Il centrosinistra ha tradito il lavoro. Massimo Zedda dica subito da che parte sta

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E’ nel lavoro che si è consumato il tradimento più feroce e cocente del centrosinistra, dell’identità politica di quei partiti che fino alla fine del secolo scorso avevano proprio il lavoro e i lavoratori al centro delle loro prospettive. Ed è questo tradimento che ha portato alla sconfitta (meritata ma non ancora compresa, quindi forse non sufficiente), di quest’area politica.

Le condizioni di lavoro sono state private del rispetto che si deve ad attività umane che coincidono con le persone che le svolgono: il lavoro non è scindibile da chi lo svolge, non si può deteriorarne le condizioni al punto di umiliare chi presta il lavoro e rendergli impossibile una vita dignitosa, spesso esponendolo a rischi e pericoli fatali. Questa è la negazione dei nostri principi costituzionali, quelli fondamentali, ed è stata realizzata con enfasi e soddisfazione – il trionfo del cambiamento – dalla classe politica del centrosinistra, insieme a quella del centrodestra (che spesso si sono confuse e perfino identificate negli stessi individui, passati da una parte all’altra e viceversa).

Le condizioni di lavoro e le persone che lavorano sono state indebolite, impoverite, umiliate dalle politiche di questi anni assai più che dall’economia globale a cui fa comodo addebitare ogni responsabilità. Non ci sono infatti ragioni economiche e produttive sensate (né locali né globali) che possano giustificare la proliferazione di una precarietà lavorativa estrema, che è diventata la condizione prevalente di lavoro e di vita di moltissime persone, giovani e soprattutto adulte. Non solo i lavori e i contratti sono diventati sempre peggiori (instabili, brevi, poco retribuiti, poco qualificati, privi di tutele), ma in moltissimi casi è stata addirittura consentita l’eliminazione dei contratti e di tutti i diritti connessi: con il lavoro nero che aumenta e non viene contrastato con la giusta determinazione, con i voucher che hanno liberato i datori di lavoro dalla responsabilità di assumere e licenziare e hanno privato i lavoratori di qualsiasi diritto, con i tirocini usati sistematicamente e spudoratamente al posto dei contratti di lavoro, così da evitare ai datori di lavoro anche il fastidio di dover riconoscere e trattare le lavoratrici e i lavoratori come tali.

Non è un caso che la povertà sia aumentata e che continui ad aumentare l’impoverimento complessivo di una fascia sempre più ampia della popolazione, che comprende un numero crescente di persone che un lavoro ce l’hanno ma non gli consente di avere condizioni di vita accettabili. E mentre la Giunta uscente celebra se stessa attraverso i dati Istat sul mercato del lavoro, convinta di avere creato occupazione con start-up e imprese innovative, sono invece le oltre 40mila donne che svolgono un lavoro domestico retribuito, i migliaia di tirocinanti (di ogni età, anche oltre i 50 anni), e ancora le decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori di call center e centri commerciali, e altre migliaia di addetti irregolari nel comparto turistico e della ristorazione, ad innalzare il tasso di occupazione regionale: una moltitudine di persone scarsamente retribuite e scarsamente valorizzate, che costituisce lo stimolo ad andarsene per molti giovani. Non c’è proprio niente di cui andare fieri.

L’ultima riforma del mercato del lavoro, definita e approvata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015, ha cancellato dal nostro ordinamento anche il contratto di lavoro stabile, sostituendolo con un contratto che ha lo stesso nome ma può essere rescisso in qualsiasi momento. E’ stato eliminato, in sostanza, il diritto ad aspirare ad una stabilità del lavoro. Non è stata neppure fissata una durata minima dei contratti che possa dare il tempo di acquisire competenze ed esperienza in un posto di lavoro: una durata minima di 3 o 5 anni, che faccia in modo che i pezzi in cui hanno frantumato il lavoro siano almeno abbastanza consistenti da consentire di programmare qualche anno di vita e passare ad un altro lavoro con le spalle più forti. Solo alla politica è stato assicurato il diritto alla stabilità – 5 anni, una legislatura – forzando il nostro sistema verso un bipolarismo che non è mai esistito e non ha mai attecchito, e soprattutto forzando e limitando il voto delle cittadine e dei cittadini con leggi elettorali antidemocratiche e perfino incostituzionali.

