Facce da selfie 

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Scolpite sul marmo, in punta di pennello o stampate sulla pellicola, le immagini sono sempre state funzionali alla mitologia dei potenti di tutte le epoche. Dai bassorilievi Assiro-Babilonesi alle statue equestri romane le gesta dei condottieri e dei sovrani diffondevano un’iconografia tesa alla celebrazione della leggenda dell’eroe invincibile. Anche gli affreschi medievali avevano il compito di spiegare, al popolo analfabeta, le gesta dei nuovi “eroi” del cristianesimo: i santi e le divinità.

L’invenzione della fotografia ha fornito ai nuovi potenti un medium straordinario, dotato di una forza comunicativa e suggestiva capace  di trasmettere messaggi eloquenti e immediati a un popolo sempre ignorante. La fotografia si mostra funzionale al potere anche come efficace mezzo di schedatura e controllo, diventando ben presto uno strumento adottato e sviluppato dalle nascenti dittature europee bisognose di orientare e ampliare il loro consenso.

In Italia Bento Mussolini intuisce subito l’importanza dei mass media per il suo regime e, nel 1924, fonda l’Istituto Luce con il compito di educare, attraverso immagini, sempre strettamente controllate, una popolazione con un elevatissimo tasso di analfabetismo. La fotografia, il cinema e le altre arti visive, sapientemente forgiate, hanno anche costruito e trasfigurato l’immagine del corpo e del volto del duce, allo scopo di creare una vera e propria icona del potere. Il duce “con le mascelle quadrate e stritolanti” il duce che ara la terra, il duce in costume da bagno, il duce in divisa amplificano l’immagine di un uomo superiore ma anche di un governante vicino alla gente.

Negli stessi anni la Germania di Hitler si attrezza con un ufficio di propaganda, affidato a Joseph Goebbels, che si occupa, in maniera spregiudicata, di diffondere notizie, anche palesemente false, per costruire il mito del regime. In Germania, come nella Russia di Stalin, si diffonde anche l’uso del fotomontaggio e del fotoritocco come metodo per addomesticare l’immagine piegandola alla costruzione della retorica nazionale. Questi due dittatori si pongono però attentamente su un gradino più elevato, non hanno l’esigenza di mostrarsi troppo vicini al popolo.

Il dopoguerra vede allentarsi progressivamente il controllo della fotografia da parte dei regimi, finalmente democratici, che vedono nel dominio della nascente televisione uno strumento più comodo per veicolare i loro messaggi politici. In Italia il partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana, manca di un leader egemone, è un partito di notabili grigi ed intercambiabili. I presidenti del Consiglio ruotano continuamente e viene meno il bisogno di costruire un mito personale.

Ai giorni nostri Silvio Berlusconi, portatore della retorica dell’uomo eletto dal popolo e quindi “unto dal Signore”, rilancia l’ossessione della propaganda della sua immagine. Uomo di televisione Berlusconi privilegia questo medium, non disdegnando però l’uso della fotografia a supporto della rappresentazione del leader-imprenditore che di volta in volta, a seconda dei contesti diventa un presidente operaio, pompiere, ferroviere e persino contadino. Berlusconi alimenta ed esaspera l’icona del self-made man, ma il leader si mantiene sempre un gradino al di sopra dei suoi adoranti ammiratori. La sua “investitura divina” e la sua smisurata ricchezza lo rendono un inavvicinabile.

Intanto la fotografia diventa  sempre più popolare con l’uso degli smartphone e dei social network ed esplode dirompente il selfie. Tutti si fotografano dappertutto: in pizzeria, in spiaggia, a letto, con gli amici, con il cane. Il selfie è un fiume in piena inarrestabile di immagini banali, ma comunque corrispondenti ad un bisogno popolare che sarebbe troppo lungo sviscerare in questa sede.

Un fenomeno del genere non poteva non ingolosire i potenti di tutto il mondo. Da Obama al Papa, tutti cedono alla tentazione del selfie che per i nuovi eroi moderni, i calciatori e gli sportivi, sta sostituendo l’ormai obsoleto autografo. I politici nostrani si sono buttati a capofitto in questa novità, anche perché, dopo Berlusconi, è tornata la voglia di partiti personali e quindi ridiventa forte il bisogno di curare in modo maniacale la propria immagine.

