Diciamo basta tutti assieme e in ogni luogo alla deriva dell’odio “sovranista”

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Quante volte di fronte ad un crimine efferato, come quello perpetrato nei confronti del giovane carabiniere accoltellato in pieno centro a Roma, abbiamo aspettato, con il fiato sospeso, di conoscere la nazionalità, o il colore della pelle, dell’assassino. Timorosi che questo particolare, di per sé marginale rispetto alla drammaticità del crimine commesso, potesse innescare l’ennesima campagna d’odio, xenofoba e razzista.

La verità è che abbiamo finito per introiettare, inconsapevolmente, tutti gli stereotipi che la macchina della propaganda sovranista ci ha propinato. L’ultimo, terribile, episodio rappresenta la cartina al tornasole della profondità dei guasti che questo clima di odio e di rancore ha causato nella testa e nell’animo della persone. Di come quella propaganda martellante abbia finito per condizionare i nostri pensieri, la nostra sensibilità, i nostri comportamenti. Di quanto sia complicato e difficile il tempo che stiamo vivendo. Un tempo che sembra aver smarrito molte delle certezze che ci hanno accompagnato in tutti questi anni.

Quelle che apparivano verità inconfutabili, conquiste democratiche inossidabili, sono evaporate al fuoco di un pericoloso populismo, di uno strisciante razzismo, di una nuova destra che alimenta i peggiori rigurgiti xenofobi e fascisti. Ancora una volta la storia ci insegna che niente può essere dato per scontato, che nessuna conquista può essere considerata acquisita per sempre.

Viviamo in un tempo che ha oramai bandito parole quali solidarietà, accoglienza, diritti, dialogo, umanità, pace. Oggi a prevalere sono altre parole, altri sentimenti: odio, rancore, intolleranza, egoismo. Ma su tutto a dominare è la paura. Uno stato d’animo che deriva da qualcosa che minaccia la nostra esistenza e che lentamente ma inesorabilmente si è impadronito della nostra vita e ne scandisce il tempo.

La paura che viviamo è però qualcosa di indotto, di artificiale, di costruito, da chi, ogni giorno, si appella ai nostri istinti peggiori, da chi parla alla pancia delle persone. La paura del diverso, del diverso da noi: per colore della pelle, per cultura, per credo religioso, per genere, per preferenze sessuali. Tutto questo può avvenire perché la politica, le istituzioni, la cultura, hanno rinunciato alle proprie responsabilità. E’ così che si crea il cortocircuito della paura. E’ allora che gli apprendisti stregoni, i bulli, i nuovi fascisti, possono utilizzare un linguaggio che fa rabbrividire le coscienze: la pacchia è finita, chiudiamo i porti, i soccorritori diventano scafisti, le navi umanitarie taxi del mare, i migranti croceristi, i giornalisti pennivendoli, puttane, sciacalli.

Una nuova destra che demonizza il pensiero critico, che vede come il fumo negli occhi una informazione libera e indipendente. Quando tutto questo accade vuol dire che la politica, le istituzioni, la cultura, non sono più in grado di rappresentare valori ed ideali autenticamente democratici. Vuol dire che la democrazia e la civiltà sono ostaggio di un nuovo fascismo.

E’ necessario allora interrompere il cortocircuito della paura. Come? Alimentando e diffondendo la cultura. La cultura democratica, la cultura della legalità, la cultura dell’accoglienza, la cultura della tolleranza. Una cultura capace di coniugare pochi verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare, difendere, dialogare, amare. E’ venuto il momento di andare oltre la denuncia sui social media, dove tutti diventiamo coraggiosi leoni da tastiera, e far sentire alta, nelle piazze, nelle strade, nei luoghi di lavoro, la voce di chi non si rassegna alla pericolosa deriva sovranista.

Massimo Dadea

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