Il vento di Ulassai

    di Ilaria Demurtas. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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    Ulassai (immagine da Vistanet.it)

    I miei viaggi verso Ulassai sono iniziati quando ero ancora una bambina.
    Io e la mia famiglia vivevamo a Cagliari e ogni estate partivamo alla volta di Jerzu, Ulassai e della casa di campagna dei miei bisnonni, Ninara.

    Non era certo così semplice e immediato viaggiare per Ulassai negli anni ’90. Curve continue nella famosa Campuomu e ancora curve per arrivare al bivio di Genn’e Cresia dove si decideva se continuare sulla SS.125 in direzione Ninara, oppure andare verso Ulassai.

    Noi decidevamo di andare a rifocillarci in campagna, che per la gioia di noi bambini significava ascoltare finalmente le rane gracidare, trovare le capanne da indiani costruite da mio nonno, correre con il go-kart giù per la discesa che portava alla piccola casa, tra la preoccupazione di mia mamma e i cori di incitamento di nonno.

    Ma per me i momenti migliori erano altri.

    La notte, che svelava grappoli di stelle da spalancare gli occhi e portarci via il sonno per l’incanto mentre mio nonno raccontava sempre qualcosa e spesso recitava le sue poesie d’infanzia e stralci di copioni teatrali; spesso non facciamo caso al tesoro prezioso che sono i racconti degli altri, pensiamo di poter ascoltare una storia in eterno mentre invece la vita scorre più veloce delle nostre percezioni e alla fine ci ritroviamo con un pugno di terra in mano.

    Amavo leggere nella camera dei miei nonni negli interminabili dopo pranzo estivi, ascoltare la danza delle foglie di pioppo fuori dalla finestra e attendere l’altro grande momento, quando si scendeva al fiume per raccogliere le canne, cercare le more, i girini, giocare.
    E, dai dodici anni circa, nutrire la profonda certezza che prima o poi, lì al fiume, avrei incontrato un meraviglioso ragazzo dagli occhi verdi che mi avrebbe subito amata e amata per tutta la vita.

    Ma le cose realmente accadute al fiume sono diverse: per esempio, rischiare lo shock anafilattico per me e mia sorella perché io avevo calpestato un vespaio e l’infarto per la nostra famiglia che per le urla pensava ci stessero scannando.
    Ci salvarono mio zio e mio nonno, che saliva e scendeva dalla collina in un attimo come una capretta bianca, una di quelle che vivono nella sua amata Ulassai.

    L’unico vero ulassese era proprio lui, mio nonno.
    Classe 1932, figlio di Massimina e Luigi, casalinga e fabbro che avevano acquistato una casa in Corso Vittorio Emanuele II, la via centrale del paese, mio nonno aveva studiato nella scuola elementare di Ulassai fino alla quinta classe.

    Era cresciuto fra quelle montagne come una capretta silenziosa, studiandone ogni palmo, ascoltando ogni pietra del suo paese, riconoscendo a occhi chiusi o nel buio più nero la strada per tornare a casa.
    A Ulassai aveva iniziato a lavorare nell’azienda di autotrasporti sua e dei fratelli e ciò di cui era più fiero erano le sue amate Isotta Fraschini e la mitica Balilla “tre marce” con cui scarrozzava, giovanissimo, il dottor Josto Miglior, medico condotto jerzese. Nei suoi racconti non poteva mai mancare la Balilla e ne andava così fiero da custodire nel portafogli una foto che lo ritraeva appoggiato a lei. Non appena poteva raccontava delle sue rocambolesche avventure con la Balilla. Quando, ad esempio, avevano accompagnato una partoriente in uno degli ospedali più vicini e anche allora la Balilla non si era smentita nelle sue lodevoli e inimitabili prestazioni.

    Mio nonno tra le sue montagne aveva conosciuto anche l’amore della sua vita, mia nonna Elvira. Lei era bellissima, diceva sempre, e timidissima: «Aici bregungiosa, ma aici bregungiosa, chi non boliat mancu ponniri in terra su botu de su lati chi iat portau cun issa candu nos si seus postius de acordiu po nos si atopai po si donai su nostu primu basidu.(Così timida, ma così timida, che non voleva appoggiare neanche il secchio del latte che aveva portato con sé quando ci eravamo dati un appuntamento per darci il nostro primo bacio)».

