Gonnosfanadiga, in risposta a una domanda

di Sabrina Tomasi. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Italo Calvino

Qualsiasi sia la strada dalla quale si fa ingresso, a sollevare il cappello in segno di saluto c’è sempre lui, il Monte Linas. Imponente signore tranquillo, ci protegge a valle. Ogni notte, un altro grande personaggio – il Rio Piras – posa la sua testa sul manto verde-macchia mediterranea del Linas e ci si addormenta.

L’acqua di menta fresca del nostro rio-torrente scorre veloce sulle pietre, fino al paese e oltre. In estate non si fa trovare. Resta in montagna a far compagnia al suo vecchio amico. In autunno, a volte, fa paura, quando piove tanto e si affaccia sugli argini, fino al livello dei ponti e allaga le nostre strade entrando anche nelle case più vicine.

Abbiamo numerosi pozzi pubblici, un tempo oltre cento, e sorgenti. In passato c’erano i mulini ad acqua, utilizzati come frantoi.

Sì, perché le olive qui non mancano. Sono molte le aziende olivicole, ma ancora di più le famiglie che in autunno passano le giornate alle olive. È faticoso, ma poi arriva il momento in cui ci si siede a mangiare tutti insieme, e allora è festa. Di quel periodo conosciamo bene l’odore forte della sansa e il ritmo notturno del frantoio. E il vento tra le fronde degli ulivi secolari? Sa di una casa a cui ritornare.

Nella stagione della raccolta, a volte, i nostri panettieri schiacciano le olive nell’impasto. La cultivar locale si chiama Nera di Gonnos. Bella, tondeggiante e polposa. Lo conoscete il sapore antico di un’oliva frungida raccolta da terra?

Se nomino il pane, devo fare nomi e cognomi: sa moddixina. Alta, ben lievitata, con le bolle nella mollica bianca e morbida, la crosta croccante e rumorosa. D’estate, la notte, si sprigiona per le strade il profumo intenso dei forni.

E la frutta? E gli ortaggi? Immaginate: quando i produttori postano sui social l’arrivo delle prime angurie, fuori dalle rivendite si formano le file.

A punti panoramici non siamo per niente messi male. C’è una strada che, non a caso, tutti conoscono come “La panoramica”. La conoscono tutti anche perché quando scende il buio si va lì per scambiarsi molto amore. Durante il giorno, invece, ci si va a camminare e correre ed è un piacere per gli occhi. Se la percorri tutta arrivi a Nizzas, dove un tempo i gonnesi andavano a prendere l’acqua alla fonte Madre Teresa, attualmente chiusa.

Chiusa. Come tanti edifici pubblici che potrebbero essere a disposizione della comunità.

Il gonnese è così: si scopre eccezionale nello straordinario. Per il resto, soffriamo di un po’ d’inerzia: troppo spesso pensiamo che la responsabilità di agire sia di qualcun altro. A volte siamo carenti nella cura e cadiamo nell’apatia. Ma questo non vale per tutti e so bene che non capita solo qui.

Ad esempio, un po’ nascosta e poco valorizzata è la nostra Tomba dei Giganti, in località San Cosimo. E come lei, altre emergenze culturali. Per ampiezza e conservazione, è una testimonianza archeologica di estremo valore.

Altro luogo caratteristico è il complesso della Gradinata con la Grotta dedicata alla Beata Vergine di Lourdes.

Alla fine della via principale, se si percorrono in salita i 292 gradini, dopo molto sudore e respiri affannati, quando ci si volta, la piana del Medio Campidano si dispiega.

Continuando a salire lungo la strada alle spalle della grotta ci si ritrova al belvedere San Simeone, con lo sguardo sulle montagne. Si continua ancora, stavolta in discesa. Ancora panorami.

A un certo punto compare, nel verde, una graziosa cupola a squame. È la chiesetta campestre di Santa Severa, accompagnata da leggende. Tutti ne aspettano la festa, ogni Lunedì dell’Angelo, con la processione quasi inesorabilmente sotto la pioggia, il tiro al piattello e i dischi volanti.

Ci sono altre feste che ci stanno a cuore: sa festa manna. La Madonna della Salute è colore. L’ultima domenica di maggio c’è la processione con is traccas, i gruppi folk, i fantini a cavallo, sa ramadura, gli spettacoli serali in piazza.

Il 4 dicembre si celebra la nostra patrona: Santa Barbara, protettrice dei minatori. Eh sì, anche noi abbiamo una storia estrattiva.

Uno dei siti minerari, adesso, è un parco bellissimo, Perda de Pibera, coi tavoli per i pic-nic e i sentieri per le escursioni al Linas.

Il paese visto dalla collina di Carongiu de Majori è un pezzo da collezione, un modellino preciso di chi siamo. Sul colle un gruppo di volontari ha posizionato una grande croce. Vista dal paese, illuminata nel buio, sembra sospesa nel cielo.

Abbiamo sempre una ferita aperta, dal 17 Febbraio 1943. Ce la ricordano di continuo i muri di Via Marconi, che portano i segni degli spezzonamenti del bombardamento degli aerei alleati. Furono numerosi i feriti e le vittime.

Gonnosfanadiga è molte cose oltre questo. A volte sono cose che confortano, altre fanno paura. Ad esempio, il fatto che negli ultimi dieci anni numerose attività commerciali del centro abbiano chiuso i battenti. E che servano spazi di aggregazione giovanile e servizi per l’infanzia. Ma soprattutto iniziativa.

Resiste, in ciascuno di noi, una speranza latente. Forse basterebbe crederci un po’ di più, combattere l’inerzia in maniera collettiva. Allora, forse, è proprio questa la risposta. Ci poniamo la domanda?

Sabrina Tomasi ha studiato Beni Culturali a Cagliari e Macerata. Qui ha, poi, conseguito un dottorato in Scienze Umane sulle tematiche dello sviluppo nelle aree rurali, anche in chiave turistica. Continua a fare ricerca con l’Università di Macerata e collabora in Sardegna con le associazioni G_elevato2, Pro-muovere e RU.RA.LE, di cui è socia.

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