Della città di Marrubiu. I nomi e le cose

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Marrubiu (foto di Silvia Manconi)

Ora dico di un paese che non è un paese, non è neanche una città di grattacieli strade canali giardini fiori. Non è niente. È solo un posto, e questo posto non ha neanche un nome, ma qualcosa di più grande, un nome che non è un nome e può essere tutto: una cosa, una sensazione, una parte del corpo, un oggetto non identificato. Cose così. Nel posto che dico i viaggiatori sanno di essere a Marrubiu, che vuol dire Marra, cioè Zappa, più Biu, cioè Vino. Zappa più Vino, che vuol dire tutto e niente.

Il viaggiatore che giunge dal mare e che percorre le vie che conducono a Marrubiu incontra tanti piccoli villaggi poco importanti e sotto il dominio Marrubiese. Marceddì, che vuol dire Marcio il Dì, cioè marcio di giorno, per via delle lische fermentate sotto gli scafi capovolti che emanano odori di sirene e anguille putrefatte. Terralba, che vuol dire Terra più Alba, all’antico idioma del mare, Arida, che vuole dire brulla, per via delle vaste terre concimate con pietre e pietroline. Saru, dove tutti gli abitanti del villaggio fanno le cose alla rovescia, camminano al contrario e parlano al contrario. Lo stesso nome va pronunciato alla rovescia, Uras, e per tale motivo hanno la tristezza negli occhi e un accento che è più simile al pianto.

Quando ci nasci nel paese che non è un paese tu non sei nessuno. Finché qualcuno non
dice di te, dice cosa sei, resti più simile al niente. Poi cresci e parli e non dici nulla, ovvio, c’è poco da dire in quel posto, ma finalmente sei qualcosa o qualcuno. Nel posto che dico sei quello che sei, la tua essenza, cioè quello che gli altri dicono di te. Sono loro che ti spiegano il tuo ruolo nel mondo. Per esempio io, dice una vecchia signora rivolgendosi al viaggiatore, che poi è vostra zia. Io e la mia famiglia, dice lei, a noi ci chiamano Sirbonis, Cinghiali, che vuol dire che siamo molto pelosi, che abbiamo peli nelle orecchie e nel naso, nella lingua e nelle gambe molti, nella schiena, e mi fermo qui. Quello è il suo ruolo, nella città che ha nome Marrubiu, quello che decidono gli altri è quello che la sua famiglia si preoccupa di fare nel mondo: cioè di avere i peli. Che poi tutti dicono di tutti in una lingua che non è una lingua, non è neanche un dialetto, è quello che è, quello che dicono gli altri che manco lo sanno cos’è. È più simile a un respiro.

Nel paese che non è un paese, che non è una città, il cielo si fa leggere e diventa come un frasario, un lemmario, o più semplicemente un libro, un libro scritto, aperto, decifrato. È un libro diviso per categorie di uomini: uomini che non sono uomini, ma che sono quel che sono: per esempio: Una categoria di uomini riconoscibili per aspetto fisico, persone che sono il loro aspetto fisico: come il mio vicino di casa che lo chiamano tutti Pei cruzzu, piede corto, per antifrasi uomo dotato di piedi assai lunghi, utili per grandi balzi e maratone; poi continui a leggere il frasario e c’è uno che lo chiamano Pei de lana, piede di lana, fornito di folta peluria su piedi e dita dei piedi, indispensabile per proteggersi nei rigidi inverni mediocampidanesi; Conc’arrubia, di uomo o donna dai capelli rossi come la ruggine; Barra ‘e cuaddu, mascella di cavallo, o mascellone, fornito di mascella prominente simile a quella di un cavallo, talvolta tanto grande da non poter essere misurata; Brent’ ‘e anea, pancia di sabbia, uomo clessidra dall’enorme ventre simile a un sacco colmo di sabbia; Mazz’ ‘e cai, ventre di cane, di uomo con volto tanto simile all’intestino di un cane; Cuccureddu, cocuzzolo, di donna con la testa a punta non diversa dalla cima della montagna che ha nome Monte Arci; Dentis’ a sobi, denti al sole, e questo è un uomo che ha tutto al suo posto, testa, braccia e gambe, ha tutto al suo posto fuorché i denti, alcuni sostengono che ne abbia tantissimi e sporgenti fino alle labbra; Maigheparaculu, o Mincamaigheparaculu, manico d’ombrello o minchia a manico d’ombrello, di uomo eccezionalmente dotato con pene lungo e curvo non diverso dal manico di un ombrello parapioggia.

