Il teatro di Meana

di Maurizio Pretta. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Il teatro di Meana

Ci sono storie che una volta venivano raccontate davanti al camino nelle sere d’inverno, o al piacevole fresco delle notti d’estate. Storie di banditi leggendari e sanguinose bardane, che suggestionavano i più piccoli e talvolta toglievano il sonno anche ai grandi.

In una serata d’aprile inoltrato di qualche anno fa, una di quelle storie verrà raccontata in un teatro, situato nello stesso identico punto in cui oltre cento anni prima si trovava la caserma dei carabinieri a cavallo, che era stata sfondo di un fatto di cronaca divenuto leggenda col passare del tempo.

Nella notte fra il 23 e il 24 aprile del 1897, una masnada di oltre settanta banditi mascherati e armati fino ai denti circondò e mise a ferro e fuoco il paese per rapinare un vecchio e facoltosissimo prete nella sua bella casa. In tale occasione, parte dei malfattori assaltò anche la caserma, per impedire ai gendarmi di uscire in soccorso dell’abitazione assediata.

Dunque, nello stesso luogo dove si svolse – scandito dal sangue, dal fuoco e dal piombo – quel fatto così lontano avrà una seconda vita, riecheggiando attraverso il tempo dall’alto di un palcoscenico.

Eppure, se le mura di questo teatro avessero il dono della parola, ascoltereste anche un’altra storia. Una di quelle incredibili, che sorprendono per la loro eccentricità, capaci di lasciare increduli, quando escono dall’ombra dello scenario anomalo in cui sono annidate. La sua, storia. Quella del teatro.

270 posti appena. Tutti in sedie basculanti, vecchie di almeno settant’anni e acquistate per poche lire da un vecchio cinema romano, che cigolano al minimo movimento dello spettatore.

A dire il vero a Meana, poco meno di duemila anime, nel lembo di Barbagia disteso fra Sarcidano e Mandrolisai, nessuno lo ha mai chiamato teatro. Per tutti, è sempre stato più semplicemente “il salone”. Lo tirarono su alla fine degli anni Sessanta per volontà del parroco, con l’aiuto e i denari della popolazione, emigrati compresi. Si, proprio lui, un altro dei preti di questa storia. Uno dinamico e intraprendente, che oltre a predicare instancabilmente le gioie eterne del Paradiso e minacciare le terribili pene dell’Inferno, con particolare riguardo per i tesserati del Partito Comunista, fumava come un turco e amava la caccia, la fotografia, i pappagallini, la campagna, il buon vino.

Questo salone, fastoso e decadente allo stesso tempo, ha ospitato veramente di tutto. Messe, recite di Natale, sfilate di moda, convegni, presentazioni di libri e documentari, concerti rock, commedie dialettali, saggi di pianoforte, festival internazionali di musica barocca, gare poetiche, raduni dell’Azione Cattolica, musical, reading, assemblee, manifestazioni canore per bambini e ragazzi, feste e cinema. Tantissimo cinema. Soprattutto cinema, da quando – nel 1991 – un giovane appassionato, che con il suo entusiasmo era riuscito a coinvolgere tante altre persone, diede vita a un’associazione destinata a rivoluzionare la vita culturale di questo piccolo paese alle falde del Gennargentu.

Mettetevi comodi. Concentratevi. Guardatelo bene, quel palco col proscenio incorniciato di porpora. Non notate, come si muovono eteree e sovrapposte le vaganti ombre di attrici e attori, vivi e defunti, che hanno fatto la storia del teatro, del cinema e della televisione?

La vedete quella signora, così austera e diritta? È Paola Borboni, vera forza della natura, che su quel palco ha festeggiato i suoi 91 anni. Con lei ci sono Duilio del Prete, il mitico Necchi di Amici Miei, e Mario Marenco, lo spassoso protagonista di Alto Gradimento e Indietro Tutta.

Ed ecco Tullio Solenghi, appena più vivido, col suo monologo sull’ultima radio. E ancora, il campione del mondo Andrea Zorzi, detto “il pallavolista volante”, e Anna Mazzamauro. Chi non ricorda la signorina Silvani di fantozziana memoria?

Prestate attenzione, ora. Ascoltate. La Banda Osiris sta eseguendo a modo suo un’arguta versione delle Quattro Stagioni di Vivaldi. Che meraviglia. E che ne dite di Giorgio Conte, fratello minore di Paolo, che con Bruno Gambarotta ha portato nel cuore della provincia sarda le sue storie di provincia astigiana? E se sentite la musica degli U2, è perché c’è anche un giovanissimo Enrico Lo Verso, che con i suoi compagni sogna di essere come Bono Vox e soci. Come appaiono giovani anche i figli d’arte, quando erano sostanzialmente figli, ancora: Gianmarco Tognazzi e Alessandro Gassman. Giovani e senza donne.

