Il rischio di una saldatura tra il “partito delle bombe” e i professionisti dell’odio

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L’attentato che ha devastato la sede del Partito democratico a Dorgali rappresenta un allarmante salto di qualità nella più che ventennale sequela di atti di violenza perpetrati a carico degli amministratori locali. Per la prima volta si è assistito ad un’azione criminale nei confronti di un partito politico, il Pd, profondamente radicato in una realtà economica e culturale tra le più dinamiche. Un partito che ha espresso sindaci e amministratori comunali che di quella comunità hanno saputo interpretare le aspirazioni e le speranze, assecondare la vocazione agro pastorale e turistica, la laboriosità e la determinazione dei suoi cittadini.

Un episodio frutto di quel clima di odio e di violenza che caratterizza il nostro tempo. Odio, violenza, rancore, intolleranza, paura, indotti artificialmente da chi ogni giorno fa appello agli istinti peggiori delle persone. Da chi alimenta la paura irrazionale ed immotivata. La paura del diverso da noi, per colore della pelle, per credo religioso, per preferenze sessuali, per cultura ed appartenenza politica. Da chi, quotidianamente, deve inventarsi un nuovo nemico da abbattere, un nuovo mostro da gettare in pasto ad una opinione pubblica assetata di vendetta.

Un atto di violenza politica che pare prefigurare un mix micidiale tra la politica dell’odio di oggi e un fenomeno ben noto e studiato: quello degli attentati contro gli amministratori locali delle zone interne. L’attentato alla sede del Pd ha fatto seguito agli attentati compiuti negli stessi giorni ai sindaci di Cardedu e di Girasole, all’intimidazione contro il vice sindaco di San Teodoro. Un crescendo di azioni criminali che ha portato a ben 11 gli attentati contro gli amministratori locali in questo scorcio di 2019, che vanno ad aggiungersi ai 52 perpetrati nel 2018.

In questi anni il “partito delle bombe” è stato una presenza continua, un vero e proprio soggetto politico: sindaci costretti a dimettersi, intere giunte comunali indotte ad abdicare alle loro prerogative costituzionali, condizionate dalla intimidazione e dalla violenza. Dietro questi atti sconsiderati si nasconde, spesso, il tentativo di sostituire al potere locale democraticamente eletto, un potere fondato sulla prevaricazione e la violenza, di scoraggiare la partecipazione dei cittadini onesti alla vita politica, al governo della cosa pubblica.

Gli attentati della fase più recente colpiscono specie quei partiti politici che non si rassegnano alla pericolosa deriva sovranista, populista, xenofoba e razzista, che sembra travolgere il Paese. Colpiscono i sindaci, gli amministratori comunali, nella loro veste di rappresentanti di uno Stato che si nasconde dietro la loro faccia incolpevole. Sindaci lasciati soli a fronteggiare una crisi economica ed occupazionale drammatica.

Uno Stato e una Regione che si ritirano dai paesi dell’interno, quelli più poveri, cancellando la presenza delle forze dell’ordine, degli uffici postali, della scuola, dei servizi sanitari. Alimentando un processo di spopolamento che sta portando ad una desertificazione economica, sociale ed occupazionale, ad un genocidio culturale ed antropologico di vaste aree della Sardegna.

Sul finire degli anni ’80 del secolo scorso, il Consiglio regionale, stanco della latitanza dello Stato, decise di istituire una Commissione Speciale di indagine sui fenomeni di criminalità. Nel periodo che va dal 1 gennaio 1987 al 31 dicembre 1988 si contarono ben 74 attentati contro pubblici amministratori. L’Assemblea regionale scelse di uscire dalle stanze ovattate di via Roma e di andare nelle aree dell’interno, nei paesi del malessere, dove più brutale e violento era il fenomeno criminale, dove i sindaci, lasciati anche allora soli ed indifesi, combattevano ogni giorno contro il partito delle bombe, contro la sopraffazione.

La Commissione incontrò le amministrazioni comunali, le forze politiche e sociali, gli intellettuali, gli uomini delle istituzioni, semplici cittadini, attivando un confronto che coinvolse la parte più attenta della società sarda. Le conclusioni di quella straordinaria stagione di impegno politico e culturale furono raccolte in un ponderoso volume, finemente rilegato, e distribuito in centinaia di copie. Quelle conclusioni anticipavano l’evoluzione del fenomeno criminale in Sardegna e individuavano alcune scelte che, se sollecitamente attuate, avrebbero potuto invertire i processi con cui ancora oggi ci misuriamo. Peccato che quel volume sia stato dimenticato, intonso e polveroso, in qualche cassetto.

I governi, le giunte e i consigli regionali che si sono succeduti hanno lasciato cadere quelle indicazioni. Oggi la politica, le istituzioni, la cultura, non possono commettere lo stesso errore, non possono assistere impassibili ed inermi a quanto sta avvenendo. Si rende necessario uno sforzo comune, un sussulto di dignità, un impegno straordinario, per ribaltare quel piano inclinato su cui, inesorabilmente, sembra scivolare la Sardegna.

Massimo Dadea

 

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