Iglesias, un’anima in transito

di Barbara Sessini. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Iglesias

Quando i luoghi hanno un’anima si finisce sempre per voler loro bene e Iglesias, per me, ha un’anima sempre in transito.

Non parlo delle trasformazioni socio-economiche, delle miniere, del turismo, no, parlo proprio di come è fatta la città. Fateci caso. Certe vie vi illudono che il centro abitato sia finito lì e invece, girato l’angolo, vi si spalanca un’altra piccola città.

Prendete, ad esempio, via Cappuccini che poi diventa via Valverde. Sembra la classica strada a due dimensioni: lunga quanto basta per arrivare in centro, larga appena il tempo di qualche negozio lungo il ciglio. Sembra una strada che va di fretta. La Chiesa di Valverde, sobria e dignitosa nella sua piccola collina personale, è il punto fermo che conclude il centro abitato, in un percorso lineare come certe frasi: ad esempio, la frase “Ho svoltato a destra.”

Se a destra svolti davvero, però, scopri che via Cappuccini non è solo lunga fino al centro e larga qualche edificio periferico, ma ha anche una profondità, di spazio e di tempo. Là, oltre il suo versante destro venendo da Cagliari, c’è il quartiere di Col di Lana, nato tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta e progettato dagli architetti Sottsass senior e junior. Ho scoperto da adulta che hanno lavorato in tutto il mondo. Quando ho frequentato la scuola elementare di quel quartiere non sapevo che esistesse l’urbanistica e la pianificazione delle città, ma quel posto ne era l’esempio. Ero affascinata dalle sue casette a schiera a due piani, con la scala esterna, i mattoni scuri e il piccolo giardino. E, con buona pace del non finito campidanese, erano curate fin nei dettagli, persino il colore dei portoni.

Iglesias prosegue senza preavviso, quasi di nascosto, dietro gli alberi o dopo una curva. Col di Lana, Monteponi, Campo Pisano, sono alcuni dei tentacoli con i quali questa città sembra finita e invece continua ancora, si allunga un po’ più in là.

Anche lo svettare sul centro abitato del santuario della Madonna che, guarda caso, è del Buon Cammino e il fatto che siano celebri ancora oggi le processioni di Pasqua contribuiscono ad alimentare questa impressione di anima mobile. E quando i luoghi hanno un’anima – mi ripeto – si finisce sempre per voler loro bene. Bisogna stare attenti, però, perché i luoghi cambiano, e Iglesias non è da meno.

Non parlo del continuare delle periferie, dei tentacoli che si allungano e si moltiplicano, dei nuovi quartieri, no, parlo dei cambiamenti che possono colpire anche il centro, anche l’antico.

Pensate, ad esempio, al fazzoletto di terra che si affaccia su via Isonzo, dove ora sorge il centro direzionale del Comune. Non è sempre stato così.

Quel luogo ha ospitato, almeno fin dagli anni Trenta, il vecchio Ospedale Santa Barbara. Si diceva fosse collegato al vicino Istituto Minerario da una galleria che era servita anche da rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale. Lì si sono formate generazioni di medici e infermieri e tra questi ultimi alcune persone a me molto care.

Ci passavo tutti i giorni, davanti a quel posto che ora non c’è più, per andare in una scuola che non c’è più, il fu liceo classico di Iglesias. Era un’immagine sullo sfondo e presi a guardarla con occhi diversi solo quando in città si iniziò a parlare della sua demolizione.

Io avevo appena compiuto 17 anni, Kurt Cobain se n’era andato l’anno prima e la mia generazione era rimasta sola con la musica dei Nirvana e gli armadi pieni di camicie a quadri. Il vecchio ospedale Santa Barbara non era più in funzione da chissà quanto tempo. Aveva un solo piano oltre a quello terreno. La facciata era di un colore giallo paglierino – non so se fosse gialla davvero, o resa così dal tempo, o dalla mia memoria – e l’ingresso, centrale rispetto al resto dell’edificio, aveva un portone dalla volta rotonda e il tetto a spioventi, mentre le due ali avevano la terrazza. Da un lato c’erano tre finestre e dall’altro tre porte, sbarrate. Al primo piano vedevo sempre dei panni stesi, alcune famiglie avevano trovato lì riparo. Non dava direttamente sulla strada, c’era un ampio cortile interno dove due palme facevano ombra a una statua della Madonna. Era separata da via Isonzo da un muro tutto sbeccato. Ci eravamo entrati, una volta, compagne e compagni di scuola che volevano vedere, parlare con chi c’era, capire cosa stava succedendo.

Ogni volta che passo là davanti, ora che è tutto nuovo, ci penso e mi chiedo se rimanga qualcosa, di tutte le vite passate di un luogo. Della sofferenza dei malati di quasi un secolo fa, del duro lavoro del personale sanitario, della paura della guerra e delle bombe, di chi non ha avuto altro luogo che quello, della curiosità di un gruppo di ragazze e ragazzi poco più che adolescenti, delle parole di una città intera che si chiedeva cosa fare di quello spazio nel suo ventre. Sarebbe un peccato se tutte queste storie si perdessero, perché quando un posto ha un’anima gli si vuole bene e quando ne ha molte bisognerebbe raccontarle tutte.

Barbara Sessini

E’ nata a Iglesias e vive a Torino. Laureata in filosofia a Cagliari, ora è giornalista e lavora per un quotidiano specializzato nell’informazione giuridico-economica. Ha pubblicato con Newton Compton due thriller, per par condicio uno ambientato nel torinese (Un posto tranquillo per un delitto) e uno nel sud della Sardegna (Il giorno perfetto per un delitto).

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