Contro il tempo dell’odio ritroviamo le parole levigate dei maestri

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Michelangelo Pira

Cos’è la notizia? Ho sentito Enzo Biagi dire “non certo un asino a due teste”. Non sono sicuro dell’animale, mi difetta la memoria, ma ci siamo capiti. La pensa allo stesso modo Sergio Maldini nella collezione di articoli che compongono Il giornalista riluttante (Il Mulino, 1968). La notizia non è lo scoop, il clamore, la tivù del dolore, il fatto urlato, distorto, esagerato. È invece il quotidiano, raccontato, approfondito, accompagnato da parole levigate. Di Maldini, scrittore e inviato del Resto Carlino, conosco La casa a nord-est, Premio Campiello. Lui è morto nel luglio ‘98. Quell’anno e quel mese, mentre leggevo il libro, percorsi le strade della bassa friulana che portano alla mitica dimora delle radici. Vicino a Casarsa della Delizia, il paese di Pier Paolo Pasolini, dove il poeta è sepolto.

Alla scoperta dei tempi andati, che poi sono anche i nostri tempi, grazie a un grande “giornalista riluttante”, entusiasta della Roma anni sessanta, quando “giovani scrittori passavano intere serate a discutere sullo strutturalismo…” Maldini conosce le parole, le cerca e le incastra a meraviglia. Come fa Michelangelo Pira ne La rivolta dell’oggetto. E a proposito di parole levigate, Michelangelo ne è maestro. Invitava noi giovani a non abusare di “ma” e “se”e “forse”, ad essere semplici senza semplicismo, a imparare dalla scrittura di Marx e Gramsci. Grandi concetti espressi senza enfasi, con giovamento dei lettori.

Lui conosceva bene linguisti, formalisti, strutturalisti che ci hanno aiutato a capire gli
avvenimenti, i libri, gli spettacoli, facendo l’analisi del testo. E fece l’analisi dei comunicati delle Brigate Rosse, su Paese Sera diretto da Peppino Fiori. Quelle parole, sotto la lente dell’antropologo, divenivano ancora più esaltate, furiose, sconfitte. Una volta, alla Galleria d’arte moderna di Cagliari, Michelangelo Pira si trovò a difendere Joyce Lussu, che col suo carattere piuttosto deciso aveva fatto insorgere qualche intellettuale. E dopo quella conferenza insorse lui per l’uso inappropriato che era stato fatto di alcune categorie linguistiche.

La lingua dunque così cara a Gramsci e alla sua Sardegna. La lingua degli scrittori e quella dei giornalisti. Lo studio e la professionalità. Il talento e la passione. La capacità di cogliere il fatto, la notizia, nella vita di tutti i giorni. Con gli stessi strumenti, il saper leggere i passaggi della storia, il Covid e la società che cambia. In questo nostro tempo parlato con odio e tensioni forse è bene tornare ad alcuni maestri che ci rimandano ai loro maestri. I segni, Sos sinnos, direbbe Michelangelo Pira.

Il cast di Assandira: Marco Zucca, Anna Koenig, Gavino Ledda, Salvatore Mereu e Corrado Giannetti

E qui potrebbe aiutarci anche il cinema. Domenica 6 settembre, al Festival di Venezia, è stato presentato Assandira, l’ultimo film di Salvatore Mereu, tratto dal libro di Giulio Angioni, interpretato da Gavino Ledda. La Sardegna è scenario tragico in cui la vita sfida la finzione, il volto fronteggia la maschera. È scontro tra culture. Il mondo agropastorale che si trasforma e la falsa coscienza di chi vorrebbe confinarlo nel passato assoluto, magari a beneficio di turisti innamorati di qualcosa che non c’è più. Anche così si può incoraggiare la riflessione, la lettura attenta della realtà, con notizie giuste, con parole semplici. Che scorrono e si fanno lèggere. Anche leggère.

Attilio Gatto

 

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