Il fallimento del Parco Geominerario è il fallimento del Partito democratico sardo e del suo gruppo dirigente

FULVIO DETTORI: "La severa, ma giusta, decisione dell’Unesco apre una finestra, l’ennesima, sulla povertà politica e culturale dei dirigenti della sinistra e, ancora una volta, del Pd in particolare, confermando l’assenza pressoché totale di una classe politica moderna e competente e l’esistenza di un gruppo di potere politicamente e culturalmente impreparato e preoccupato quasi esclusivamente di auto conservarsi"

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Mentre i giornali e le televisioni regionali continuano a dare ampio spazio all’espulsione del Parco geominerario dalla rete mondiale dei geo parchi dell’Unesco e riflettono sulle conseguenze che questa decisione potrà provocare, la politica tace.

Il silenzio che colpisce maggiormente è quello della sinistra, soprattutto del Partito democratico, ancor più grave se si considera che l’attuale presidente pro tempore del Parco è da sempre un suo esponente di primo piano (almeno sul territorio), che per una legislatura è stato anche consigliere regionale e che nel consiglio direttivo sono presenti diversi rappresentanti di quell’area politica, a dimostrazione del riconquistato ruolo di primo piano nella direzione- gestione del Consorzio del Parco.

Non è quindi un caso che l’unica voce a difesa degli organi di governo del Parco sia stata quella del segretario regionale del Pd, che, piuttosto di aprire una riflessione critica (e autocritica) su quanto è avvenuto (individuando colpe e responsabilità e proponendo ipotesi di riforma), chiama in causa misteriose “istituzioni” che avrebbero il dovere di “interventi immediati” e, in perfetto politichese, afferma che è “necessario lavorare in maniera congiunta e seria per superare le difficoltà e trovare soluzioni”. Banali ovvietà prive di senso.

Dal canto loro i vertici apicali del Parco, con inutili e pretestuose giustificazioni, si preoccupano soprattutto di autoassolversi, respingendo qualsiasi responsabilità sulla decisione dell’Unesco che sarebbe dovuta a tante e complesse difficoltà gestionali.

Il Parco geominerario nacque nel 2001. La sua nascita fu anticipata dalla decisione dell’Unesco (luglio-settembre 1998) di riconoscere a un’entità non ancora esistente la qualifica di “Parco geominerario storico ambientale della Sardegna”. Il merito della costituzione formale del Parco spetta all’allora deputato Salvatore (Tore) Cherchi, che, anche agevolato dalle inesistenti iniziative della Regione, inserì nella Legge Finanziaria nazionale del 2000 una disposizione con la quale si stabiliva la nascita del Parco geominerario, che avrebbe dovuto ricomprendere “i siti e i beni dell’attività mineraria con rilevante valore storico, culturale ed ambientale” e avrebbe dovuto essere istituito con un decreto del Ministro dell’ambiente, di concerto con i Ministri dell’industria e dell’università, di intesa con la regione Sardegna.

La gestione del Parco era affidata ad un consorzio di cui facevano parte i Ministeri dell’Ambiente, dell’Industria e dell’Università, la Regione sarda, i comuni interessati ed, eventualmente, non meglio precisati “altri soggetti interessati”.

Con una inconsueta rapidità il Parco venne formalmente istituito poco meno di un anno dopo con l’approvazione dello Statuto (16 ottobre 2001) da parte del Ministero dell’Ambiente e poté così cominciare la sua attività forte di un cospicuo finanziamento nazionale e con un atteggiamento, se non ostile, quanto meno non collaborativo della Regione, alla quale lo statuto riservava un ruolo marginale e non del tutto chiaro, mentre la direzione-gestione era affidata alle strutture ministeriali, assegnando di fatto il compito di coordinamento delle attività al Ministero dell’Ambiente, al quale spettava la nomina del presidente, sia pure di concerto con gli altri ministeri e d’intesa con la Regione.

Nella fase iniziale il Parco era immaginato come il soggetto in grado di attenuare le conseguenze della definitiva conclusione delle attività minerarie, creando nuove opportunità occupative attraverso la gestione degli “interventi di bonifica e riabilitazione ambientale delle aree minerarie dismesse della Sardegna, nonché delle attività concernenti il recupero e la valorizzazione del patrimonio immobiliare ex minerario”.

Di tutto ciò è stato realizzato ben poco: all’istituzione fecero seguito anni pieni soprattutto di polemiche, con contrapposizioni politiche aspre, favorite anche dalla scarsa precisione e dalle ambiguità del testo statutario e, soprattutto, dai tanti interessi di diverso genere che portarono a sprechi di notevoli risorse pubbliche e alla quasi completa inattività del Parco.

Le ambiguità e la difficoltà di una gestione efficiente delle attività del Parco e la scarsa (se non inesistente) collaborazione fra Stato e Regione trova un esempio significativo nelle disposizioni statutarie che, con una norma addirittura difficile da immaginare, ripartiscono le attività di vigilanza fra ministeri e amministrazione regionale stabilendo che ciascuno dei soggetti le esercita “nelle materie di rispettive competenza”, creando una difficoltà interpretativa pressoché inestricabile e produttrice di conflitti e contrapposizioni.

Tutto ciò non inficia le responsabilità degli attuali organi di governo del Parco per ciò che riguarda le inefficienze e le incapacità che hanno portato all’espulsione decretata dall’Unesco. Al di là della gravità dell’accaduto, che meriterebbe riflessioni e assunzioni di responsabilità meno superficiali e apparentemente distratte prima di tutto dai vertici politico-amministrativi del Parco, la severa, ma giusta, decisione dell’Unesco apre una finestra, l’ennesima, sulla povertà politica e culturale dei dirigenti della sinistra e, ancora una volta, del Pd in particolare, confermando l’assenza pressoché totale di una classe politica moderna e competente e l’esistenza di un gruppo di potere politicamente e culturalmente impreparato e preoccupato quasi esclusivamente di auto conservarsi, assicurandosi spazi e incarichi nel sottogoverno istituzionale, da attribuire non per capacità e merito ma bensì sulla base della appartenenza partitica.

Non c’è da stupirsi, quindi, se presidente, direttore amministrativo e consiglio direttivo (impegnati soprattutto a visitare, ovviamente per ragioni esclusivamente scientifiche, parchi geominerari di altri paesi) andranno avanti come se nulla fosse accaduto, pronti a negare qualsiasi responsabilità non appena – come è probabile – si incontreranno nuove difficoltà e nuovi ostacoli, da attribuire, ancora una volta, a non meglio precisate “istituzioni” e non alle incapacità di chi è stato immeritatamente chiamato a governare questo strumento potenzialmente straordinario di sviluppo e di crescita del territorio.

Fulvio Dettori

Docente di diritto regionale

(già direttore generale della presidenza della Regione sarda)

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