In Sardegna un migliaio di migranti sulla strada. Ecco il “decreto sicurezza”

Le nuove norme volute da Matteo Salvini cancellano la protezione umanitaria, indeboliscono l'integrazione e rafforzano le detenzioni amministrative.

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Un migliaio di stranieri rischiano di finire per strada senza documenti, senza lavoro, senza la possibilità di studiare: è la previsione di ciò che potrebbe accadere in Sardegna come conseguenza della nuova legge su sicurezza e immigrazione appena approvata dal Parlamento italiano. Sono esattamente 901 le persone straniere che nell’Isola nel 2017 hanno ottenuto una protezione per motivi umanitari: le nuove norme cancellano la protezione umanitaria e prevedono solo l’asilo politico e la protezione sussidiaria, e così chi fino a ora aveva diritto a stare in Italia per gravi problemi nei paesi di origine verrà respinto. Dove andranno queste persone, molte delle quali non possono fare ritorno a casa? Staranno per strada o sistemate nei centri per i rimpatri: di certo aumenteranno le situazioni di incertezza, caos e illegalità. E gli effetti del provvedimento iniziano già a manifestarsi anche in Sardegna.

La nuova legge su sicurezza e immigrazione ha un nome e cognome: quella del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che appena insediato al Governo ha spinto sulla riforma del sistema dell’accoglienza. Il decreto-legge è stato approvato in via definitiva al Senato e pochi giorni fa alla Camera (tra i parlamentari sardi hanno dato l’ok tutti i rappresentanti del Movimento 5 Stelle Emanuela Corda, Mara Lapia, Andrea Vallascas, Luciano Cadeddu, Mario Perantoni, Lucia Scanu, Alberto Manca e Pino Cabras per la Camera e Gianni Marilotti, Emiliano Fenu, Ettore Licheri, Elvira Evangelista al Senato, oltre al deputato Guido De Martini e al senatore Christian Solinas per la Lega e al deputato Pietro Pittalis per Forza Italia; contrari quelli del Pd): manca solo la promulgazione del Presidente della Repubblica e poi sarà effettivo. Chi lavora nell’accoglienza dei migranti ha però notato un cambiamento radicale già da mesi: Salvini, appena insediato il Governo, aveva invitato le Commissioni territoriali a limitare la concessione di protezione umanitaria, accordata, secondo lui, con troppa leggerezza. E le Commissioni hanno subito recepito l’invito.

A sottolinearlo è Stefania Russo, presidente della cooperativa Il Sicomoro che da più di 10 anni gestisce centri di accoglienza nel Cagliaritano e non solo: “Alcuni dei ragazzi che ospitiamo nei nostri centri, appena maggiorenni, hanno presentato da poco una richiesta di protezione: su 11 domande solo una è stata accolta, segno evidente che le cose stanno già cambiando”. Un cambiamento che adesso è messo nero su bianco con la nuova legge che cancella definitivamente la protezione umanitaria: i migranti potranno fare richiesta di asilo politico o protezione sussidiaria ma non su quella detta umanitaria. In concreto chi fugge da guerre e persecuzioni personali sarà accolto, mentre chi chiede protezione perché rischia di trovarsi in situazioni di violenza, instabilità politica, carestie o disastri ambientali sarà respinto. Con questo provvedimento dunque diminuirà notevolmente il numero dei migranti nel sistema dell’accoglienza, ma rischia di aumentare quello delle persone che dopo essere arrivate in Italia resteranno senza documenti e senza la possibilità di studiare, lavorare, seguire un percorso di integrazione. Nel 2017 su 3201 richieste di protezione in Sardegna la Commissione ha accordato 901 permessi per motivi umanitari: queste stesse persone oggi riceverebbero un rifiuto.

Il provvedimento ha già suscitato polemiche fortissime su più fronti, non ultimo il dubbio di incostituzionalità della norma. C’è poi l’aspetto umano: la nuova legge sta creando un clima di incertezza per chi lavora nell’accoglienza e per i titolari di protezione che hanno iniziato un iter di formazione o lavoro. “Chi ha già un permesso di soggiorno per motivi umanitari probabilmente non lo vedrà rinnovato – continua ancora Stefania Russo. – Alcune delle persone ospitate nei nostri centri sono seriamente spaventate”.

Non meno grave è la stretta sul sistema Sprar, il sistema per l’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo gestito direttamente dagli amministratori locali: da questo momento i progetti saranno riservati solo a chi ha già lo status di rifugiato e non a chi è in attesa di risposta. Il numero dei progetti avviati nell’ultimo anno in Sardegna (sono 17 riservati a circa 400 persone, distribuiti tra Città Metropolitana di Cagliari, Capoterra, Quartu Sant’Elena, Austis, Uta, Villasimius, Iglesias, San Gavino, Alghero, Porto Torres, Nuoro, Sassari, Santa Teresa Gallura, Tresnuraghes, Unione comuni del Marghine) è destinato a ridursi drasticamente. “Il rischio è quello di cancellare i veri progetti di integrazione dei migranti – conclude Stefania Russo – progetti fatti da piccoli numeri e con un impatto bassissimo sul territorio: di questo passo l’intera rete sarà depotenziata, le strutture si svuoteranno mentre saranno rafforzati i grandi centri per l’accoglienza che da straordinari diventeranno ordinari”.

E a proposito di centri di accoglienza, con la nuova legge aumenteranno i giorni di detenzione nei Cpr, i centri permanenti per il rimpatrio: i migranti che non faranno domanda di protezione potranno essere trattenuto per le operazioni di identificazione e rimpatrio fino a sei mesi (sinora erano 90 giorni). Il provvedimento riguarda direttamente la Sardegna, dato che a breve aprirà il nuovo Cpr di Macomer destinato proprio ai migranti che non intendono chiedere asilo in Italia. Considerato che da gennaio a oggi sono arrivate circa 900 persone che non hanno fatto richiesta di protezione (soprattutto Nordafricani che partono dall’Algeria e sbarcano nel Sulcis), l’impatto di una reclusione così lunga nel centro di Macomer potrebbe essere devastante.

L’allarme arriva direttamente dalla Giunta regionale con le parole di Filippo Spanu, assessore agli Affari generali: “La Regione ha accettato l’idea di aprire un Cpr come centro di detenzione amministrativa in attesa dei rimpatri per chi non ha diritto a stare nel nostro paese, ma con le nuove norme la durata della detenzione raddoppia e non c’è un impegno concreto per i rimpatri. Abbiamo chiesto più volte al Governo di avere chiarimenti ma non abbiamo avuto risposte. Se l’idea è quella di creare nuove galere non possiamo accettarla. Siamo molto preoccupati, quest’anno abbiamo contato oltre mille persone arrivate via mare dall’Algeria, e purtroppo anche due morti e otto dispersi: se mancano accordi per rimpatriare queste persone come possiamo pensare di trattenerle? Non vorremmo trovarci di fronte a situazioni ingestibili e dal Governo c’è un silenzio inquietante. Non sappiamo se questa sia una strategia precisa per arrivare al caos e all’incertezza, da parte nostra continuiamo ad avere fiducia nei rapporti interistituzionali ma adesso è il tempo di avere risposte. Inoltre non accetteremo che chi non ha protezione umanitaria finisca per strada. Il Governo si sta assumendo responsabilità molto gravi sulla sicurezza dei cittadini”.

Francesca Mulas

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