Dj Fabo, dalla Corte Costituzionale la richiesta di una legge sull’aiuto al suicidio

La Corte Costituzionale con un'ordinanza storica ha rinviato il giudizio sul caso di Marco Cappato, imputato per l'aiuto al suicidio di Fabo, chiedendo al Parlamento una legge specifica.

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Una decisione storica della Corte Costituzionale ha aperto una nuova strada sul delicatissimo tema del suicidio assistito: pochi giorni fa è stata resa pubblica l’ordinanza con cui i giudici della Consulta hanno rinviato al settembre 2019 il giudizio su Marco Cappato, imputato per aver accompagnato Fabiano Antonioni a suicidarsi in una clinica svizzera, chiedendo però al Parlamento di approvare una norma che metta finalmente ordine sul tema.

In Italia esiste ancora un vuoto legislativo sul suicidio assistito. Da una parte c’è il codice penale, che con l’articolo 508 punisce chiunque “determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”; dall’altra la Costituzione italiana, che garantisce la libertà di ogni individuo. Un contrasto che oggi, visto il progresso della scienza e della medicina, si è fatto sempre più aspro: i casi di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, dei sardi Giovanni Nuvoli e Walter Piludu e la recente vicenda di Fabiano, tetraplegico e cieco a causa di un incidente, hanno mostrato tutta la debolezza di una norma che risale al periodo fascista e soprattutto era stata pensata scritta in un momento storico ben diverso da quello che stiamo vivendo.

E’ dunque possibile pensare che chi si trova in condizioni di sofferenza estrema continui a vivere senza poter decidere se e come porre fine alla propria esistenza? Il dilemma è stato in parte risolto grazie alla legge sul fine vita, la 219/2017, che ha finalmente consentito di scegliere se staccare la spina a trattamenti sanitari dolorosi, ma non esiste ancora una legge che riguardi chi dia sostegno alle persone che vogliono di togliersi la vita. E’ questo il caso di Marco Cappato, che il 25 febbraio dell’anno scorso aveva accompagnato con la sua auto Fabiano, conosciuto come dj Fabo, a togliersi la vita in una clinica svizzera. Al suo ritorno in Italia Cappato si era autodenunciato, e così la Corte di Assise di Milano lo ha processato per aiuto al suicidio. Se condannato, Cappato rischiava fino a 12 anni di carcere: uno sproposito, considerato che la norma del codice penale non distingue tra chi da un passaggio in auto e chi invece compie istigazione.

La Corte d’Assise, riconoscendo un contrasto con la Costituzione, ha dunque richiesto l’intervento della Corte Costituzionale, che poche settimane fa ha emesso un’ordinanza storica sulla vicenda: ha cioè disposto il rinvio del giudizio al 24 settembre 2019 chiedendo però al Parlamento una legge specifica su questa e altre questioni relative all’aiuto al suicidio.

Grande soddisfazione sulla decisione della Corte Costituzionale da parte dell’Associazione Walter Piludu, nata a Cagliari all’indomani della scomparsa di Piludu proprio per riflettere sul tema del fine vita, dell’eutanasia e dell’aiuto al suicidio: “La Corte Costituzionale, con una scelta inedita, ha rinviato l’esame di costituzionalità della norma che punisce l’aiuto al suicidio per consentire al Parlamento di legiferare sulla delicatissima sfera delle scelte individuali nel fine vita di persone che si trovano in gravissime condizioni di salute e sofferenza – commenta Alessandra Pisu, ricercatrice e docente di Diritto privato all’Università di Cagliari. – Ha così avviato con il legislatore una dialettica non sconosciuta nell’esperienza giuridica di altri paesi.

In Canada, ad esempio, nel 2016 si è riconosciuto per legge il diritto del malato terminale di morire con l’aiuto del medico e di chiedere l’eutanasia, dopo una storica decisione della Corte Suprema che si era pronunziata l’anno precedente. Qualcosa di simile è recentemente avvenuto nello stato australiano di Victoria. La nostra Consulta, oltre a sollecitare l’intervento del legislatore, ha fornito importanti indicazioni.

Da una parte, ha confermato che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non è di per sé contrastante con i parametri che si ricavano dalla Costituzione e dalla Convenzione europea per la salvaguardia per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e ha sottolineato come l’art. 580 del codice penale conservi tutt’oggi una sua ragion d’essere anche a tutela di persone malate e fragili. Dall’altra, ha riconosciuto che vi sono alcune situazioni, inimmaginabili al tempo di redazione di quella norma, che necessitano di adeguata tutela, situazioni che è opportuno siano regolate per legge. Si tratta di casi che la Corte individua in modo puntuale riferendosi alle ipotesi in cui la persona, tenuta in vita tramite trattamenti di sostegno vitale, e capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sia affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili.

In questi casi, il Giudice delle leggi riconosce che l’assistenza di terzi nel porre fine alla propria esistenza può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto, che egli ha il diritto di rifiutare. Nel regolamentare la materia vi sono da compiere alcune scelte discrezionali che competono al legislatore: ad esempio, le modalità di verifica medica della sussistenza dei presupposti in presenza dei quali una persona possa richiedere l’aiuto, la disciplina del relativo ‘processo medicalizzato’, l’eventuale riserva esclusiva di somministrazione di tali trattamenti al servizio sanitario nazionale, la possibilità di un’obiezione di coscienza del personale sanitario coinvolto nella procedura.
Ecco perché è importante che, entro settembre del prossimo anno, il Parlamento si esprima”.

Non è la prima volta che la Corte Costituzionale ammonisce il Parlamento sul potere di legiferare sul fine vita, ricorda ancora Alessandra Pisu: “Lo fece già nel 2008 quando si pronunziò sul caso Englaro. Allora indirizzò alle Camere, che pure in quel giudizio avevano ‘accusato’ i giudici di aver invaso uno spazio riservato al legislatore, un chiaro messaggio affermando che il Parlamento avrebbe potuto ‘in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti’.

Ci sono voluti poco meno di dieci anni perché il messaggio venisse recepito. Solo alla fine del 2017, infatti, abbiamo ottenuto una legge che sancisce il diritto al rifiuto e all’interruzione di trattamenti sanitari di sostegno vitale e regola i modi per esprimere le proprie volontà in tal senso. A questo punto è chiaro però che quella legge non è sufficiente. Non tutte le situazioni di sofferenza, che meritano protezione, trovano in essa un’adeguata tutela. Da qui la necessità di un nuovo intervento normativo che offra soluzioni equilibrate. In vista di questo obiettivo ci mobiliteremo nei prossimi mesi”.

Francesca Mulas

 

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