Il Parco Geominerario: i quattro equivoci che l’hanno affossato e quattro proposte per farlo risorgere

Ecco perché la legge istitutiva del Parco geominerario sardo avrebbe necessità di una completa revisione, chiarendo meglio cosa debba essere un Parco minerario, eliminando innanzitutto ogni dannoso e vizioso cortocircuito fra siti naturali e beni d’archeologia industriale

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Un'immagine del Parco minerario della Ruhr in Germania: ogni anno attira più di due milioni di visitatori

Per chi è affetto, come me, del “mal di miniera” (non molto dissimile, per pervicacia e coinvolgimento, di quel mal d’Africa che contagiò fra i tanti, un salesiano di Don Bosco, un Duca di Casa Savoia e Karen Blixen), quanto accaduto in queste ultime settimane al Parco Geominerario della Sardegna non può che far male. Molto male. E non solo, aggiungo, per la sofferta cancellazione dalla rete mondiale dei Geoparks dell’Unesco, ma soprattutto per tutto quel che ne è seguito, con un fitto dossier di accuse, controaccuse, critiche e vendette che l’ha resa ancora più cocente e dolorosa. Talvolta, andrebbe aggiunto, anche poco obiettive e costruttive.

Non avendo compreso il perché, dei quasi tre milioni di visitatori che ogni anno si riversano sui luoghi ex minerari di questo vecchio Continente, neppure il 2 per cento venga richiamato qui in Sardegna, che con Slesia e Ruhr ne avrebbe pur detenuto a lungo un richiamo da primato.

Ci sarebbe bisogno, quindi, d’una riflessione libera e senza preclusioni di sorta. Per individuarne gli errori, o – come si cercherà di elencare più avanti – gli equivoci.
Fortunatamente, su questa amara vicenda, proprio su Il Risveglio si sono lette delle analisi attente e ben argomentate, che hanno sottolineato l’importanza – anche sociale oltre che politica – di questa sofferta e dannosa esclusione.

Ora, per riprendere le precedenti argomentazioni, non vi dovrebbe essere dubbio alcuno che quella cancellazione vada giudicata come una cocente sconfitta, come una dura bastonata, come una decisa condanna inflitta al Parco ed alle sue infelici gestioni, presenti e passate: oltre che alle troppe ed equivoche disattenzioni della politica isolana.

Anche se quanto accaduto, pur spiacevole, ha avuto il risultato meritevole (e non paia una contraddizione) di aver fatto finalmente chiarezza su di una situazione rimasta lungamente molto oscura e contraddittoria. Per via della grande confusione di compiti e di obiettivi da un Parco penalizzato da una persistente crisi di identità. Tanto da averne profondamente alterato quel ruolo originario, fortemente voluto per mantenere e valorizzare le memorie della storia mineraria della Sardegna. E codificato, ricordiamolo, dalla “Carta di Cagliari”.
Cosi da risultare, a quasi vent’anni dalla sua costituzione, un concentrato di equivoci, di errori, dimenticanze e colpevoli incongruenze.

Il primo equivoco che viene a mente è puramente nominalistico. E riguarda la natura stessa di Parco. Che, per definizione, dovrebbe indicare una parte unitaria di territorio ben delimitato e cintato nella sua superficie e nei suoi confini. Nel nostro caso risulterà invece una “rete”plurale” di otto unità territoriali distinte fra loro, quasi “un parco di più parchi”, disperse da nord a sud, e da est ad ovest nei 24mila chilometri quadri di superficie dell’intera Isola. Un equivoco che già l’Unesco aveva individuato a suo tempo, mostrando sorpresa e perplessità per il fatto che, disattendendo le linee guida, il Parco fosse stato così suddiviso, perdendo in tal modo quell’unitarietà storico-territoriale che ne doveva essere la caratteristica fondamentale (d’altra parte c’è una grande differenza, storico-industriale-archeologica, fra il complesso minerario di Montevecchio e quello, ad esempio, di Corti Rosas a Ballao). Così le nostre abituali disunità storiche di sardi le abbiamo riversate anche in questo caso.

Un secondo equivoco lo si può individuare nelle modalità istituzionali attuate e come introdotte in legge, tanto da far nascere il Parco come “Consorzio per il Parco”, con un assetto gestionale assai complesso e complicato per via della numerosità delle istituzioni presenti (sono ben 81 i comuni partecipanti, oltre alle province, le due università, ecc.). Una pluralità di presenze tale da avere reso quindi molto fragile e precaria la gestione, oltre che favorire, tra l’altro, il lungo e sterile periodo commissariale. E da rendere difficile capire a chi effettivamente vadano attribuite le responsabilità delle colpe (e del comando). Non a caso il Parco non è mai riuscito a dotarsi di un “piano d’azione” organico, che ne precisasse, come sarebbe stato necessario, idee, progetti ed obiettivi.

