Cosa serve alla Sardegna e al suo futuro

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Per poter dare un ponderato giudizio sull’attuale situazione economica della Sardegna, si dovrebbe partire dal confronto dei suoi dati (valori delle produzioni, dell’occupazione, della bilancia commerciale, ecc.) rispetto a quelli medi del Paese. Rilevandone gli eventuali scostamenti, in modo da poter verificare se gli andamenti siano, o no, in linea con quelli nazionali, e se siano necessari dei provvedimenti correttivi.

Parrebbe un metodo assai semplice, quasi banale, ma l’esperienza insegna che di questi tempi pare assai poco praticato. Soprattutto da chi, come la classe politica, lo dovrebbe acquisire come indispensabile bussola d’orientamento. C’è, a riprova, un precedente illustre che ne può attestare l’efficacia “politica”. La si ritrova in una lettera che Alberto Castoldi, deputato del collegio di Cagliari, aveva fatto avere al Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, ad inizio del ’900: «Per dare sollievo a questa mia Isola in grave sofferenza – scriveva sollecitando urgenti provvedimenti a favore dell’Isola, afflitta da una forte congiuntura negativa – occorre che s’intervenga con degli stanziamenti speciali per attenuare le troppe diseguaglianze che la penalizzano rispetto alle altre regioni della penisola. Perché qui in Sardegna siamo rimasti troppo indietro nella dotazione di servizi pubblici in fatto di strade carrabili, di porti sicuri ed attrezzati, di regolatori delle acque interne, di acquedotti, di ambulatori per le malattie sociali, di aule scolastiche… Qui in appresso ho voluto enumerare le differenze…».

Direttore generale e comproprietario delle miniere di Montevecchio, Castoldi era, per sua predisposizione, un uomo eminentemente pragmatico, amante delle ricette e delle soluzioni semplici e pratiche, perché una Nazione, una Regione o una Città, sosteneva, non sono poi differenti da un’Azienda o una Famiglia. Stava quindi dentro il suo pensiero politico, la semplicità di quel termine – diseguaglianza – con cui aveva misurato il ritardo dell’Isola nei confronti dell’Italia continentale. E da cui suggeriva si dovesse partire per attenuarli ed annullarli. Non diversamente aveva fatto nella sua azienda mineraria, perché si allineasse, in produttività e successi, ai suoi maggiori competitors europei.

Si può quindi sostenere come il misurare ed analizzare le diseguaglianze possa essere, ancora oggi, un metodo efficace da seguire. Perché se il Pil, il prodotto interno lordo, dell’Isola è appena sopra lo zero, e quello medio del Paese sfiora le due unità, qualcosa ci deve pur essere, qui da noi, che non va. Se la produzione lorda vendibile di un ettaro coltivato in Sardegna stia sotto di un abbondante terzo rispetto a quella media nazionale, occorre prendere atto che l’agricoltura abbisogni di importanti cure, di una profonda revisione agronomica. Altrettanto potrebbe dirsi per le attività industriali, il cui valore aggiunto è, percentualmente, fra i più bassi non solo dell’intero Paese, ma dei due terzi delle altre regioni. Di fatto come attività residuale, senza più prospettive. Non dimenticando il tasso di disoccupazione-inoccupazione rimasto, purtroppo, ancora su valori assai preoccupanti, e con flussi di emigrazione, soprattutto giovanile, in continua crescita.
La Sardegna si è venuta a ritrovare, per dirla con l’ingegner Castoldi, in una fase di forte afflizione. Bisognosa, quindi, di appropriati ed urgenti rimedi.

Ed è su come uscirne che dovrebbe discutere la classe dirigente isolana, sia politica che economica, presentando delle idee correttive e delle proposte concrete. Il condizionale usato – dovrebbe – testimonia invece che ci si trova di fronte ad una fase in cui si è rimasti senza guida, perché la nostra gens politica (in indifferenza di schieramento) sembrerebbe occuparsi solo di se stessa, di come mantenere il potere con i suoi annessi e connessi. Ignorando ogni contatto, di conoscenza e di confronto, con quello che è nei fatti il paese “reale”.

Parrebbe più importante – per dare retta alle cronache – buttare giù dalla torre questo o quel segretario regionale o questo o quel pretendente alla carica di governatore, o – per altro verso – studiare una modifica alla legge elettorale perché sterilizzi o mortifichi i possibili avversari, anziché mettere insieme delle idee e dei progetti per far sì che il Pil regionale ritorni a crescere e la percentuale di disoccupazione scenda sotto la decina.

C’è, al riguardo, un ricordo che s’intende proporre. Ora che si è a quarant’anni dalla tragica scomparsa di Aldo Moro, appare sempre più necessario rifarsi al suo insegnamento, alle sue “lezioni politiche”, ricordando quello che dovrebbe essere il compito delle dirigenze politiche in un paese democratico. Che è, innanzitutto, quello di tenere ben stretto il collegamento, cioè la conoscenza, di quello che è il paese reale, quello che tutti i giorni si arrabatta per sopravvivere, che soffre per i figli che non trovano lavoro, per l’assegno di disoccupazione che non arriva, per le diseguaglianze divenute sempre più profonde in un paese divenuto sempre più di diseguali. Che soffre perché sente mancargli la speranza su un domani migliore.

Per Moro la politica doveva ricercare, innanzitutto, la comprensione della realtà, in modo da poter dare un giudizio su di essa e, soprattutto, un principio di orientamento. “Spetta alla politica – aggiungeva – tenere costantemente aperto un dialogo permanente con le vive esigenze della vita sociale e perciò deve diventare artefice e garante di una sostanziale giustizia sociale”.

Così, quando nel ’68 sarebbero cominciate le prime importanti contestazioni per una società in cui i giovani non si riconoscevano più, fu lui il primo a capire l’importanza di quel cambiamento, di quella profonda trasformazione – culturale ed etica – avvenuta nella società nazionale. Chi scrive ricorda di una sua visita nell’isola (era pressappoco il ’72 o il ’73) in cui ebbe modo di accompagnarlo in una serie di incontri in un tour di comizi: voleva però incontrare soprattutto i giovani, ascoltare le loro esigenze, parlar loro di una democrazia compiuta, che andasse oltre i calcoli elettorali, i bizantinismi delle alleanze e le alchimie fine a se stesse del potere. Si rendeva conto, e lo diceva con molta accoratezza, che la politica troppo spesso si teneva distante dalla realtà, non ne approfondiva i mutamenti avvenuti, tutta presa – come lui diceva – dalle proprie esigenze di mantenimento del potere. Lo ripeteva più volte, quasi come un mantra, cercando di trovare, ad iniziare dal suo partito, una differente partecipazione alla vita sociale e politica. Perché, precisava, è in atto un processo di liberazione che ha nella condizione giovanile e nella realtà del mondo del lavoro le sue manifestazioni più rilevanti di un disagio che condiziona e preoccupa non poco.

Si è inteso introdurre questo ricordo di Moro, del suo martirio politico, proprio perché, come ha titolato un recentissimo bel libro di Marco Damilano, con la fine di Moro pare essere finita la buona politica in Italia. Infatti, per quel che sta accadendo in Sardegna la politica è diventata “altro”, del narcisismo per alcuni e del nichilismo per taluni: tutto, fuorché strumento d’orientamento e di guida per ridare futuro ad un’isola affranta da una grave e lunga sofferenza. Uno strumento, aggiungiamo, di cui se ne sente una grande ed urgente necessità.

Paolo Fadda

 

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