IL RACCONTO. Efisio, un pastore per caso

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Si parla tanto di pastori, in queste ultime settimane. Non tutti hanno davvero amato la vita del pastore. Come Efisio, novantenne di Buggerru, costretto a lavorare in campagna nonostante l’amore per la scuola. La riportiamo sotto forma di racconto in prima persona: alcuni dettagli e nomi sono stati cambiati, ma la storia è reale. (Francesca Mulas)

Tutti pastori sono. Certo, adesso che arrivano i giornalisti, che il latte versato in strada è in televisione e ne parlano alla radio si dicono tutti pastori. Mica se la immaginano davvero, la vita del pastore. Svegliarsi alle tre, le quattro del mattino, passare il giorno in campagna, sotto il sole o sotto la pioggia, al vento o alla neve, lontano da casa. Non c’è natale, pasqua, capodanno e ferragosto, non c’è compleanno, battesimo o matrimonio: tutti i giorni di tutta la vita in campagna con le pecore. Io lo so cosa vuol dire, perché pastore lo sono stato per ottant’anni. E adesso che ne ho quasi novanta, a vedere quelle immagini dei ragazzi che buttano il latte quasi mi viene da piangere. Ma non per lo spreco, come hanno detto molti, ché se volevano farsi ascoltare allora hanno fatto bene. Mi viene da piangere per la sofferenza, la solitudine, la nostalgia, i sacrifici di tutta la mia vita. E la paura di stare fuori, la notte, con le bestie che urlano, le ombre che non ti lasciano dormire. C’è a chi piace, chi sta bene solo all’aria aperta, in campagna, con gli animali. Ma io non volevo farlo, il pastore. Mi piaceva la scuola, stare sui libri, imparare. Già da piccolino amavo leggere, pensavo a storie da inventare e che poi raccontavo agli altri, a volte le scrivevo su un quaderno rosso che mi aveva regalato mia nonna. Certo, mio padre mi portava al lavoro con lui quando c’era molto da fare, per la tosatura ad esempio, o quando nascevano gli agnelli. Però mi lasciavano andare a scuola, erano contenti quando prendevo un bel voto. E si arrabbiavano se qualcuno diceva che studiare non serviva a niente, che bisognava farci lavorare sin da piccoli. Ne avrà tempo per faticare, diceva mio padre. E io sognavo che non avrei fatto il pastore come mio padre e mio nonno e mio bisnonno, ma che sarei andato al liceo e avrei studiato latino, che sarei diventato maestro magari, o avrei fatto l’impiegato in qualche ufficio, o chissà cosa.

Un giorno però accadde un fatto che avrebbe cambiato tutti i miei piani. Ero in seconda elementare e il maestro, ziu Manca, stava spiegando matematica. Io ero bravo con le operazioni, mi riuscivano sempre bene. A un certo punto ziu Manca ha chiamato alla lavagna un mio compagno per fare un esercizio. Questo bambino era sveglio e intelligente  ma si distraeva subito, non riusciva a concentrarsi. E così non è riuscito a finire l’esercizio. Allora il maestro ha chiamato me e mi ha chiesto di trovare la soluzione corretta. Io l’ho risolto subito, era facile. Mentre scrivevo con il gesso sulla lavagna l’altro bambino era lì, accanto a me. “Bravo Efisio, e adesso che hai finito l’esercizio dai un calcio a Nicola, così la prossima volta sta attento”. Io non potevo credere a quello che avevo sentito: dare un calcio al mio compagno lì davanti a tutti? Non potevo. Non mi piaceva picchiare gli altri bambini, non l’avevo mai fatto. Anche quando giocavamo in strada le nostre zuffe erano sempre per finta. E quando si litigava davvero preferivo allontanarmi piuttosto che fare a botte. “Non mi hai sentito? Dagli un calcio”. Guardavo la lavagna, i numeri che avevo scritto, vedevo con la coda dell’occhio lui accanto a me, che aspettava il calcio. Nicola, i numeri, le operazioni, il gesso, la voce severa del maestro, il silenzio in aula. “Ti ho detto di dargli un calcio, ubbidisci” gridava. Non volevo piangere, ma è stato più forte di me. Mi sentivo umiliato e avevo paura. “Matteo, vieni tu a dare una lezione al tuo compagno distratto. E tu Efisio, vai a sederti. Sei un buono a nulla”. Matteo aveva ubbidito, gli aveva mollato un calcione negli stinchi, poi era tornato al banco senza pensieri. Non ricordo il resto di quella giornata, non ricordo neanche di aver raccontato quel fatto ai miei genitori. La sera, però, dissi a mia madre che io a scuola non ci volevo tornare, che volevo andare dalle pecore con mio padre. Sei sicuro, pensaci bene, guarda che se lasci adesso poi non puoi tornare. Ero sicurissimo: non volevo più vedere ziu Manca, non volevo più sentire l’odore del gesso, ascoltare il rumore delle sedie che strisciavano sul pavimento di marmo, la campanella a fine mattina, trovarmi le mani macchiate di inchiostro. Con la scuola avevo chiuso. Mi veniva subito la nausea, se solo pensavo di rimettere piede lì dentro.

La mattina dopo mio padre mi portò con lui, mi fece salire sull’asino e mi spiegò tutti i lavori di quella stagione. Un paio di giorni dopo disse: “Sei grande, puoi andare dalle pecore da solo”. L’asino sapeva la strada: mi aiutavano a salirci nel cortile di casa, su a Buggerru, dato che a nove anni ancora non riuscivo a farlo da solo; e appena arrivato all’ovile mio padre o mio zio mi facevano scendere. La sera mi rimettevano sull’asino che tornava in paese. E così, nei giorni e negli anni a venire, finché ne ho avuto la forza. Non ho mai preso la quinta elementare e ho mai più pensato di tornare a scuola.

Una mattina, avrò avuto quindici anni, trovai in campagna Matteo, il ragazzino che in classe quella volta senza pensarci aveva colpito Nicola. Fermai l’asino, scesi e lo legai a un albero perché non continuasse a camminare senza me. “Ciao, Efisio, come stai? Io stavo…” mi disse. Senza lasciare che finisse la frase lo colpii fortissimo con un calcio sugli stinchi. Matteo cadde a terra e iniziò a urlare: “Cosa ti ho fatto? Ma perchè? Aspetta che mi rimetto in piedi e vedrai”, ma io ero già in sella all’asino che aveva ripreso il cammino come se niente fosse. Sentivo le sue urla mentre ci allontanavamo, ma Matteo non si rialzò subito, gli avevo fatto troppo male. “Questo è per il calcio che hai dato a Nicola, e stai attento a non incontrarmi perché ce n’è ancora”. Arrivato a casa mi sentivo triste, ma non ero pentito. Lo avrei rifatto ancora e ancora, se lo avessi trovato di nuovo. Il maestro, invece, non lo vidi mai più. Forse è stato un bene, perché se avevo dato un calcio al compagno solo perché aveva eseguito l’ordine non so cosa avrei fatto al maestro che mi aveva portato a lasciare la scuola. Perché io, davvero, il pastore non volevo farlo.

(illustrazione di PsycoLaurina)

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