Ecco perché il sovranismo della Lega è inconciliabile con l’autodeterminazione della Sardegna

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Alberto Bagnai
Alberto Bagnai, economista di riferimento della Lega

Gli scorsi 24 e 25 novembre, alla Fiera di Cagliari, si è svolto il XXXV Congresso del Partito Sardo d’Azione. L’evento è stato aperto dal dibattito «Costruire un’idea di Sardegna»; in questo, accanto a stimabili intellettuali sardisti come l’antropologo Bachisio Bandinu e il sociologo Salvatore Cubeddu, compariva anche Alberto Bagnai (nella foto). Costui, senatore della Lega, è probabilmente il più autorevole tra gli economisti di riferimento del sovranismo italiano. Nel suo intervento, inutile sul piano delle proposte economiche per l’Isola, ha attaccato l’Europa, nemica dell’autodeterminazione e dell’autonomia; al contrario, l’alleato dell’isola nella lotta per l’autogoverno sarebbe la Lega di Matteo Salvini. Tuttavia, abbiamo più di un motivo per dubitare di questa tesi. Per chiederci se per le ragioni della Sardegna sia più utile l’europeismo o il sovranismo italico cominciamo con l’approfondire le idee di questo professore di politica economica prestato al populismo reazionario.

Bagnai, ossessionato dal rischio che l’Italia diventi una colonia della Germania, difende la restaurazione della piena sovranità dello Stato-Nazione italico contro l’Euro. Ad esempio, nel suo best seller L’Italia può farcela possiamo leggere simili dichiarazioni: «il rientro delle sovranità economiche nel perimetro degli Stati nazionali è l’unico presidio di democrazia e di benessere concepibile!», dunque occorre «restituire agli Stati nazionali la pienezza dei loro poteri economici, riportando la politica monetaria e fiscale nell’ambito del potere esecutivo». La tesi sostenuta è che i mali dell’economia italiana siano iniziati a partire dalla parità di cambio stabilita, nel 1995, tra la lira e l’Ecu, lungo il cammino verso la realizzazione della moneta unica: l’adozione di una moneta forte avrebbe inferto un colpo mortale alla produttività italiana. Il ripristino di una Banca Centrale a servizio di un governo pienamente sovrano sarebbe, dunque, la soluzione. La questione è monetaria, a suo parere, non riguarda problemi strutturali dell’economia e della politica italiana.

Benché il termine venga sdegnosamente rifiutato o non utilizzato per esigenze comunicative, il sovranismo è un nazionalismo. Tra le caratteristiche peggiori di certo nazionalismo vi è, sicuramente, anche la mistificazione della storia per ragioni di opportunità politica. I sovranisti italiani di ogni declinazione – a partire dall’esistenza immaginata di una comunità nazionale omogenea – hanno elaborato il mito di un passato italiano sovrano, in cui lo Stato avrebbe svolto un ruolo guida nello sviluppo. Questo paradiso si sarebbe rotto con l’ingresso nel progetto di moneta unica (dall’adesione allo SME all’Euro) che avrebbe dunque aperto un «trentennio inglorioso», caratterizzato dalla perdita di sovranità al fine di rispettare il vincolo esterno di Maastricht.

Tale visione mistica è la conseguenza della messa fra parentesi dello scontro di interessi interno, che impedisce di vedere anche come strumenti quali svalutazione, spesa e debito pubblico in Italia siano stati un mezzo clientelare per la conservazione del potere, contribuendo a far arrancare l’Italia di fronte alle nuove sfide poste dalla crisi petrolifera e dall’ingresso nella moneta unica.

