. Nei confronti dei politici eletti in quelle istituzioni.

Questa dura ed acre analisi socio-politica è dello scrittore Antonio Scurati (l’autore del best seller M il figlio del secolo) apparsa alcuni giorni fa sul Corriere della sera e che chi scrive ha molto apprezzato e che condivide in gran parte. Perché è proprio quel “principio paura” ad avere impresso al voto una straordinaria volatilità, per cui – dicono gli analisti – oltre un terzo del corpo elettorale nelle tre o quattro consultazioni succedutesi dal 2018 in avanti non ha votato per lo stesso partito o movimento.

Proprio i contenuti di quest’analisi aiutano a riflettere sullo stato politico della nostra Sardegna, divenuta anche elettoralmente terra di profondi rivolgimenti. Perché in quel voto si nota più rabbia che convinzione, più risentimento vendicativo che attenta valutazione di capacità e programmi. Cioè si vota più per mandar via chi c’era che per premiare chi più merita e convince.

La stessa apparizione dei 5 Stelle (il partito c.d. del “vaffa”) con i loro exploit elettorali confermerebbe queste osservazioni. Quasi che alla Piazza – qui intesa nell’insieme della gente che vota o che si astiene dal votare – piaccia più essere pars destruens che construens. Perché sfiduciata, delusa, incazzata.

Ci sarebbe comunque una riflessione in positivo da dover fare, e che lo stesso Scurati avanza, seppur timidamente. Un possibile futuro per un ritorno ai valori del passato non può risiedere in altro se non nel ritorno ad esprimere una politica, una visione della politica che sia orientata al futuro, che sia impegnata nel ridare una speranza di ricostruzione alle troppe macerie dell’oggi.

Per chi presta attenzione ai deludenti fatti politici di casa nostra (la Sardegna è il nostro orizzonte), il problema più grave sta proprio in quella visione al futuro che latita, che viene ignorata, su cui, forse, non si ha cognizione e predisposizione alcuna.

Ora, per le generazioni passate, quelle che vissero nell’Isola le stagioni politiche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, l’immaginazione e la conquista di un futuro lastricato di progresso e di benessere, erano state le molle per una militanza politica, attiva e partecipata, in quelli che erano stati i grandi partiti popolari ed a sostegno delle loro proposte per far rinascere la Sardegna. Oggi, sia che si guardi alle coalizioni celestine (centro-destra) od a quelle arancioni (centro-sinistra) che s’alternano – ormai da quasi un quarto di secolo – alla guida della Regione, lo squallore, un misto di incompetenze e incongruenze, pare dominare incontrastato. Ed è poi questa la motivazione di quel “principio paura” che va demonizzando le nostre élite politiche e, quel che è peggio, le nostre istituzioni democratiche ed autonomiste.

Perché se può esser vero che la Giunta Pigliaru abbia fatto assai poco (o niente) di sinistra (per parafrasare Nanni Moretti), non è che a quella guidata da Solinas si possa, in qualche modo, attribuire un orientamento di una destra illuminata e moderna, non sdraiata pericolosamente, come invece appare, nel populismo più confusionario ed inconcludente.

Ora, per chi scrive, con alle sue spalle una lunga militanza passata fra i cattolici democratici ed una partecipazione alla loro scuola politica, quel che offre attualmente il Palazzo regionale (qui inteso come la residenza dell’istituzione autonomistica) giustifica appieno quelle paure e quell’astio. A cui, purtroppo, non pongono rimedio alcuno le fonti informative locali (i c.d. media) e – soprattutto – le élite degli intellettuali, tutti sempre più distratti e disimpegnati nell’analizzare e nel correggere lo stato di malessere attraversato dall’Isola.
Rimane dunque, come conclusione, un segnale forte ed insieme un appello che andrebbe diffuso a gran voce: perché si ritorni a lavorare tutti insieme – Piazza e Palazzo – a un impegno positivo e concreto che ridia, con un risveglio di buona volontà ed un richiamo di giuste competenze, alla Sardegna e a tutta la sua gente, la speranza nel futuro e si scaccino definitivamente le paure e le rabbie del presente.

Paolo Fadda
(Economista, saggista, già dirigente del Banco di Sardegna)

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