Giaime Pintor, un intellettuale che prese le armi e morì per fermare i nazifascisti

Una nuova biografia di Carlo Dore dopo quelle di Gobetti, Matteotti e Gramsci. La prefazione di Massimo Dadea

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Giaime Pintor

Martedì 3 dicembre, presso la Fondazione Banco di Sardegna, in via San Salvatore da Horta, 2, verra presentato il nuovo libro di Carlo Dore Giaime Pintor, l’eroico sacrificio della vita per il riscatto dal nazifascismo. Saranno presenti, con l’autore, Giacomo Mameli, Paola Piras e Massimo Dadea, l’autore della prefazione che di seguito pubblichiamo.

Dopo Piero Gobetti, Giacomo Matteotti e Antonio Gramsci, Carlo Dore si misura con un’altra figura emblematica del panorama politico e culturale del novecento: Giaime Pintor. Lo fa, ancora una volta, con grande efficacia e perizia, attraverso un taglio pedagogico e divulgativo che è diventato la cifra della sua produzione letteraria.

Giaime Pintor, morto a soli 24 anni, nel dicembre del 1943, mentre cercava di raggiungere una colonna partigiana nei pressi di Roma, rimane una splendida figura di intellettuale, una personalità indipendente, ricca e poliedrica. Una figura anche controversa che ancora oggi fa discutere. Su di lui si sono scontrati opinioni e giudizi differenti. In primo luogo l’appartenenza politica, contesa sia dai comunisti che dagli azionisti. Lucio Lombardo Radice, autorevole esponente del PCI, parlava di Giaime come di “ un campione dell’unità antifascista, quindi non schierato decisamente accanto ad un partito…”.

Poi l’attenzione si è focalizzata sulla sua adesione precedente al fascismo. Una polemica innescata da alcuni articoli comparsi sul Corriere della Sera che accusavano un’intera generazione di intellettuali, colpevole di aver aderito, durante il Ventennio, alle iniziative culturali del fascismo. Una disputa falsa e strumentale, se rivolta a Giaime Pintor, che nascondeva il tentativo di accusare gli intellettuali di opportunismo e trasformismo.

Il pregio di Carlo Dore è quello di aver evitato di fare di Giaime Pintor la bandiera di un partito, e tanto meno un’icona resistenziale, privilegiando invece la sua figura di straordinario intellettuale, la sua vicenda personale e familiare. Emerge l’immagine di un uomo di cultura dai molteplici interessi, dalla letteratura, al cinema, alla musica, al teatro. Autore di un gran numero di saggi ed articoli, tradusse una serie di autori, tra cui Goethe, Kleist, Rilke. A soli 21 anni, durante il suo soggiorno a Torino, venne introdotto da Cesare Pavese e Carlo Muscetta nella casa editrice Einaudi, di cui diventò ben presto uno dei principali esperti e traduttori.

Di grande interesse è il ritratto, fatto dall’autore, della famiglia Pintor. Con pochi tratti di penna ha tratteggiato l’ambiente culturale familiare a cui sin da piccolo Giaime Pintor si è abbeverato. Una famiglia di origine sarda, caratterizzata da una forte curiosità intellettuale. La madre, Adelaide Dore, donna di straordinaria intelligenza e brillante scrittrice e traduttrice, era parente del padre di Carlo Dore. Beppino Pintor, il padre, funzionario del Provveditorato delle Opere pubbliche, appassionato di musica. Ma è soprattutto quando Giaime viene mandato a Roma per frequentare il Liceo Mamiani,  che la sua sete di cultura trova l’ambiente adatto.

A Roma viene ospitato dagli zii Fortunato, direttore della biblioteca del Senato, e Cicitta, nell’appartamento di Via Tazzoli, la mitica “Casa Pintor”: un punto d’incontro della intellighenzia romana, un cenacolo culturale aperto alle diverse correnti di pensiero. La sera si potevano ritrovare personaggi quali Benedetto Croce, Giustino Fortunato, Giovanni Gentile, Giuseppe Lombardo Radice. E’ a contatto con il meglio della cultura del tempo che avviene la maturazione intellettuale di Giaime. E’ qui che germoglia lo spirito critico di uno dei più autorevoli esponenti di quella che è stata definita “la generazione senza maestri”. Tagliente il suo giudizio nei confronti di Benedetto Croce: “Ragiona forse con troppa semplicità e con la sicurezza dei vecchi. Rigido nel giudizio politico”.

La decisione di Giaime di scendere in campo in prima persona contro il nazifascismo fu una decisione sofferta ma meditata, non fu il gesto disperato di un ribelle ma la logica conseguenza di un preciso convincimento: liberare l’Italia dall’invasore, anche a costo della propria vita.

Giaime ci ha lasciato uno dei documenti più belli ed emozionanti della resistenza italiana, diventata un vero e proprio manifesto, la lettera al fratello Luigi, in cui spiegava le ragioni per cui si apprestava a compiere una missione così rischiosa che poi l’avrebbe portato alla morte: …Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari; avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse; e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato di più di ogni partito e dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso ad impegnarmi totalmente su questa strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, di insofferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo ad una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile…

Carlo Dore, con leggerezza e sensibilità, tratteggia i contorni di un giovane uomo, colto e ambizioso, di un intellettuale moderno e di respiro europeo, che nella scelta della Resistenza trova la forza e la volontà di contribuire alla caduta del fascismo, e così di porre fine alla guerra, per potersi dedicare alla realizzazione dei suoi molteplici progetti culturali, per poter dare corpo e spessore ai suoi sogni. I sogni di un intellettuale di appena 24 anni troppo presto strappato alla vita.

Massimo Dadea

 

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