I tre mondi di Santa Giusta

di Martina Uda. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Santa Giusta

Santa Giusta, per chi abita in paese, rimanda subito a una persona e noi la conosciamo tutti la sua storia, una leggenda in pratica, e a me vivere in un paese con una leggenda mi è sempre sembrato bello. È una di quelle cose che ti raccontano fin da piccola, ne ho sentite di diverse, ma la mia preferita è questa:

C’era una volta una bambina di nome Giusta che viveva in un paese chiamato Othoca. Othoca era divisa in tre parti: la parte di sotto, dove ci stavano i morti ed era in effetti sotto la strada, proprio quella dove ogni giorno passa il pullman dell’Arst; la parte di sopra dove c’è la Basilica; e la parte dell’acqua dove nascono i tramonti roventi.

Giusta passava sempre vicino alla chiesetta di Santa Severa e vedeva scavare, coprire, scavare e ricoprire, ma ogni tanto riusciva a sbirciare dalla recinzione e si vedevano delle camere, tante stanzette piccoline. Poi un’amica le ha spiegato che quella era la porta per il mondo di sotto, ma non ci si poteva andare perché ci stavano le tombe di un antico popolo, i fenici diceva, e a entrare là dentro si rischiava di rimanere intrappolati a costruire anfore e scolpire satiri.

La Basilica è sicuramente la cosa più bella della parte di sopra, ancora più bella degli occhi neri di Sona, chiamato così perché ogni volta che qualcuno lo vedeva gli urlava “Sona! Sona!”. Certo, il fatto che andasse sempre in giro con una chitarra elettrica in spalla e che ogni tre passi suonasse i suoi migliori accordi, forse aveva risvegliato negli Othochesi una voglia strana di muovere le anche e di riunirsi per grandi balli tondi di musica prog. Tutti suonavano, ma il fratello di Giusta dice che quando ha dovuto scegliere se comprarsi la chitarra elettrica o la vespa ha scelto la vespa, forse perché nella chitarra non poteva portarci la pivella. Poi c’erano le feste, Giusta impazziva per quella sensazione di adrenalina e mancamento che solo le giostre o su fil’e ferru fatto in domu riuscivano a dare. Fino a che sua cugina non si è rotta il labbro sbattendo sul volante degli autoscontri e lei non ha vomitato sulle barche del porticciolo appena scesa dalla ballerina.

Sua nonna, chiamata Tzia perché tutte le nonne lì si chiamano così, le raccontava dei brutti tempi: di quando c’erano le guerre e dovevano andare nel rifugio. “Rifugio? Qui a Othoca? Wow, e di cosa era fatto nonna?” chiedeva rapita Giusta, “de ludu” rispondeva Tzia. Anche il nonno, di nome Tziu, le raccontava tante cose e lui che sembrava il più severo di tutti era invece il più dolce. Una volta, quando aveva cinque anni, l’aveva portata alla profumeria in piazzetta per fare i buchi nelle orecchie e lo vedeva che era tutto soddisfatto e forse un po’ se la tirava camminando affianco alla nipotina mentre gli amici lo guardavano seduti sul muretto. A Giusta piaceva passeggiare per il paese, tra le case de ludu e piangeva quando vedeva che crollavano, perché la gente non le voleva più, meglio è invece vivere nelle gabbie di cemento dove lo stagno risale sui muri e forma quelle macchie orribili e puzzolenti? Pensava lei. La Basilica era fatta invece di pietra gialla, con il campanile così alto che si vedeva da tutte le case. Sarà la bellezza della chiesa, sarà l’aria putrida dello stagno ma la gente a Othoca è molto romantica. Un giorno mentre passeggiava lì vicino si è avvicinato un uomo e con fare molto gentile e un sorrisetto furbo l’ha invitata a cena sul campanile, promettendole che dopo l’avrebbe portata a fare un giro in bicicletta sulla luna. Non c’è ragazza in paese che non abbia ricevuto una proposta simile.

Ma il vero mistero è la città dell’acqua. Una parte è quella della laguna dal quale escono tramonti così arancioni e rossi che sembrano le fiamme de su foghilloi della festa. Nello stagno c’è una vita a parte, con esseri metà fenicotteri e metà uomini che pescano con le loro reti di ragnatela dalle imbarcazioni fatte di giunchi intrecciati. E gli stagni in realtà sono tanti, così tanti che Giusta si sentiva un po’ come in quel telefilm dove lui prende la barca per andare a trovare lei, così lei si immaginava di rubare un fassoi e andare da Sona, ma poi pensava che al massimo sarebbe arrivata a riu merd’e cai, e non era poi così romantico.

L’altra parte della città dell’acqua è nel golfo, dove c’erano delle grandi dune di sabbia, c’erano perché ora non ci sono più. Ma Giusta se lo ricorda che ci andavano a scivolare come sulla neve, fino a che gli artigli delle ruspe e le fauci della cava si sono mangiate tutto.

Qualcuno le ha raccontato che fino all’anno in cui è nata lei addirittura c’erano delle specie di casette e tutti si trasferivano lì per l’estate. La cosa più bella era fare gli accampamenti e i pranzi come fosse natale anche se era domenica. Ecco, era Natale ogni domenica.

Ed è a tutto questo che pensa Giusta prima di addormentarsi guardando il ponte sulla ferrovia e il campanile altissimo, pensando di vivere felice e contenta sotto l’umidità salmastra dell’aria che avvolge i tre mondi di Santa Giusta.

 

Martina Uda cadeva molto da piccola e di questo equilibrio precario ha fatto la sua normalità. Architetta, fa parte del Movimento ULPS – Un Làdrini è Per Sempre, impegnato nella lotta contro l’estinzione delle case in terra. Incuriosita dalle relazioni tra i luoghi ha viaggiato per diverse latitudini, metropoli e foreste continuando a cadere di fronte alle persone.

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