Ecco quant’è preziosa (dimostriamolo all’Unesco) la cultura mineraria del “saper fare”

Il riconoscimento del "saper vivere minerario" della Sardegna nella prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità richiede innovazioni di studi e di ricerche interdisciplinari. Necessita di una forte presenza e visibilità della dimensione antropologica che caratterizza le esperienze minerarie. Chiede infine, specialmente, persone e istituzioni adeguate.

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Minatori (da Visitsudsardegna.it)

In un articolo, apparso su Il risveglio della Sardegna il 3 ottobre scorso, riguardante i fatti che hanno portato all’esclusione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna dalla rete globale dei Geoparchi riconosciuta dall’Unesco, Tore Cherchi ha dato informazioni importanti – lasciando parlare i fatti – per considerare i gravi danni subiti da tutta l’Isola, non solo dai Comuni minerari, con questa bocciatura.

Dai fatti emergevano inerzie dei dirigenti del Parco, a fronte di varie e ripetute sollecitazioni, che rendevano scandalosamente incongrui sia ogni premio di produttività per l’operato dei dirigenti del Parco, sia la mancata assunzione di responsabilità di fronte a tale bocciatura. Tuttavia, un punto rilevante dell’articolo riguardava l’importante distinzione fra l’ambito riconoscimento della Sardegna nella rete mondiale dei Geositi Unesco, d’indubbia importanza, e l’obiettivo dell’inserimento dell’esperienza mineraria sarda nella più prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Al Parco Geominerario, infatti, era stato attribuito dalla giunta regionale, in un atto d’indirizzo contenuto nella deliberazione n. 34 del 2.9.2014, il preciso compito di redigere gli studi preliminari, necessari per attivare il procedimento per il riconoscimento del patrimonio storico-culturale minerario da parte dell’Unesco quale Patrimonio dell’Umanità, analogamente a quanto accaduto in altre regioni europee. Inoltre, nello stesso atto deliberativo, si affidava al Parco Geominerario anche la preparazione di uno specifico programma riguardante le attività e gli atti propedeutici necessari per dare avvio al procedimento: fattibilità, studi scientifici e culturali relativi.

Ricordo che era stato opportunamente costituito a tal fine, presente Tore Cherchi, un gruppo di lavoro scientifico interdisciplinare che faceva capo al Geoparco e rispondeva anche a certi obiettivi del Piano Sulcis. Dopo la riunione istitutiva, fu realizzato più tardi solo un incontro già a ranghi ridotti, dati i silenzi e i ritardi scoraggianti. Era presente al secondo incontro Massimo Preite, noto studioso di Archeologia Industriale aperto ai contributi interdisciplinari e consulente nel positivo percorso del Nord-Pas de Calais per l’inserimento dell’esperienza mineraria francese nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Egli puntualizzò che sia le eccellenze tecnico-evolutive, sia quelle paesaggistico-ambientali, erano state già premiate dall’Unesco per le loro originalità. In Sardegna era necessario pertanto volgersi verso altri orizzonti culturali e valoriali.

Furono presi in conto, a quel punto, alcuni dati che riguardavano migliori e maggiormente caratterizzanti esperienze umane minerarie realizzate in Sardegna: le esperienze degli uomini e delle donne – ingegneri e tecnici, operai e operaie – storicamente impegnati nel lavoro estrattivo come soggetti produttori non solo di specifici saper fare necessari alla produzione economica, ma congiuntamente come autonomi produttori di nuovi identificativi saper fare vitali che in vari modi, secondo i tempi e i luoghi, rendevano sicuri i rischiosi spazi e tempi lavorativi di miniera.

Perché tali orientamenti – che riguardano la produzione di specifici e caratterizzanti saper vivere e che costituiscono un rilevante patrimonio dell’Umanità – non hanno avuto né una adeguata attenzione né un dovuto impegno nel Parco Geominerario della Sardegna, mentre raccoglievano importanti riconoscimenti scientifici?