Più in fondo, si scorge anche Francesco Montanari, il Libanese della serie di culto Romanzo Criminale. Chissà se sa che Sertoretti, meglio noto come Er Bufalo, ha radici proprio qui a Meana, il paese di sua nonna, con la quale a Cagliari da bambino guardava ammirato il Pinocchio di Comencini.

Guardate che bello stuolo di signore televisive. Ma quella, non è Sabrina Impacciatore? Sì, è proprio lei, la ragazzina che vedevate sculettare a Non è la Rai, ma anche una delle poche a parlare, contemporaneamente. E quell’altra? È Cloris Brosca, la zingara della luna nera che dispensava buona sorte e guai in prima serata, alla tv pubblica. E ancora, Isabel Russinova, Paola Pitagora, Paola Quattrini. Chissà se Lucrezia Lante della Rovere avrà sorriso, dopo avere saputo che sarebbe venuta a Meana?

E, più al centro di tutte, Franca Valeri, che tenendo fede alla sua fama di “signorina snob” ha attenzioni soltanto per il suo piccolo cane.

Quell’uomo dai troppi capelli bianchi è Beppe Servegnini, che racconta spesso di essere orgoglioso di aver portato a Meana il suo libro La vita è un viaggio, trovando acquavite e mirto in camerino, proprio mentre cercava di correggere con l’iPhone l’articolo da mandare al New York Times, qualche minuto prima di andare in scena e mentre fuori infuriava la bufera.

E tutti gli altri chi sono? Non si contano più. C’è Rocco Barbaro, che se ne fotte; Andy Luotto ancora in preda ai fumi di una monumentale sbronza; Corrado Nuzzo e Maria di Biase; Gianfranco D’Angelo nelle vesti di padre della sposa Brigitta Boccoli; Cochi Ponzoni senza Renato Pozzetto; Paolo Hendel senza CarCarlo Pravettoni; Simone Zanchini, Sebastiano Lo Monaco, Giuseppe Cederna, Ivano Marescotti e tanti, tantissimi altri ancora.

No, non affannatevi a cercarlo. Gigi Proietti non c’è. È rimasto soltanto un sogno, a lungo covato e mai realizzato per colpa delle ridotte capacità di questo piccolo spazio. Ma quanto sarebbe stato bello sentirgli pronunciare quell’epica frase: “Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso”.

Là sopra dite? Beh, i piani alti potrebbero raccontarvi un’altra storia. Per esempio, che ospitavano i laboratori dove più di venti ragazze confezionavano le maglie del Grande Cagliari di Gigi Riva, della Lazio scudettata di Giorgione Chinaglia, Frustalupi e D’Amico o del Toro dei vari Sala, Pecci, Graziani, Pulici e Zaccarelli. Incredibile, vero?

Quante storie, veramente, potrebbe raccontare questo stabile.

Il sole tramonta sul mare di Oristano, incendiandolo, e la sala si affolla rapidamente. Il pubblico osserva, sussurra e prende posto fra le poltroncine. Si spengono le luci, ogni bisbiglio tace e nella sala immersa nel buio regna il più religioso silenzio. Si apre il sipario, il suono di un’armonica e una voce narrante scaturite dall’oscurità portano la suggestione al massimo. Chi è sul palco comincia a raccontare di quando, in quella stessa data e in quello stesso luogo dove al posto del teatro sorgeva la caserma, si consumava il più grave fatto di sangue che la storia locale ricordi.

Siamo tornati a quella serata d’Aprile. E questo eterno ritorno non poteva che avvenire a teatro. Perché, si chiederanno alcuni? Solamente per quel disperato sforzo dell’uomo – come diceva Eduardo – di dare senso alla vita. Anche a quella passata.

Maurizio Pretta, classe 1977, viene da Meana Sardo. Cagliaritano d’adozione è conosciuto come Palitrottu. Dj sui generis, si occupa di musica, teatro ed eventi culturali. Scrive per Nemesis Magazine e Lacanas, è autore di saggi ( Menzione speciale al Premio Gramsci 2012) racconti (secondo classificato al Festival dell’Altrove di Guasila nel 2017) e testi per il teatro. Ricercatore storico e cacciatore di storie, ha pubblicato per la Buio Edizioni il libro In Hoc signo vinces, cronache e memorie della Festa di San Costantino a Sedilo.

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