    Mia nonna era jerzese ma amava Ulassai quanto mio nonno. Trasferitisi a Cagliari dopo il matrimonio, giovani e con tre figli, trascorrevano le vacanze estive a Ulassai, dove nessuno della famiglia di nonno era rimasto dopo l’assassinio di Tito, il fratello appena ventiseienne all’epoca del fatto. Un delitto passionale atroce ed insensato, riguardo il quale mia bisnonna vietò severamente la disamistade.

    Nonna Elvira giovane raccoglieva attorno a sé i figli e tanti bambini ulassesi.
    Nonna li portava in gita a Tisiddu, uno dei tacchi di Ulassai. Senza altri adulti, senza attrezzatura, senza nulla.

    Anni fa ho ritrovato tre sorelle ulassesi per le quali quelle scampagnate sono rimaste uno dei ricordi più belli dell’infanzia. Mia nonna fino a quando ce l’ha fatta ha sempre conservato l’abitudine di andare a passeggiare per Ulassai con mio nonno e parlare, ridere senza freni con tutti nelle fresche sere d’estate.

    Io dicevo sempre a mio padre che non avrei mai potuto guidare in quei tornanti per arrivare a Ulassai, che mi ci avrebbe sempre dovuta portare lui per tutta la sua vita.
    Invece, appena ho preso la patente, ho iniziato ad andare ovunque con la Twingo viola di mia mamma, sola e in compagnia, a ritrovare tutti i luoghi dove mio nonno ci aveva portato, di cui ci aveva parlato.

    Le grotte di Su Marmuri, dove mio padre andò per la prima volta senza guida e con le lampade a carburo insieme ai cugini di mio nonno, l’eco di Marosini, la piazza di Barigau, il bosco e la chiesa campestre di Santa Barbara, luogo fuori dal tempo e immerso nei tacchi nel quale, se mai accadrà, vorrei sposarmi.
    La chiesa di Sant’ Antioco martire sulla cui sommità nonno pose la croce che ancora sta lì; il lavatoio di Maria Lai e Nivola. Maria Lai ha saputo trasformare in arte l’ansia d’infinito e le voci, gli sguardi, le gioie e i tormenti di questo paese sospeso sul trascorrere del tempo. Se d’inverno in una giornata nebbiosa ti rechi al cimitero di Ulassai e ti affacci dalla terrazza antistante l’ingresso, ti rendi conto di come ci si senta fuori dal tempo, sui grossi e sparsi banchi di nebbia che abbracciano i tacchi.

    La sua strada principale, il panificio dove vendono il pane di patate più buono del mondo, la Stazione dell’arte sono ancora luoghi della mia vita.
    Alla stazione dell’arte ho capito ancora di più che avrei amato questi luoghi in eterno.
    Guardando dalla terrazza che si affaccia sulla valle del Pardu e lontano fino al mare azzurro di Cardedu, con quella montagna che ha la forma di un vulcano sulla sinistra, ho sentito che ogni volta l’emozione di andare lì sarebbe stata come la prima.

    Ma il posto che amo di più di Ulassai è quel piccolo pezzo di strada dritta racchiusa tra due piccoli tornanti che si ritrova prima di arrivare a La scarpata di Maria Lai. Apparentemente è solo una strada asfaltata con del verde e qualche panchina attorno. Per me è il posto più puro al mondo per l’aria fresca e pulita che si respira, perché circondato dai tacchi, perché profuma ovunque di menta selvatica che mi mette allegria e voglia d’estate.
    Perché ci trovo le caprette e mi piace guardarle e perché incontro sempre qualcuno che mi chiede: «De is calis ses??? Ahhhhhhhh! Is Malifattusu!», e allora giù con i racconti, gli aneddoti e quasi sempre un abbraccio, una lacrima.

    Mi inerpico per quel pezzo di strada e ascolto il vento, lo sento fino al cuore, divento tutt’uno con gli alberi e i colori di Ulassai, mio paese del vento.

    Questi ultimi anni ho iniziato a portare con me anche mio figlio Claudio che spero senta nel tempo così tanta imperfetta bellezza, iniziando con l’amare le caprette, le forme delle foglie, i nostri abbracci stretti in un posto che amo.

    Qui ogni angolo di strada è una storia, a volte dimenticata, un’anima differente dalle altre.
    Dove la bellezza è dislivello, macchia, incongruenza, sorpresa.

    Ilaria Demurtas

    Nasce a Cagliari il 25 marzo del 1987 senza sapere ancora che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta ma con un amore precoce per la lettura e soprattutto per la poesia. Scrive poesie da quando è bambina. Ama il teatro, la danza contemporanea, la fotografia e l’Ogliastra. Sta per conseguire la laurea magistrale in filologie moderne.

     

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