Matteo Renzi ha attinto a piene mani dalla fotografia e dalla TV per costruire il suo personaggio. Indimenticabile la sua comparsa nella trasmissione “Amici” con il giubbotto di pelle, un look che la stampa ha paragonato a quello di Fonzie in Happy Days, guadagnandosi il soprannome di Renzie affibbiatogli da Beppe Grillo. Quale messaggio voleva lanciare Renzie ai giovani ascoltatori della trasmissione? Eccomi, io sono come voi, vesto come voi, sono su Facebook, twitto, faccio i selfie! Votatemi perché sono uno di voi. Infatti lo hanno votato.

Oggi la vita dei politici e la loro propaganda è scandita, come quella di molti comuni mortali, dai post su Facebook o su twitter. Ci comunicano quello che fanno, ci mostrano con un selfie cosa mangiano, con chi stanno, fanno annunci mirabolanti, si azzuffano con gli avversari. Riescono anche a sconfiggere la povertà e a trasformare d’incanto la “terra dei fuochi” in “terra dei cuori”. Facebook è il diario spesso puerile di uomini di governo che al sobrio governare preferiscono la recita di una quotidiana e surreale commedia dell’arte.

Ci sono poi degli indiscutibili campioni del genere. Matteo Salvini è certamente un maestro in questa asfissiante presenza. Non è narcisismo il suo, non solo. La sua è una precisa strategia di comunicazione – raffinata e becera allo stesso tempo – che mescola con astuzia la propaganda dell’uomo forte, la retorica Berlusconiana dell’uomo del fare e quella dell’uomo “normale” per la costruzione dell’immagine di un leader che però stavolta vuole proporsi come uno di noi. Quindi ecco il Salvini in bermuda, il Salvini con la divisa della protezione civile, il Salvini che gioca a flipper nel bar sport, quello che bacia il rosario e anche quello con la maglietta di Casapound. Con qualche incidente di percorso non voluto: il Salvini mollato su Facebook dalla fidanzata con tanto di foto.

Qui entra in ballo il selfie, che è perfettamente funzionale alla sua retorica. Salvini posta selfie in continuazione, ottenendo like a raffica e critiche feroci, che sono entrambi voluti e accuratamente cercati. Chiarisco meglio: un politico astuto come lui sa bene che reazioni può suscitare un selfie come quello pubblicato mentre va, sorridente, a visitare una località ferita da un disastro naturale. Quel selfie lo accredita presso i suoi fan come un leader sempre in movimento e, contemporaneamente, gli permette di rispondere ai contestatori con slogan maliziosi e non casuali come “me ne frego” o “molti nemici molto onore” oppure “chi si ferma è perduto” per lanciare precisi messaggi non solo ai suoi hooligans ma, soprattutto, a formazioni politiche contigue che vuole affabulare.

La dimostrazione che Salvini sia perfidamente efficace nelle strategie di comunicazione ce la dà un altro imbarazzante ministro, Toninelli, che invece fa la figura di quello che, non avendo studiato, copia maldestramente il compito del compagno di banco. Anche lui posta un selfie incauto mentre è in vacanza nel giorno sbagliato e viene seppellito sotto una montagna di critiche del tutto inattese. Lui ci soffre, è sconcertato, impreparato e risponde piccato. “Sono fisso al telefono – scrive – e seguo ogni cosa che riguarda il @mitgov!”, rendendosi oltreché irritante anche ridicolo.

Insomma i selfie, come pure le dirette facebock, sono la nuova frontiera della comunicazione politica, ma non si pensi che possano essere maneggiati da un qualunque improvvisato bricoleur. I politici hanno licenziato i fotografi personali ma pagano fior di spin doctors che li seguono in ogni passo e in ogni post. A dimostrazione che la fotografia, anche quella più popolare, non è mai ingenua, e può diventare anche pericolosa quando un governante la usa astutamente a scopo di lucro per piegarla alla sua propaganda senza scrupoli. Perché, come ci insegna il passato, qualche volta il gioco riesce. Quindi auguriamoci che, dopo i suoi selfie, non ci tocchi nuovamente di vedere nelle piazze anche la statua equestre di qualche spregiudicato e audace “capitano”.

Enrico Pinna

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