Affinità e divergenze tra Domusnovas e noi. Del conseguimento della maggiore età

    di Antonio Pintus. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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    Domusnovas, l'ingresso del campo sportivo della Vibraf, storica squadra di baseball e softball del paese

    Subito dopo la maggiore età decidemmo di lasciare il paese per andare a cercarci, cioè per studiare all’Università.
    Non è mai facile, vero?
    Vi ricordate, amici miei? Sapevamo ancora aspettare la sera, all’epoca, e Domusnovas, il nostro paese, ve lo ricordate?
    Brulicava di giovani come noi. Idee, speranze, le passeggiate nella Via Cagliari e nella Piazza Matteotti, lì dove tutto sembrava dover per forza accadere. Tutto. O perlomeno le cose che avevano importanza: risse, incidenti, alberi di Natale segati a metà, comizi, matrimoni e funerali.
    Ragazze e ragazzi – dicevo – che si univano diversamente in gruppi, per amicizie e per palpitazioni.
    Noi studenti i primi mesi si tornava sempre a casa, nei fine settimana; poi qualcuno iniziò a farlo sempre meno; poi di rado, infine capitò che non ci si vedeva quasi più.
    Però era ancora molto bello. Vedevamo qualcosa, oltre quella nebbia leggera di paese sugli occhi che ci faceva così miopi da non scorgere il futuro, il nostro, il futuro degli altri, quello di tutti, quello del paese stesso.
    Non avevamo di certo la prepotenza di prevedere qualcosa, noi.
    E così non prevedemmo nemmeno l’evoluzione più ovvia: una grassa frana.
    Infatti, non prevedemmo le complicazioni, né la decadenza di cui Domusnovas si sarebbe di lì a poco vestita, abbigliamento comune a tanti altri abitati di quelle terre, troppo legati alla miniera e all’industria scellerata.
    Non sapemmo prevedere nulla, noi; anche perché, in fondo, perché preoccuparsi? Noi, noi tutti, avevamo le grotte.
    Le grotte di San Giovanni sono forse l’unica cosa per cui Domusnovas è conosciuta, oltre che per le doppie marcate tipiche della nostra parlata: pistolla, fucille, panninno, bannanna. “Cosa sei di Dommusnovvas?”.
    Un grande classico, o cose così.
    Le grotte – vi dicevo – quel meraviglioso tunnel carsico naturale, talmente unico che lo abbiamo violentato nei decenni di auto, motociclette e camion a passarci dentro. Smog, avanti e indietro.
    No, noi non fummo capaci di prevedere nulla.
    Non prevedemmo quindi l’eroina, né le siringhe al “boschetto” dove si giocava a calcio; non prevedemmo le morti, i furti nelle case nelle notti d’estate; le auto rubate. Non prevedemmo la politica, buona solo a fare becere promesse mai mantenute, in un territorio che di promesse non ne poteva mantenere.
    Era bello tornare in paese, ogni tanto. La famiglia, gli affetti… E le grotte. Perché noi avevamo le grotte. Quelle grotte buone per il buio, per gli amori illusi, gli amori clandestini, le corse in auto, i traffici loschi e la caccia al cinghiale, terza malattia più diffusa nel paese, dopo la pronuncia delle doppie e la fabbrica di bombe.
    Perché le grotte erano lì per tutti noi, perché esse son sempre state una perfetta figura retorica per il concetto di “passare oltre”.
    Entrare in quel tunnel significava infatti “andare oltre”. Oltre il paese, per trovarsi a confabulare con il bosco e con quel signore che è il Marganai, volpe montuosa sdraiata sulla propria pancia, proprio sopra l’Iglesiente.
    Io però non ricordo più quando tutto iniziò a cambiare, in quella Domusnovas indefinibile.
    Ricordo solamente che in tanti andarono via, per non tornare mai più, fagocitati.
    Qualcun altro partì e basta, alla ricerca di calore, di lavoro e di un destino migliore, diverso dalla polvere di un Sulcis-Iglesiente sempre più povero, poco sazio e sicuramente disperato.
    Pian piano vedemmo dileguarsi i dark, i rockettari, gli artisti, gli eroinomani; sparirono gli studenti e sparirono quasi gli artigiani, finirono le feste e cessarono le passeggiate.
    Ma in fondo in fondo non ce ne accorgemmo, vero?
    Perché, nonostante tutto, era ancora bello esserci nelle sere dorate o per le feste. E poi… e poi avevamo sempre le nostre grotte, il bosco e i discorsi, via via più pesanti.
    Domusnovas è sempre stato un paese senza identità.
    Un paese pratico, mal costruito da un meticciato sub-minerario e dai figli della transumanza, ossia da quei nonni e da quei padri che scesero dalle Barbagie ai pascoli più comodi e sicuri di qui giù, dove poi rimasero. Nonni, madri e padri e famiglie.
    Un paese senza identità, a parte che per le grotte, forte presenza ad accomunare tutti in una sorta di ideologia dell’appartenenza.
    Oggi – amici miei – vedo Domusnovas sospesa, in apnea nella rassegnazione. Un paese stanco, imbruttito da tante amministrazioni che si sono susseguite con povertà di idee e mancanza di gusto, senza nessuna visione di un futuro diverso da quello già scritto per tutto il Sulcis e per tutto l’Iglesiente, in maniera sgrammaticata. E voi, amici, cosa vedete? Voi come…

    Infine mi son svegliato, ho avvertito sete.
    Ho sognato di scrivere questa lettera e di spedirla agli amici di sempre.
    Nel mio sogno ero in paese e non c’era più nessuno.

    Come dite? Le grotte?

    Le grotte son sempre lì, stanno un poco meglio – così mi sembra – immobili nel recitare il loro ruolo di figura retorica perfetta per il concetto di “passare oltre”.

    Antonio Pintus

    Vive a Cagliari, ha una Laurea in Informatica e da due decenni circa si occupa di sviluppo software. Quando non scrive codice vaga per l’Isola con la sua macchina fotografica, alla ricerca dell’insolito nel banale, raccogliendo il tutto in un progetto senza fine chiamato Sudden Landscapes, visibile QUI

    1 commento

    1. Condivido quanto scritto su Domusnovas. Paese ricco di una natura bellissima dalle grandi possibilità di sviluppo e povera di intelligenze impegnate per la sua crescita
      Amministrata da persone inadeguate che non hanno saputo cogliere le sue ricchezze. Un paese in agonia. Senza un centro storico che i suoi amministratori non han voluto riconoscere per non avere regole ma che avrebbe portato risorse regionali ed europee e avrebbe consentito un nuovo volto al paese . Le grotte sono la ma intorno degrado, pure un allevamento di vacche, dietro la storica chiesetta, recintato in malo modo e che inquina con il dilavamento del liquame nel fiume
      Queste recinzioni han chiuso i passaggi storici verso il Marganai e le vie dei carbonai
      Cresceva tanta vegetazione, il sottobosco non c é più perché le macchine parcheggiano ovunque
      Povero Domusnovas abbandonato

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