Destra e sinistra esistono ancora. Una riflessione ricordando Bobbio

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Norberto Bobbio

Circa venticinque anni fa, Norberto Bobbio pubblicava un breve ma interessante saggio, titolato Destra e sinistra, ragioni e significati di una distinzione politica, che forse vale la pena riprendere in mano, perché può aiutare a meglio comprendere la politica attuale.

I due termini sembrerebbero avere perso, riacquisito e modificato molte delle loro distinzioni storiche. Anche a seguito della scomparsa dei c.d. partiti ideologici. Tanto da far sì che vengano sostituiti da quest’altri che meglio ne definiscano gli intendimenti: “conservatori e progressisti”. O ancora, con l’aggiunta del termine “centro”, come vorrebbe il linguaggio politico più attuale, così da creare la bipolarità tra centro-destra e centro-sinistra, talvolta anche senza il trattino.


D’altra parte, anche in quella Repubblica dei partiti che è stata la prima della nostra storia nazionale, vi era una chiara divisione bipolare, spesso anche interna allo stesso partito. Ricordiamo che lo stesso mingherlino partito liberale, appartenente alla destra storica, aveva una sua sinistra di cui era leader il cagliaritano Ciccio Cocco Ortu.

Io stesso, nei miei quarant’anni di militanza in un partito di centro come la DC, ne ho vissuto i progetti da una corrente rivolta a sinistra, al seguito degli indirizzi progressisti di un leader carismatico come Aldo Moro. Proseguendo la stessa lettura, non vorrei dimenticare che anche il partito simbolo della sinistra, il PCI togliattiano, aveva una sua frangia meno ortodossa e più liberal, di fatto la destra di quel partito, che, per comprensibile discrezione, i suoi componenti – Amendola e Napolitano fra gli altri – avevano chiamato “migliorista”.

Così, anche nella strana configurazione degli schieramenti politici nazionali attuali, se la Lega salviniana appare decisamente di estrema destra, il movimento pentastellato starebbe orientandosi verso l’altro polo, se risponde al vero che al parlamento europeo farebbe gruppo con gli spagnoli di sinistra di Podemos.

Non vi è dubbio quindi che in politica continua a mantenersi una distinzione bipolare, magari più nominalistica che contenutistica, dato che si è assistito – per rimanere nel caso sardo – a Giunte di sinistra fare scelte politiche di destra e viceversa. Creando così delle evidenti confusioni nell’elettorato, causa non secondaria dell’estrema infedeltà nel voto (un’indagine effettuata su un campione abbastanza rappresentativo di elettori sardi avrebbe indicato che solo tre elettori su dieci avrebbero votato lo stesso simbolo nelle ultime quattro consultazioni).

Anche fra i partiti queste pendolarità fra destra e sinistra paiono essere divenuti frequenti, ed il caso più eclatante pare certamente quello del PSd’Az, che ha via via appoggiato, con disinvoltura, coalizioni e Giunte di segno opposto. Conquistando la presidenza della Regione con Mario Melis, appoggiato dai rossi del PCI, ed ora con Christian Solinas sostenuto dai verdi dell’ultradestra leghista. Certamente gli andamenti e le modificazioni sociali del tempo d’oggi suggerirebbero l’abbandono di certe rigidità di schieramento, anche se rischiano di aggiungere ulteriore confusione nell’elettore.

Credo quindi che occorra porsi ancora oggi la domanda di Bobbio sull’esistenza o meno, dopo la caduta delle grandi ideologie ottocentesche, di sostanziali differenze fra destra e sinistra. Come quella tra estremismo e moderatismo, tra conservatorismo e progressismo in politica. Proprio perché ci possono essere differenti atteggiamenti su diverse questioni, magari andando al di là delle dicotomie estremizzate sarcasticamente da Giorgio Gaber, con il bagno in vasca (di destra?) e la doccia in piedi (di sinistra?).

Certo, per andare al passato, si può ritrovare in un partito classico della destra un estremismo interpretato dai fan di Rauti ed un moderatismo tra i seguaci di Romualdi; non diversamente sarebbe accaduto nella sinistra marxista tra Cossuta e Macaluso. Ed anche nell’ampia prateria del centro democristiano avrebbe convissuto, pur con certe difficoltà e certe confluenze, la destra conservatrice di Piccoli con la sinistra sociale di Donat Cattin.

Rileggere quindi quell’intrigante saggio di Bobbio può essere molto utile. Partendo da quella che è la domanda-clou dei suoi ragionamenti: «Se destra e sinistra vengono usate per designare differenze nel pensare e nell’agire politico, qual’è la ragione, o, quali sono le ragioni della distinzione?».

Peraltro, l’Italia politica del 2019, come la Sardegna, è ben differente da quel che era il 1994 analizzato dal filosofo torinese. Da qui la difficoltà a trovare nuove e chiare diversità. Forse le accomuna – lo sottolineo per evidenziare il persistere di un dubbio – l’esistenza d’una bipolarità, cioè del persistere, pur in modi differenti, di quella diade storica. Proprio perché nella lettura quotidiana dei giornali, si evidenzia la presenza della destra a trazione salviniana a prevalere a Roma come a Cagliari, e trova poi citazione anche la sinistra, quella di Zingaretti e di Zedda, con cui si è confrontata, sconfiggendola, nei seggi elettorali.

Certo è che proprio da questa sinistra attuale, su cos’è e su cosa si vorrebbe che fosse per tornare vincente, che dovrebbe partire l’analisi di quelle differenze evocate da Bobbio. Partendo proprio da una sua affermazione di principio, che cito tal quale per dare sostanza al mio ragionare: occorre prendere atto, scriveva, che nel nostro Paese «non c’è stata soltanto la sinistra comunista (marxista-leninista), ma c’è stata anche una sinistra, e c’è ancora, all’interno dello stesso mondo capitalistico». Non a caso, anche fra la borghesia degli affari e delle professioni, sono maturate ed affermate – come testimonia la storia – idee e progetti chiaramente di sinistra. Questo il suo ragionamento, per sostenere che sinistra e marxismo non sarebbero sinonimi.

Va da sé che la sinistra, o certa sinistra nostrana per essere chiari, dovrebbe liberarsi da un massimalismo estremista che l’ha ridotta ad essere niente altro che un club elìtario ed esclusivo, riservato solo a chi ha frequentato le Frattocchie, e legge quotidianamente, come pagine di un breviario personale, il manifesto di Marx ed Engels ed ha come eroe di riferimento il “Che”.

Non mi nascondo che questa mia può essere ritenuta solo una provocazione, forse anche voluta: chi l’ha scritta pensa e ritiene che debba essere utile per aprire un dibattito su come, e con chi, una new sinistra laica e democratica – di fatto liberal – possa progettare e dirigere il risveglio sociale di quest’Isola a lungo dormiente, divenuta facile preda d’una demagogia di …bassa lega.

Paolo Fadda

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Paolo Fadda
Cagliari, 1930. È stato presidente dell'Ente minerario sardo dal 1969 al 1974, amministratore del Banco di Sardegna (1968-1988) e, dal 1978 al 1986, è stato alla guida di società del gruppo Bastogi operanti nell'Isola. Ha scritto numerosi saggi sui protagonisti della storia economica sarda. Il più recente, "L'amico di uomini potenti" (Delfino editore, 2016).

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