Sommariamente e genericamente per brevità, riguardo ai saper vivere minerari possiamo riferirci alle opere d’ingegno e alle pratiche ingegnose che hanno storicamente trasformato i momenti, i luoghi, i modi lavorativi di rischio in modi culturali inventivi e realizzativi di sicurezza, di securitas. Tali infrastrutture, oggetti, pratiche operative, necessitano di nuove connessioni culturali, di senso e di valore, a partire dai siti inquinanti e dalla valorizzazione delle opere di messa in sicurezza e di bonifica, di ri-degnificazione e di ri-generazione economica e culturale di quei luoghi. Gli esempi, numerosi e complessi per le implicazioni, possono ora risultare riduttivi. Tuttavia, si possono citare alcune connessioni esemplificative fra impianti di aereazione e di eduzione delle acque, lampade di miniera, pratiche di rimozione o di governo dei pericoli, dal disgaggio e dalle armature all’accensione manuale delle micce.

Tali patrimoni infrastrutturali e oggettuali, comportamentali e operativi, con i loro distintivi soggetti attuativi, uniti alla qualità del patrimonio discorsivo – scritto e orale, poetico e canoro – prodotto in modi caratterizzanti nei mondi minerari da vari locutori, costituiscono un insieme di particolare forza e coerenza culturalmente produttiva, riguardante in particolare i beni detti immateriali.

Il saper vivere minerario della Sardegna non riguarda solo gli aspetti sociali ed umani. Riguarda anche gli aspetti ambientali. Ciò emerge, ad esempio, dal discorso di Pietro Cocco, nell’intervista fatta da me con il collega Felice Tiragallo. Egli, minatore condannato al confino durante il fascismo, dirigente sindacale e politico, consigliere regionale, sindaco e amministratore locale a Carbonia, riferiva di un suo discorso pubblico sulla necessità di usare risorse energetiche rinnovabili al posto del carbone «per la salute del mondo». Affidava a noi, docenti universitari, riferendo quel suo discorso, la necessità di dire ai giovani la sua verità che riguardava una nuova cultura operaia e democratica, volta alla cura della salute del mondo.

Il saper vivere minerario della Sardegna è assai originale. Si differenzia, ad esempio, dal Buen Vivìr: un saper vivere connesso in varie culture dell’America latina a importanti concezioni del cosmo, passato da concezione e modo di vita a dettato costituzionale in Equador e in Bolivia, non senza problemi e contraddizioni. In Sardegna si tratta invece di praticare e mettere in mostra il saper vivere minerario, opportunamente attualizzato rispetto ai nuovi rischi di precarietà di vita e di lavoro, di salute e d’istruzione, incombenti come strati di rischi multipli specialmente in varie località dopo la chiusura delle miniere. Si tratta di attualizzare i vari saper vivere minerario in un unitario asse culturale portante, utile per un nuovo modello economico e culturale della nostra contemporaneità globalizzata: un modello valido sia per la natura sia per l’umanità.

Il riconoscimento del saper vivere minerario della Sardegna nella prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità richiede quindi innovazioni di studi e di ricerche interdisciplinari. Necessita inoltre di una forte presenza e visibilità della dimensione antropologica che caratterizza le esperienze minerarie. Domanda anche innovazioni di esposizioni e di percorsi, a varie scale locali, territoriali e regionali, e non solo. Chiede infine, specialmente, persone e istituzioni adeguate.

Possono gli attuali sindaci dei Comuni compresi nel Parco Geominerario della Sardegna costituire un fronte di alta democrazia culturale rinunciando a ogni riduzione di tale cultura – che deve essere resa ancor viva e operante per ottenere nuovi riconoscimenti – a mero consumo effimero o spettacolare?

Può l’attuale comitato tecnico-scientifico del Parco geominerario cogliere l’ampiezza e la profondità dell’esperienza culturale messa in luce dagli studi di antropologia mineraria in Sardegna?

Possono gli attuali dirigenti del Parco portare avanti il loro incarico senza assumersi le responsabilità di varie e lunghe inadempienze che riguardano non solo la rete dei Geoparchi, ma specialmente le necessarie iniziative per procedere verso il riconoscimento dell’originalità che caratterizza l’esperienza mineraria della Sardegna quale Patrimonio Mondiale dell’Umanità da parte dell’Unesco?

Paola Atzeni

Antropologa, è stata docente della prima cattedra in Italia di Storia della Cultura materiale all’Università di Cagliari. Si è occupata di mondi e genti di miniera in Sardegna, tema su cui ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche.

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