Giorgio Melis, due foto, una storia (Nanni Spissu)

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Giorgio Melis con Giorgio Napolitano, presidente della Camera, a Cagliari il 1° maggio del 1993

Queste due fotografie furono scattate il 1° maggio del 1993 nel municipio di Cagliari, durante l’attesa di Sant’Efisio. Giorgio Napolitano, che allora era il presidente della Camera dei Deputati, era venuto in città per sostituire il presidente delle Repubblica Scalfaro, bloccato a Roma da un’indisposizione. Me le ha inviate qualche mese fa, per mail, Giorgio Melis che, contemporaneamente, le ha mandate anche a Ninni Giua, all’epoca era sindaco di Cagliari, chiedendogli se ricordava in che occasione erano state fatte. Ninni lo ricordava e ha dato a Giorgio la risposta richiesta.

Quando ho ricevuto la mail mi sono chiesto perché Giorgio l’avesse mandata anche a me. Rivedendo queste due foto ora, nei giorni tristi dopo la sua scomparsa, credo di aver trovato una risposta. Erano un “segnale”. Giorgio voleva dirmi: ecco, ricordami così, giovane, brillante, per niente affatto in imbarazzo anche con personaggi come quelli, anzi in qualche modo al centro dell’attenzione. Giorgio Napolitano è attento e interessato, Ninni Giua se la ride, forse perché Giorgio è, anche qui, carico di quella sua ironia maledettamente graffiante, che faceva molto Stampace, il quartiere dov’era cresciuto con la sua numerosissima famiglia e che fu anche il luogo della mia infanzia: tra la sua strada, via Manno, e la mia, il Corso, la distanza era poca.

Giorgio Melis con Giorgio Napolitano a Cagliari il 1° maggio del 1993. Alla sin di Melis, Ninni Giua e Giorgio Carta

Però non ci conoscemmo da bambini, ma molti anni dopo, tra il 1983 e il 1984, negli anni della mia collaborazione con Francesco Cocco, allora assessore della Pubblica Istruzione alla Regione. Lui chiese a Francesco notizie di quel “bravo ragazzo” che gli faceva da segretario particolare: ero io, che non ero né ragazzo, né bravo. Ma fortunato, si, perché avevo trovato un amico strepitoso e collaboravo con il bravissimo Francesco, mio vecchio compagno di liceo e, allora, di partito.

Le foto non erano accompagnate da alcun commento, ma Giorgio era già malato e, come è possibile, metteva ordine alle sue cose e ai suoi ricordi. Così, forse, ha voluto che io, che gli sono stato vicino durante e dopo la stagione de L’Altravoce e anche in quella della malattia, ricevessi così una conferma della sua amicizia. Che era di quelle solide. E assolutamente cristallina.

Mi è dato solo ora di capire quale privilegio sia stato vivere con lui, per quanto il mio contributo fosse stato marginale, l’ esperienza de “L’Altravoce”, così frequentemente richiamata in questa durissime giornate dopo la sua scomparsa. Quando lanciò l’idea gli scrissi: bravo, bella idea, in bocca al lupo. Mi rispose: non è il tempo degli auguri, ma è quello di scrivere. Che aspetti? Non aspettai, e scrissi.

Di quell’esperienza occorrerà raccontare la storia, a più voci, tante, di chi la costruì, cioè Giorgio che ora non c’è più, e di chi la visse assieme a lui. Mettendoci tutti assieme per fare memoria.

Giorgio ci ha salutato. Sono stati saluti laceranti, frastornanti. Un addio che mi ha messo di fronte all’evidenza delle cose. Di un presente che è diventato, per la mia generazione, il tempo dei bilanci e delle domande inutili (una serie infinita di “perché?” ) che non avranno risposta. Mentre Giorgio, quella risposta la possedeva, solidamente legata alla sua fede.

Personalmente rifuggo dal guardare indietro: voglio ancora saper interpretare il mio tempo e provare a immaginare quello che sarà il tempo futuro. La nostalgia non mi attira, anzi mi pare uno stupido esercizio di impotenza. Anche questo l’ho appreso da Giorgio. Forse può essere bene anche interpretare il passato, ma a noi non serve, e altri potranno, se sarà utile, leggere con sguardo critico i segni del nostro passaggio. Ci è lecito presumere o sperare che si possano trovare anche tracce di buona qualità. Ma non spetta a noi proporci per quello che siamo stati. Ci resta ancora il dovere, il diritto, di vivere questo tempo attivamente, come è possibile farlo, accettando prima di tutto di tenerci distanti dai luoghi della decisione, che non ci spettano più e che oggi appartengono ai nostri figli. I quali, se ci interrogheranno, avranno le nostre risposte, ma noi non dobbiamo aspettarci che siano quelle giuste, né quelle attese. Saranno solo le risposte che potremo dare. Tutto questo ci deve rendere sereni, deve darci equilibrio e una giusta percezione della qualità di questo nostro tempo, che non sarà inutile se non avremo la pretesa di essere ancora necessari.

Nanni Spissu

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