Il WPP 2018 a Gavoi: Il fotogiornalismo fra etica ed estetica

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WPP-2018-Gavoi-Ronaldo-Schemidt-Agence-France-Presse

Mancano solo tre giorni alla chiusura della mostra fotografica del World Press Photo Award, il concorso mondiale di foto giornalismo più importante del settore, che quest’anno fa tappa a Gavoi. Per chi non l’avesse ancora vista è una mostra imperdibile, per chi, come me, l’ha già visitata è l’occasione per una riflessione su un contest che non manca di suscitare discussioni e polemiche.

WPP-2018-WPP-1973-Nick-UtIn un sistema dell’informazione che cambia, che ridefinisce il contributo della fotografia di “reportage” e ripensa anche il ruolo del fotoreporter nella filiera della notizia, il WPP ha sempre avuto il merito di portare al centro della scena la fotografia che racconta i grandi temi mondiali, premiando immagini di grande spessore giornalistico. Una per tutte la bambina vietnamita in fuga, ustionata dal napalm americano, fotografata nel 1972 da Nick Ut, che con quella foto vinse anche il Pulitzer Prize.

Ma in alcune occasioni, soprattutto recenti, il WPP ha premiato un’estetica del reportage un po’ troppo indirizzata verso un’esagerata perfezione formale, premiando composizioni pittoriche che hanno fatalmente influenzato anche l’etica del fotografo, sempre più teso alla ricerca della “bellezza” dello scatto, a volte a scapito della profondità e della spontaneità della riflessione. Appariva, in qualche immagine premiata, l’idea di un racconto messo in posa e costruito con gli strumenti dello “Storytelling”, una tecnica che in tanti cercano di sdoganare come ordinario metodo di cronaca degli avvenimenti.

Per essere chiari precisiamo il concetto di Storytelling e per farlo prendo in prestito la definizione di colui che ritengo il più acuto e colto critico fotografico italiano: Michele Smargiassi. «Storytelling – scrive sul suo blog Fotocrazia – non è semplicemente l’arte di saper raccontare bene una storia. Storytelling è una tecnica specificamente e scientificamente studiata per forgiare, servendosi di una storia, cioè mettendo a frutto le regole formali e le suggestioni emotive dello stile narrativo, un efficace strumento di comunicazione di contenuti non narrativi. In genere, contenuti ideologici.

Nel bene e nel male». Usato sapientemente lo storytelling può diventare una pericolosa «macchina per formattare lo spirito», come lo ha definito uno degli studiosi del fenomeno, Christian Salmon.

WPP-2018-Gavoi-WPP-2016-Warren-RichardsonSpesso il WPP ha dato l’impressione di indulgere su immagini che si muovevano su questo crinale ambiguo e incerto, da qui le molte critiche incassate in più di un’edizione.Ma ha saputo anche riprendere la rotta verso immagini in grado di coniugare l’etica e l’estetica del fotogiornalismo in maniera più equilibrata.

Forse il fondo si è toccato nel 2011 con una sorta di pietà di Michelangelo fotografica e anche il 2013 ha riproposto, con la foto vincitrice, un’estetica da Photoshop incongrua, rispetto a una fotografia che dovrebbe essere racconto spontaneo, asciutto e vissuto, come quella del 2016: un bianco e nero di Warren Richardson per una fotografia che si intitola “Speranza di una nuova vita”.

La foto, scattata nell’agosto del 2015 a Röszke in Ungheria, mostra un uomo che fa passare un neonato attraverso una recinzione al confine serbo-ungherese, durante la cosiddetta crisi dei migranti e dei rifugiati. Richardson, come altri fotografi e giornalisti, è stato picchiato dalla polizia di confine.

WPP-2018-Gavoi-WPP-2011-Samuel-ArandaMa la tentazione di allargare il perimetro della deontologia, sdoganando immagini dove la messa in scena e la post-produzione piegano il racconto alle esigenze di un più accattivante e smerciabile Storytelling, è sempre presente nel WPP che ha istituito, dall’ottobre del 2017, un nuovo concorso fotografico, il The World Press Photo Digital Storytelling Contest: premierà «le modalità più immaginative possibili per raccontare storie».

Almeno sarà, si spera, un elemento di chiarezza e di discriminazione fra due generi che fanno fatica a convivere e sono, se confusi, un potenziale e pericoloso strumento di disinformazione.

Quest’anno, per la prima volta, l’esposizione del WPP sbarca in Sardegna, a Gavoi, dove potrà essere visitata negli spazi comunali della ExCaserma. L’importante evento culturale è stato organizzato da Jannas (cliccare qui per approfondire) con il patrocinio del Comune di Gavoi e il sostegno della Fondazione di Sardegna, della Camera di Commercio di Nuoro e del Consorzio Bim Taloro. Dopo Gavoi la rassegna andrà a Parigi e poi a Washington.

In mostra c’è, naturalmente, la foto vincitrice dell’edizione 2018 che apre questo pezzo. È stata scattata dal fotografo venezuelano Ronaldo Schemidt, che lavora per Agence France-Presse. La fotografia è stata presa durante una manifestazione di protesta contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, avvenuta a Caracas nel maggio 2017.

Quel ragazzo che brucia diventa simbolo della Crisi in Venezuela, nome che Schemidt ha dato all’immagine e, come sostiene la giuria, «L’uomo sembra rappresentare non solo se stesso, che prende fuoco, ma in un certo senso dà l’idea che sia il Venezuela a bruciare».

Fra le 143 fotografie, che hanno illustrato le storie e gli avvenimenti più significativi del 2017, sono compresi anche i progetti vincitori del World Press Photo Digital Storytelling Contest.
Bisogna dire che, in qualche occasione, si ha l’impressione che il confine fra i due contests sia ancora labile, molto dipendente dall’autodichiarazione di autenticità formulata dal fotografo.
Ma questa è una storia vecchia come la fotografia.

La mostra di Gavoi, oltre a mostrarci il meglio del fotogiornalismo mondiale, testimonia come, in tempi difficili per tutta l’informazione, la fotografia di “reportage” abbia ancora uno spazio imprescindibile nella catena delle notizie, a patto che il fotografo non cerchi facili scorciatoie e non dimentichi le regole fondamentali del giornalismo onesto. Questa è la condizione necessaria per raccontare storie vere e non storielle (più o meno) verosimili.

Enrico Pinna

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