Il giorno delle magliette rosse e il congresso nero di Verona

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Un'immagine simbolo del gay pride (Madrid, 30 marzo 2019)

Maria aveva un cappello rosso di paglia in testa e un vestito a quadri bianchi e rossi cucito dalla nonna, le avevo fatto le trecce quel giorno. Il babbo di Maria aveva una maglietta rossa con il viso di Antonio Gramsci tratteggiato in nero sul petto. Io avevo una maglietta rosa con una benda rossa sul seno sulla quale c’era scritto a caratteri cubitali e in bianco: WOMAN WILL CHANGE THE WORD.

Mi ricordo bene come eravamo vestiti perché era il giorno delle magliette rosse.

C’eravamo vestiti di rosso perché di rosso sono vestiti i bambini che salgono sui barconi per arrivare in Europa; di rosso li vestono le loro mamme perché possano essere avvistati con facilità in caso di naufragio perché il rosso è un colore vivo, è un colore che dice “ci sono” e “mi vedi” e “prendimi per mano” e “mettimi al sicuro”. Il Rosso, quel giorno, era la speranza collettiva di un approdo sicuro.

Era il 7 di luglio, era sabato, c’era caldo e a Cagliari sfilava il pride sardo. Eravamo usciti tardi, avevamo parcheggiato la macchina alla stazione e avevamo camminato fino a via Paoli per raggiungere il corteo. Maria aveva voluto un palloncino a forma di Gufetta dei Super Pigiamini in piazza Garibaldi. Il corteo c’era venuto incontro allegro e rumoroso, divertente e esagerato. O forse eravamo noi che eravamo andati incontro al corteo, non lo so. Avevamo incontrato molti amici in mezzo a quella marea di persone e avevamo riso, cantato e ballato. Ci eravamo mischiati al rumore, alla festa, io, Maria e il babbo di Maria.

Chiedevamo di scegliere durante quel corteo. Di essere liberi di prendere una strada. Perché, guardate, non è semplicemente una questione sentimentale. È una questione più importante e profonda: è una questione di diritto e libertà.

E mentre tornavamo alla macchina, quando tutto era finito, davanti a noi una famiglia, una di quelle che chiamano “famiglia arcobaleno”: due donne e una figlia piccola che dormiva dentro un marsupio. Un bacio sulle labbra, le mani intrecciate, i discorsi quotidiani. Le ho guardate a lungo e ascoltate, di nascosto, da dietro e mi sono chiesta, per la prima volta per davvero cosa sia una famiglia tradizionale. Ho pensato a me, a Maria, al babbo di Maria che siamo la famiglia più stramba che io conosca, quella meno tradizionale di tutte e poi a loro, davanti a noi, che mi sembravano l’emblema della famiglia tradizionale: due persone che crescono un bambino.

E’ in corso il congresso di Verona: quello che una famiglia è composta da un uomo e una donna con figli che vivono sotto lo stesso tetto.
Quello del reddito di maternità.
Quello della donna “angelo del focolare”.
Quello degli antiabortisti.
Quello del no al divorzio.
Quello che l’omosessualità è una malattia.

Quello di chi ha scelto per sé un modello e uno stile di vita e vuole togliere a tutti gli altri la libertà di scegliere.

Quello degli ultracattolici fascisti.

Michela Calledda

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