Un’omissione resa ancor più pesante, con il fatto che non gli sia stata riconosciuta in legge alcuna titolarità sul patrimonio da valorizzare, con i beni intestati all’IGEA od ai singoli comuni. In tal modo, quel Consorzio è divenuto un semplice centro di erogazione di fondi a sostegno di progetti e di proposte altrui (l’idea bancomat) , al di fuori, ed in assenza, di un disegno organico d’insieme, e troppo spesso assai poco in linea con la sua mission istituzionale.

A conferma di questo, andrebbe aggiunto come lo stesso archivio storico a Monteponi (cioè l’intera documentazione storica dell’epopea industriale delle miniere sarde) sia tuttora in mano all’IGEA, e non al Parco, che pure ne ha supportato i costi e che ne dovrebbe essere il gestore (il suo dover essere, per legge, “storico-culturale”).

Un terzo e importante equivoco, lo si riscontra proprio in questa vicenda dell’Unesco, perché il negato riconoscimento avrebbe riguardato, non i luoghi dell’archeologia industriale mineraria (gli impianti estrattivi e tecnologici dell’Argentiera, di Ingurtosu, di Sos Enattos e di Monte Narba, ad esempio), ma i “geositi” dell’intera Sardegna: cioè, per capirci, le geodiversità presenti nel territorio, qui intese come gamma dei caratteri geologici, geomorfologici, idrologici e pedologici individuati da geografi e naturalisti. Segnali, questi quindi, di valenza esclusivamente geo-ambientale. E che nulla avrebbero a che fare nei confronti di quel che è stato il nostro importante passato minerario. Un Parco quindi chiaramente dedicato ai valori ambientali, non diversamente da quello dell’Asinara o di Molentargius, ma mille miglia distante da quelli della Cornovaglia o della Ruhr, dove è la componente d’archeologia industriale a far da padrona e da richiamare attenzioni e visite.

Si potrebbe individuare ancora un quarto equivoco. Anch’esso riguarderebbe, per via delle esperienze passate, l’ormai accertata farraginosità e complessità gestionale. Una crisi che è esplosa in questi giorni, proprio in dipendenza della penalizzante e mortificante decisione dell’Unesco. E che ha riguardato la caccia ai presunti responsabili del fattaccio. Con il riemergere di antiche e dimenticate querelle, e con nuove e preoccupanti rivendicazioni più o meno partigiane. Per dirla in breve, le diagnosi e le terapie indicate sembrerebbero rendere ancora più equivoco il futuro che si vorrebbe costruire per il Parco. Non avendo messo a fuoco come il nostro patrimonio ex minerario – pur d’eccellenza europea – sia rimasto colpevolmente sottovalutato, oltre che sottovisitato, dagli appassionati di tutt’Europa. Per colpe nostre, innanzitutto, tra le quali sembrerebbe prevalere quella d’avere inteso fare del Parco soltanto uno spazio di occupazione più o meno partitica. Ricordando che non può essere il solo brand dell’Unesco a far affluire frotte di visitatori.

Cosa fare per uscir fuori da questi equivoci? Bisognerebbe prendere inizialmente atto:
– che la legge 388/2000, istitutiva del Parco geominerario sardo, avrebbe necessità di una completa revisione, chiarendo meglio cosa debba essere un Parco minerario, eliminando innanzitutto ogni dannoso e vizioso cortocircuito fra siti naturali e beni d’archeologia industriale,
1) che al Parco vadano attribuite competenze e titolarità chiare per introdurre norme e criteri di indirizzo atti alla valorizzazione dei siti industriali ex minerari, in maniera da poter creare un circuito efficace – a spazio regionale – di valorizzazioni e di fruibilità condivise fra i diversi luoghi, evitando duplicazioni e contraddizioni,
2) che bisognerebbe introdurre normative valide per svolgere azioni di tutela, di valorizzazione e di fruibilità pubblica dei beni e degli impianti di archeologia industriale mineraria, secondo metodologie e criteri recuperabili, ad esempio, da interessanti esperienze estere,
3) che occorrerebbe far ritrovare al Parco “dei più parchi” un filo unitario che passi attraverso un riordino storico, archivistico, museale di quelli che ne sono stati gli eventi, i protagonisti, i successi produttivi, i processi tecnologici ed i segni reali e virtuali di questa che è stata, per la Sardegna, la sua più importante epopea sociale,
4) che sarebbe necessario definire chiaramente la differenza storico-culturale fra geositi e beni minerari, fra valori ambientali e valori industriali, fra un Parco minerario ed un Parco ambientale. Servirebbe tener presente – a tal fine – che nel triennio 2014-2016 i quasi mille parchi mondiali di geositi dell’Unesco abbiano consuntivati delle visite pari a neppure un quinto dei trenta luoghi europei d’archeologia mineraria.

Per quel che si sente in giro, ed in sua palese difformità, poco interessa se presidente o commissario sia questo o quello, bruno o biondo, alto o basso, interno a uno o a un altro schieramento: quel che interessa, e da mettere subito in cantiere, non può che essere una profonda riforma legislativa e statutaria del Parco. Per far sì che non rimanga come uno degli innumerevoli aborti della nostra storia regionale.

Paolo Fadda

(Presidente dell’Ente minerario sardo dal 1969 al 1974)

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