Come spiegato dall’economista Beniamino Moro, l’Euro ha consentito all’Italia di finanziare il debito allo stesso tasso di interesse degli Stati più affidabili; ciò ha disincentivato i governi a riformare le proprie economie, potendo contare su ingenti flussi di capitale sino a quando – con la crisi del 2008 ed il fallimento della Grecia nel 2010 – la festa è finita, il rapporto debito/PIL è aumentato e sono ritornate le differenze fra i tassi di interesse sui bond governativi dei Paesi dell’Eurozona. Questo nazionalpopulismo – la cui narrazione incolpa una Germania che sarebbe ancora nazista e vogliosa di dominare le povere vittime italiane – si fonda su spiegazioni assolutorie e soluzioni facili (si sogna una svalutazione competitiva, mentre con la flat tax si vorrebbero tassare meno i ricchi), senza proposte realmente di rottura, che dovrebbero toccare non solo l’austerità «imposta» ma anche l’assetto socioistituzionale italiano. L’economista e storico Emanuele Felice, autore di Ascesa e declino, sulla storia economica d’Italia, ci aiuta a comprendere la complessità della situazione, affermando come tale assetto fosse inadeguato ad affrontare la crisi degli anni ’70; per cui, la reazione a tale evento è stata la soddisfazione di richieste particolaristiche di ogni gruppo sociale, creando debito pubblico e inflazione, senza una precisa direzione di politica economica volta a sostenere i settori più tecnologicamente avanzati.

Altra grave omissione, entro questo mito, è il divario di sviluppo tra il Nord e le periferie del Sud e le isole, una costante della storia dello Stato unitario e ampliatosi lungo 150 anni a causa di politiche ben precise. Giova ricordare che il Partito Sardo storico è anche figlio del pensiero autonomista e antiprotezionista di fine XIX e inizio XX secolo, in reazione alle politiche che – a tutela dell’industrialismo al Nord – avevano stabilizzato nelle periferie un assetto sociale sfavorevole allo sviluppo economico. Basti pensare che, fatto 1 il PIL pro capite medio italiano, quello sardo – dal 1891 al 1938 – è crollato da 0.97 a 0.82, mentre il PIL pro capite del Nord Ovest italico è cresciuto da 1.14 a 1.42. È noto come persino il «miracolo economico», mitizzato dai sovranisti, la fase tra 1951 e 1971 in cui la divergenza sembrava progressivamente ridursi, al Sud non vennero poste le basi di uno sviluppo endogeno. Oggi il PIL pro capite sardo è il 77% di quello italiano, esattamente come nel 1861 (Cito l’appendice statistica di Ascesa e Declino. Storia economica d’Italia di Emanuele Felice.

Nella visione di Bagnai non esiste altra democrazia oltre quella sancita dagli immutabili confini degli Stati attuali. Il sovranismo più che democratico è statolatra. Ma a chi converrebbe il ripristino della piena sovranità statale da lui auspicata? La politica del rinnovato governo sovrano italiano farebbe gli interessi di «tutti» o quelli della parte del Paese più ricca di potere politico ed economico? A mio parere, occulterebbe i reali interessi perseguiti da un governo centrale, il quale guarderebbe alle regioni periferiche unicamente per perpetuarne la subalternità, con la complicità della classe politica locale. Inoltre, sappiamo bene che la Lega Nord ha sostenuto politiche antisociali come la Legge Biagi o la Riforma Gelmini, contribuendo allo svilimento dei diritti dei lavoratori dell’Università pubblica e al drenaggio di capitale umano e fondi dalle periferie al centro economico per creare atenei di serie A e di serie B.

Non si è trattato di un’imposizione europea: il partito di Salvini ha condiviso l’ideologia di fondo di entrambe queste politiche. Se l’Unione Europea è stato il quadro attraverso cui i governi europei hanno implementato le controriforme neoliberali, i governi statali le hanno sostenute a tutela di precisi interessi sociali e territoriali interni, che hanno danneggiato ulteriormente le periferie come la nostra.

