Il lockdown se ne va. Le facce di chiulo restano

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(montaggio tratto da tpi.it)

Bene, ho deciso, quest’anno vacanze in Sardegna. Sì, son nato a Cagliari, ma da tempo risiedo in Friuli. Voglio andare al mare, scegliermi una bella spiaggia, godermi il sole. E perché no, faccio il giro lungo. Come dice il poeta, e anche il molleggiato, “il treno dei desideri all’incontrario va”. Udine-Milano, col Frecciarossa son tre ore. Poi
Milano-Genova, Genova-Nizza, traghetto per Calvi, Corsica fino ad Ajaccio, Ajaccio-Bonifacio, e l’agognata Isola dei sogni.

Che bell’itinerario. Grandi e piccole città, porti, mare, pianure, monti. Per ammazzare gli inevitabili momenti di noia porto con me non il solito libro, ma un film. Lo vedo sul tablet. Quattro matrimoni e un funerale, dove c’è una bella ragazza, soprannominata da un’altra, per gelosia, “faccia di chiulo”. Mi ha sempre divertito quell’invenzione linguistica, direi onomatopeica, quasi poetica. L’originale inglese è “duckface”, “faccia d’anatra”, espressione gergale che coglie “la posa fotografica con le labbra sigillate, protese in avanti”. Efficacemente tradotto appunto con un sintetico “faccia di chiulo”. D’altro canto, di “facce di chiulo” è pieno il mondo. Ce ne sono a Milano: Piazza Duomo è meta di “facce di chiulo”, provenienti da tutto il globo. La Corsica uguale: tante “facce di chiulo”. La Sardegna, soprattutto d’estate, invasione di “facce di chiulo”.

Dunque, le “facce di chiulo” ci sono un po’ ovunque. E qui si potrebbe dire che ce ne sono per ogni categoria: politici, giornalisti, presentatori tivù, attori, divulgatori, influencer, culturisti, equilibristi. Ecco sì, equilibristi. Quelli che do un colpo al cerchio e poi uno alla botte, faccio una provocazione per “vedere di nascosto l’effetto che fa”. E c’è la lunga sequenza di “Vengo anch’io!” La risposta è sempre:”No tu no”. Chi chiede il “passaporto sanitario” o il “certificato di negatività”. Chi dice:”Me ne ricorderò”. E infine chi della Sardegna mette in campo le “facce di culo”. Attenzione! Le parole sono importanti. “Faccia di culo” è greve. “Faccia di chiulo” è arte. “Faccia di culo” è davvero da “passaporto sanitario”, se riuscissimo a capire chi lo può rilasciare. “Faccia di chiulo” è un buffetto sulla guancia, è un epiteto curioso e perfino bonario.

Qui c’è tutta la differenza fra l’insulto e l’ironia. Tra la condanna assoluta e la possibilità di rivedere il giudizio. Perché poi ci sono anche le “facce di chiulo” a ore. Quelle che si svegliano la mattina, si guardano allo specchio e dicono:”Oggi non ce l’ho”. Senza contare che l’ironia s’accompagna all’autoironia. Ogni tanto fa bene riconoscere onestamente la propria “faccia di chiulo”. Che poi significa capacità di critica e autocritica. Perché, ad ogni latitudine, c’è del buono e del “no buono”. A volte il “buono” può venire sorprendentemente da una grandissima “faccia di chiulo”. E viceversa.

No, non sì può dividere il mondo tra Nord e Sud, bianchi e neri, etnie dominanti e subalterne. Ognuno ha con sé la propria “faccia di chiulo”, ognuno ha la possibilità di una domanda di riserva.

Io confermo. Vado a fare le vacanze in Sardegna. Ma prima passo dall’Idroscalo e dai piccoli boulvard di Calvi. E mentre sogno il mare verdazzurro di Stintino e la spiaggia del Poetto, giuro che in Corsica non mangerò il “patè de merle”. Caspita! Non mi piace. Roba da “facce di chiulo”.

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