Gioia e rivoluzione a Jerzu

    di Ilario Carta. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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    Jerzu

    – Sono i ragazzi come voi il futuro del nostro Paese.

    Cossiga guardava dentro i miei occhi mentre parlava. D’altronde ero l’unica persona al di sotto dei vent’anni presente al suo discorso nel Cinema Smeraldo. In campagna elettorale aveva fatto tappa a Jerzu, per un incontro veloce con i suoi amici democristiani. Io non ero notoriamente un democristiano, però giocavo con la squadra democristiana del paese. Insomma un piccolo conflitto d’interessi che avevo risolto giurando eterno amore a quella casacca granata, mettendola anche davanti alla mia fede politica. In società forse pensavano che prima o poi anche io come San Paolo mi sarei convertito e sarei passato dalla loro parte. Perciò quel giorno ebbi libero accesso come un ospite in via di ripensamento.

    Quel giorno mi sentivo una spia. Durante la notte con il nostro gruppo di rivoluzionari proletari, per non destare sospetti, ci eravamo spinti sino a Osini e nei muraglioni in cemento avevamo scritto “Kossiga boia” e altri pensierini di benvenuto all’ospite. Lui, il ministro dell’Interno, nel suo discorso al cinema Smeraldo lanciava strali infuocati nei confronti dei brigatisti locali, quelli della scritta; io nella seconda fila annuivo alle sue parole muovendo il capo, a fargli capire che ero d’accordo con lui. Ma con la mente gli dicevo caga caga Francischeddu.

    Era così la nostra militanza di allora, più goliardica che politica. Avevamo una sede affiliata ai Circoli nazionali di Lotta continua, tutto in mano nostra, a un gruppo di ventenni notoriamente fancazzisti. In un anno e mezzo di attività non riuscimmo a produrre un solo documento ufficiale, impelagati in modo melmoso in una possibile fusione contro natura con il gruppo degli anarchici jerzesi.

    Se la sede ufficiale era riconoscibile dalla bandiera rossa esposta nel balcone, la sede operativa era però un’altra: la barberia Piras nel Corso. Ogni giorno dalle dieci in poi ci ritrovavamo lì e cominciava un’ ordinaria e folle giornata. Così capitava che un articolo di Fortebraccio sull’”infantilismo dell’estremismo extraparlamentare” ci occupasse per tutta la mattina in discussioni furiose e invettive contro il PCI, per poi passare con la massima disinvoltura a occuparci di cose molto più divertenti. Come quando uno di noi, arrivò un giorno in barberia e con tono trionfale annunciò:

    – Ragazzi ho appena terminato di scrivere un manuale che cambierà per sempre la nostra esistenza.

    Con fare teatrale estrasse dalla tasca alcuni fogli dattiloscritti. Titolo dell’opera: “Manuale sulla masturbazione, 100 modi diversi di darsi piacere”. E via con la prima scheda.
    Il clou era la scheda riferita a “masturbazione e tornanti”. Il riferimento era alla nota strada tortuosa per Ulassai.

    – Ilà, carpe diem, adrenalina pura a sessanta all’ora, con una mano guidi e con l’altra…
    Cogliendo le mie perplessità.

    – Oh, in sa vida tòccada a provai tottu.

    – Provanci tui; aicci t’agattanta cun sa macchina in Pardu.

    Oppure quella volta che per miracolo non buttammo giù una serranda vicino al Portico.
    Andò così: un nostro amico, dotato di flemma a prova di bomba, parcheggiava il suo vecchio vespino, appoggiandolo al muro senza metterlo in cavalletto, all’inizio della salita verso il portico. A turno uno di noi usciva dalla barberia e lo metteva in moto. Il nostro “bandolero stanco” sbuffando e imprecando, ogni volta era costretto ad uscire dalla barberia per spegnerlo.