Europeismo, globalizzazione e movimenti delle minoranze nazionali entro gli Stati europei sono cresciuti parallelamente, come ha mostrato – tra gli altri – la politologa Margarita Goméz Reino. Se la Catalogna, la Scozia o la Corsica sono i tre esempi più evidenti, anche in Sardegna – dagli anni ’70 – esiste un movimento neosardista e indipendentista che, malgrado le ridotte dimensioni organizzative e la frammentazione – si è mostrato, non per caso, in grado di condizionare il dibattito pubblico, ad esempio sulle questioni della lingua, della vertenza entrate o l’occupazione militare. Le ragioni di tale fenomeno generale sono state spiegate bene da due economisti quali Alberto Alesina e Dani Rodrik: il primo, nel suo The Size of Nations, ha spiegato come proprio i paesi piccoli necessitano di un ampio mercato, per ovviare alle proprie ridotte dimensioni, il che ridimensiona l’importanza degli Stati cui queste «regioni» attualmente appartengono; Rodrik ci ha spiegato, ad esempio nel suo La globalizzazione intelligente, come il mercato globale generi una richiesta di maggiore democrazia affinché le comunità possano esercitare un controllo su questi processi economici sovrastanti. Il recente caso della Catalogna, in cui l’UE – vedi le dichiarazioni di Juncker e Tajani – ha preferito appoggiare il governo statale spagnolo, erede del franchismo, anziché un movimento indipendentista prevalentemente europeista e di sicura fede democratica, mostra tuttavia quanto in Europa contino ancora le ragioni degli Stati anziché la domanda di democrazia di nazioni interne che vorrebbero edificare proprie istituzioni di autogoverno. È significativo che tra gli oppositori della Brexit ci siano i movimenti nazionali del Regno Unito (dallo Scottish National Party ai gallesi Plaid Cymru e gli irlandesi Sinn Fein) che, giustamente, temono le ingerenze di un governo inglese privo di vincoli con il continente europeo.

Credo che un movimento sardista e indipendentista debba auspicare un progressivo superamento  della sovranità statale italiana, verso un federalismo europeo e mediterraneo nella cui costruzione la Sardegna giochi una parte attiva. È antistorico pensare che gli Stati attuali debbano rimanere in piedi o diventare baluardo della «democrazia» nel XXI secolo, come verrebbe anche certa Sinistra «patriottica»; in un mondo globale è necessaria un’azione quanto più vicina alle comunità concrete in cui le persone vivono e lavorano, in nome di un potere democratico nei territori e nei luoghi di lavoro. Nell’invito a Bagnai, come nell’alleanza Psd’Az-Lega, non sembra esserci alcuna coerenza logica. Infatti, come può un partito sardista – che si dichiara addirittura «indipendentista», per statuto – fare da testa di ponte, nell’isola, al principale partito nazionalista italiano? L’unica coerenza è quella dell’opportunismo del segretario sardista Christian Solinas, che dal febbraio scorso vede la Lega come il cavallo vincente per raggiungere viale Trento come leader del centrodestra.

Andrea Pili

(Studente universitario di Economia a Cagliari, ha militato nell’associazionismo giovanile e studentesco indipendentista)

 