Il viaggiatore, stremato, giunge alla città che ha nome Marrubiu e incontra uomini
che non sono uomini, una categoria di persone che sono quello che hanno fatto,
solitamente imprese eccezionali e degne di riconoscimento: C’è uno che tutti lo chiamano Su pilloi ‘e su diau, l’uccello del diavolo, per le sue straordinarie capacità di uccidere il prossimo con lo sguardo in un incantesimo di malauguri; ci sono poi in ordine Su fillu de su pilloi ‘e su diau, il figlio dell’uccello del diavolo; Su fillu de su fillu de su pilloi ‘e su diau, il nipote dell’uccello del diavolo: la dote si trasmette di generazione in generazione, scritta nel dna di questi volatili che non sono volatili; c’è Carriafaulasa, carica bugie; Su Cantanti, il cantante, un altro cantastorie che tutto quello che dice è un sogno; tra gli ibridi c’è Mesu litru, mezzo litro, uomo di bassa statura capace di bere alcolici in grande quantità; Suppa de proccu, zuppa di maiale, cavaliere abilissimo nel riprodurre l’odore della zuppa di maiale con le ascelle; Cagamureddasa, il caga muretti.

Ora: si capisce che nella città che intendo gli abitanti che non esistono non si fermano davanti a niente, sono capaci di tutto, di dare vita a un bosco tremante di esseri ributtanti e meravigliosi, semplici ma indescrivibili. Cagamureddasa, il caga muretti era uomo eccezionale, libero da ogni sentimento di vergogna, amava defecare i muri di cinta delle case lungo le vie del paese. Codda e fui, Scopa e scappa, una persona fuggente, incapace di amare qualcuno a lungo ma solo per brevissimi periodi e con un’intensità disarmante. Centu pillittusu, cento organi sessuali femminili, donna capace di amare a lungo e tante persone contemporaneamente, come fosse dotata di un numero altissimo di organi sessuali. Codda bambulas, lo scopa bambole, di uomo perennemente innamorato ma di giochi tipo bambole gonfiabili di plastica.

Le categorie di uomini più discusse sono quelle che riguardano particolarità del corpo e della mente, anomalie che fanno riflettere. C’è uno, per esempio, che lo chiamano Calloi, testicolo, probabilmente per la spiccata intelligenza, tangibile quasi, per la sua capacità di risolvere operazioni matematiche senza l’aiuto di calcolatori; sullo stesso filone si inserisce Calloi ‘e ferru, testicolo di ferro, e qui diventa difficile capire se si tratta di una dote mentale o di un trapianto di organi genitali maschili. Ma la categoria più discussa in assoluto rimane quella della copromania, intesa come piacere nell’osservare o toccare o assumere le sembianze di escrementi. Il su citato Cagamureddasa potrebbe anche lui inserirsi in questa categoria, al fianco di Cagaredda, cioè diarrea, un uomo che soffre; ci sono i vari Merda ‘e cai e Merda ‘e topi, eccetera, escrementi di animali diversi, più o meno grandi, a seconda della grandezza dell’animale stesso.

È sempre più complesso in un mondo che non è un mondo. Nella città di Marrubiu, da dove veniamo noi, ci sono uomini che non esistono se non per quello che sono realmente. È difficile credere che possa esserci qualcosa di simile, di così variopinto e macabro. È impossibile. Io dico che non esiste. E se non esiste potete solo immaginarlo, provate un po’ a immaginarlo, provateci, ma nei vostri sogni.

Mauro Tetti

Nasce nel 1986 a Oristano. Impara subito a far levitare gli uccelli, ma
questo non importa a nessuno.
Nel 2010 Riverrun Teatro di Cagliari porta in scena il monologo Adynaton
interpretato da Andrea Atzori e con la regia di Fausto Siddi.
Nel 2013 vince il premio Gramsci con la raccolta di racconti intitolata Bestiario.
Alcuni suoi racconti si possono trovare sulle riviste Inchiostro e Flanerì.
Il suo primo romanzo è A pietre rovesciate (Tunué, 2016).

(foto di Silvia Manconi)

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