    Un giorno qualcuno innestò la prima marcia sul vespino spento. Il sabotatore di turno, senza sapere, diede la solita scrollata all’acceleratore. Il vespino si mise in marcia senza conducente inerpicandosi nella salita verso il portico. Tzia Maria Contu, ottantenne, scendeva dal portico e si vide venire incontro un vespino senza conducente. Scartò di lato giusto per lasciare lo spazio al mezzo che si infranse con un tremendo rumore di ferraglia nella serranda vicino al portico. Immediatamente arrivò a sirene spiegata la gazzella dei carabinieri forse pensando a un attentato. Tzia Maria Contu venne soccorsa nel negozio di frutta e verdura e ne uscì dopo due ore ancora tremante.

    Quando poi nella barberia osava entrare qualche coetaneo del PCI lo spasso era assicurato. Li riconoscevi da lontano quelli del PCI. Avevano 18 anni ma sembrava ne avessero 55. Sofferenti, diligenti, ligi al dovere, sembrava reggessero sulle loro giovani spalle le sorti del mondo. Sempre con le loro divise di ordinanza, giacchetta demodè che faceva tanto intellettuale, il mensile Rinascita ben in evidenza piegato in quattro e ben sporgente dalla tasca della giacca. E poi tanta supponenza, tante certezze, toni enfatici, il partito bla, bla, bla, la disciplina del partito bla, bla, bla, la linea del partito bla,bla,bla, la responsabilità di governare bla,bla,bla.

    Le discussioni duravano ore. Erano coriacei, duri, i giovani compagni del PCI jerzese. Per noi era un divertimento perché potevamo scantonare liberamente, senza dover ubbidire a linee di partito, mozioni, tesi. Il partito eravamo noi: allungavamo, accorciavamo i ragionamenti, secondo il nostro comodo. E quando potevamo combinare loro qualche scherzo il godimento era al settimo cielo. Come quella volta che Il Male usci con una falsa prima pagina de l’Unità con il titolo: “Basta con la D.C”. Sottotitolo: “Storico discorso di Berlinguer che attacca duramente la D.C. davanti a duecentomila persone”.

    Ancora a Jerzu nessuno conosceva Il Male. Ne portai da Iglesias tre copie presagendo ciò che sarebbe successo. La mattina del sabato ci distribuimmo in tre punti diversi del corso dispiegando in modo visibile, verso l’esterno, la prima pagina fasulla dell’Unità. Ecco che passa il primo giovane compagno del PCI. Il suo sguardo cadde sul titolo. Shock e disorientamento: Berlinguer era forse impazzito? Ma quella era la prima pagina de l’Unità. Il nostro giovane comunista corre verso Funtane susu dove c’era la sede del PCI. Dopo una decina di minuti ritornano in quattro o cinque. Con disinvoltura passano dall’altra parte della strada, buttando un occhio al giornale. Nel volgere di mezz’ora tutta la sezione del PCI era in subbuglio per la svolta epocale del partito in pieno compromesso storico. Dovettero attendere sino a mezzogiorno, la risposta a un fonogramma che avevano inviato a via delle Botteghe oscure, per sapere che si trattava di uno scherzo di questo nuovo giornale satirico.

    Il titolare della barberia Piras, ortodosso comunista, osservava da lontano, lasciando fare. Si vedeva che tifava per noi pur essendo uno del PCI. In fondo ci era grato per quell’allegria da ventenni che gli portavamo in dote ogni giorno.

    Ilario Carta

    E’ nato nel 1957 e ha vissuto tra Ballao, Iglesias, Jerzu e Cagliari. Questo fa di lui un uomo di pianura occasionalmente prestato alla montagna. È laureato in Materie Letterarie, ha due figli adulti, lavora da sempre in Regione dove si occupa di politiche sociali. Ha pubblicato due romanzi con Arkadia: I giardini di Leverkusen nel 2015 e Lo scorpione nello stomaco nel 2017. A settembre uscirà il suo terzo romanzo, sempre con Arkadia. Tra alcuni mesi sarà in pensione e potrà dedicarsi interamente alla scrittura.

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