Nei discorsi politici, specie in quelli elettorali, il lavoro è sempre “al centro”, non si sa bene di che cosa: è una retorica irritante, una finzione fastidiosa, smentita dalla totale assenza di impegni precisi per riportare condizioni minime di decenza e giustizia nel mercato del lavoro in Sardegna. E’ evidente che l’idea che dal lavoro – dalla sua distribuzione tra la popolazione e dalla qualità delle sue condizioni – dipende buona parte delle prospettive di una vita libera e dignitosa per le donne e gli uomini di questa regione (come di tutto il mondo), è palesemente assente dalla coscienza politica dei partiti che hanno governato finora e che si stanno organizzando per continuare o ricominciare a farlo. Sono loro ad avere ridotto il lavoro in queste condizioni, con le scelte fatte (o non fatte) in Parlamento e nel Consiglio regionale, al Governo e nella Giunta.

La sinistra ha un senso solo se è capace di prospettare un ribaltamento della situazione: non una rivoluzione – quelle le ha fatte Renzi e ora Di Maio – ma l’adozione di una prospettiva diversa: ridurre le disuguaglianze (nell’istruzione, nel lavoro, nella salute), senza accordi al ribasso e compromessi, senza cedimenti e ammiccamenti ai soliti gruppi di potere, senza sprecare l’ultimo esilissimo residuo di autorevolezza che rimane ad un’area politica talmente male rappresentata da rischiare l’estinzione pur essendoci spazi e idealità per tenerla viva. Ciò significa che le alleanze politiche si devono costruire attorno a questa prospettiva di sinistra, e solo se c’è un accordo chiaro e solido a realizzarla. Se ci sono le condizioni reali per programmare un’azione di governo improntata alla riduzione delle disuguaglianze allora la sinistra può aderire e costituirne un perno essenziale, ma queste condizioni non possono essere date per scontate, come invece mi sembra stia accadendo.

Se Massimo Zedda vuole farsi garante di un ribaltamento della prospettiva deve dichiararlo e argomentarlo, non possiamo attribuirlo di default a lui e a nessun altro.
Gli uomini della provvidenza sono finiti, a sinistra, a destra e in ogni dove: se gli obiettivi dei candidati sono altri (belli e attraenti, ma che se ne sbattono delle disuguaglianze enormi di questa regione), la sinistra – o quel che rimane di più dignitoso – rimanga fuori, perché tutto il resto lo abbiamo già visto, subìto, criticato (forse neppure abbastanza), e soprattutto abbiamo giurato a noi stesse/i di non volerlo e di non votarlo mai più.

Lilli Pruna

1 commento

  1. Ho letto con interesse l’articolo di Lilli Pruna, così come precedentemente quello di Paolo Fadda. Mi sarei però stufata di sentire che è meglio essere tutti “ricchi e sani che poveri e malati”(cit) o che la sinistra dovrebbe risorgere “più grande e più forte che pria “ (cit).
    Vorrei che ci fossero più proposte in soldoni: cosa vuol dire che il governo regionale deve avere la sua centralità nel lavoro? Vorrei che si spiegasse COME e che strumenti ha per modificare leggi dello stato o la libera imprenditoria(sic). E il PD da dove dovrebbe ripartire per essere non più scollato dalla base? (Compresa quella che lo ha abbandonato). Io sogno dei circoli dove le vecchie cariatidi la smettano di essere tali e si assumano l’onere di Trasmettere il loro bagaglio istituzionale alle nuove generazioni che certo non mancano di ideali .

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