3 Commenti

  1. È istruttivo osservare come il darsi un punto di arrivo precostituito possa produrre dei ghirigori mentali che sembrano ragionamenti. Lei ha (forse) ascoltato Bagnai a Cagliari con l’ostilità di chi poteva ben prevedere che non avrebbe parlato di indipendenza sarda e, men che meno, l’avrebbe sostenuta; e pretende di affossare il suo pensiero con critiche in contraddizione fra loro, pur di colpirlo mica sulla base di una sua idea economica, ma solo perché rappresentante della Lega, il partito da odiare perché “noi siamo meridionali e non ci dimentichiamo”, perché “come fa un sardo a votare per i suprematisti nordici”, ecc. ecc.
    Vediamo un po’.
    1) Il sovranismo ha solo come seconda istanza (importante, comunque) la rivendicazione nazionale; il senso primario del sovranismo è l’affermazione della sovranità popolare (“la sovranità appartiene al popolo”).
    2) Quindi non è questione di “sovranismo italico”: il principio si applica a qualunque popolo, compreso quello sardo, ma non c’è ragione perché di questo si interessi Bagnai.
    3) La sua adesione alla vulgata economica è lecita, ci mancherebbe; ma potrebbe chiedersi se la mistificazione della storia sia più probabile da parte di un economista fino a ieri confinato al proprio blog o da parte di economisti mainstream cha animano da anni le pagine di giornali di regime, controllati da gruppi che, lungi dall’avere simpatia per l’indipendentismo sardo, sono probabilmente gli eredi dei colonizzatori. Quanto al misticismo e al mito: la fiducia nella tecnica (economica) esibita dagli avversari della visione di (non solo) Bagnai, le sembra meno mistica? Effettivamente lo è: si tratta di una oculata e rapace scelta politica che fa gli interessi del grande capitale; ma mistica è la propaganda che la sostiene (la pace, la fratellanza, l’accoglienza, la libera circolazione: che bello, ci vogliamo tutti bene!) con la sua impalcatura di miti: il merito, i doveri, l’aver vissuto sopra le nostre possibilità). Questi signori farebbero alla Sardegna quello che hanno fatto alla Grecia, sia che se la ritrovino indipendente, sia che la nostra isola rimanga unita all’Italia
    4) La critica che Bagnai rivolge all’Europa (gliela sintetizzo, visto che proprio di questo lei non parla: all’interno di una zona in cui circola una sola moneta, il divario fra le regioni più avanzate e quelle più arretrate tende ad aumentare, in assenza di una redistribuzione fiscale e di tutte le politiche compensative che possono essere realizzate solo da un governo in possesso delle sue regalie – in primis battere moneta e imporre la fiscalità) viene spesso e correttamente illustrata proprio con quanto successo in Italia all’indomani dell’unificazione: tutt’altro che omesso, il divario Nord-Sud e isole è incorporato nella teoria. Criticare lo stato italiano per le politiche che hanno causato il divario Nord-Sud (e che nel XVIII sec. avevano già prodotto la vera e propria colonizzazione della Sardegna) non è affatto in contrasto con le idee di Bagnai. E non si capisce da dove origini la fiducia, implicita nel suo ragionamento, che il centralismo europeo avrebbe verso le periferie esiti diversi da quelli avuti dal centralismo italiano.
    5) La Lega di Salvini potrebbe anche non essere, effettivamente, il miglior veicolo del pensiero economico di Bagnai (e non solo di Bagnai), ma le ricordo (o la informo) che Bagnai sarebbe di sinistra; a sinistra, quella vera che difende i salari dalla svalutazione reale, ha sviluppato le sue idee, ma si è trovato intorno il deserto: il PD (i cui antenati già avevano svenduto pezzi di stato a capitalisti privati) flirtava con Marchionne; la sinistra cosiddetta massimalista non capiva che, senza mettere in discussione l’euro, non c’era spazio concreto per avanzare rivendicazioni sociali; si è fatta avanti la Lega. La quale, comunque, è diversa da quella nella quale Salvini contava poco e niente e che ha sostenuto le leggi che lei le rimprovera.
    6) Ma in quale orizzonte lo vede il federalismo europeo e mediterraneo? Lo dice lei stesso: “il recente caso della Catalogna” mostra che “l’UE … ha preferito appoggiare il governo statale spagnolo, erede del franchismo, anziché un movimento indipendentista prevalentemente europeista e di sicura fede democratica”. Tralascio l’ossessione antifascista declinata in spagnolo. L’episodio dimostra che l’UE è perlomeno indifferente alle istanze dei piccoli popoli: quello che conta per gli eurocrati è che i parlamenti nazionali siano sottomessi al Consiglio e alla Commissione, mentre il Parlamento Europeo deve restare nella sua insignificanza. Che ci schiaccino come Italiani o come Sardi, come Spagnoli o come Catalani per loro non conta niente.
    E torniamo al punto di partenza. Rifletta: sovranismo – o, se preferisce, sovranità – è una bella parola.

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