La banda di Siliqua

di Francesco Bachis. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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In Sardegna, Siliqua, la conoscono per due cose: l’acqua minerale e il Castello del Conte Ugolino. Oppure perché c’è molta gente che suona, al mio paese. O almeno così a me sembra, forse perché anche io suono da tanto, la tromba.

Ho iniziato con la banda musicale, che c’è da più di cento anni in paese e non si capisce bene com’è che è nata e perché. Una cosa quasi certa è che la mia famiglia c’è sempre stata di mezzo, in banda.

«Ma dei Bachis di Siliqua, quelli della musica, sei?» «Eya, di quelli, il nipote di zio Betto». O il nipote di zio Erminio, che poi era mio nonno. Suonava clarinetto e sassofono e aveva iniziato anche a dirigerla. Per lungo tempo aveva diretto, da quando era andato via Cardaropoli, fondatore della banda di Cagliari con mio nonno, mio zio e altri compaesani, personaggio mitico evocato dagli anziani come uno spauracchio per noi giovani bandisti e per la nostra passione nel far casino.

Zio Betto, invece, suonava il flicorno contralto, strumento ingiustamente bistrattato e quasi sparito dalle bande. Io lo amo, questo strumento. Lo riscatterò dall’ingiusta sorte e registrerò un disco free jazz bellissimo, lirico da far venire i brividi. Lo faccio e lo pubblico con la più importante casa discografica jazz europea, la ECM. Promesso.

A me avevano dato il sassofono, all’inizio. Ma mi mangiavo le ance, anziché farle vibrare, e non mi usciva un suono manco per sbaglio. Negato. Con la tromba, che la suonava mio bisnonno, andava bene, invece.

Prima di prendere lo strumento, in banda, dovevi fare un bel po’ di teoria. Zio Betto ci dettava le lezioni per imparare i fondamentali. Poi bisognava arrivare fino alla lezione ottanta del Bona, un metodo di fine Ottocento, e a quel punto avevi lo strumento.

La sede stava in una vecchia scuola piena di decine di strumenti dismessi, catorci resi parzialmente fruibili da una pratica di aggiustaggio rude ma efficace. Saldature a stagno sbavate, elastici al posto delle molle esauste per le chiavi dei legni o per i cilindri, fascette di alluminio per tenere assieme i canneggi, gomme da masticare per gli sfiati, pezzi di sughero retti da gommalacca, carta appiccicata ai cuscinetti dei sax, saldata e ingiallita dal tempo. Il gioco casuale dell’ossidazione dipingeva gli strumenti di colori che a me sembravano fantastici: viola, verdini, gialli su fondo verde marcio. Spesso noi, poco più che bambini, questi strumenti li suonavamo per gioco. Era divertente soffiare dentro tubi puzzolenti, rottami del secolo che riprendevano a vibrare con noi. Quell’odore acre di ottone e olio che trovavi aprendo le vecchie custodie, quello è l’odore della banda, per me. Che una cosa del genere l’ha scritta anche Paolo Fresu, quindi sicuramente è vera.

«Alle otto!», diceva zio Betto alla fine di ogni prova, per ricordare l’orario delle prove successive.

Due cose non sopportava, zio. Che si arrivasse in ritardo e che si fumasse in sala prove. Aveva fatto un cartello di legno, color panna, con una scritta nera, retto da un trespolo di tubi metallici pesantissimi. Sul cartello c’era scritto: «In sala prova non si fuma per nessuna ragione».

Quando molti anni dopo ho iniziato a fumare, mi sembrava strano anche a me, farlo in sala prove.

Una volta però mi è successo. Dovevo suonare con Louis Sclavis, un francese molto bravo, uno che ha fatto dischi con ECM, davvero però, non come me, che il disco col flicorno contralto non me lo pubblicheranno mai. Quella volta, quando lui ha iniziato ad accendersi una Gauloises dopo l’altra, con Louis Sclavis ho fumato pure io, in sala prove.

Poi mi son pentito, un po’. Ho pensato che, se ci avesse visto zio Betto, non l’avremmo passata liscia, io e Sclavis. Ci avrebbe indicato il cartello panna con la scritta nera e avrebbe evocato Cardaropoli.

A ripensarci oggi, però, Louis Sclavis poteva anche accendersela la sigaretta, poteva pure tenerla sulla mano destra mentre suonava, come faceva il mio amico Gilberto, sui pistoni del trombone.

Louis Sclavis poteva farlo. Lui non aveva mai sentito nominare Cardaropoli, mai suonato i rottami di un secolo, forse. Chissà, magari non aveva mai esordito in banda, mai studiato dal Bona fino alla lezione ottanta. Forse non aveva neanche mai sentito l’odore acre dell’ottone e dell’olio, nelle vecchie custodie, la puzza della condensa e degli ossidi nei tubi. Ma io questo non lo so, con certezza, perché altro modo non c’è di sapere queste cose che andare e vedere.

Louis Sclavis poteva farlo, lui, di fumare in sala prove. Mi piace pensare che sia così. Che non abbia mai studiato con uno che faceva i cartelli color panna con la scritta nera «Interdiction de fumer dans la salle de répétition, pour quelque raison que ce soit». Non posso fargliene una colpa, oggi, di non aver studiato con zio Betto.

Lui poteva permetterselo di fumare in sala prove. Ma io no, non avrei dovuto farlo.
Io non dovevo fumare perché, come si scrive nei curriculum, sono cresciuto nella banda di Siliqua.

Francesco Bachis

Suona da molto e fa l’antropologo da un po’. Si è occupato di migrazioni, razzismi e minatori. La sua città è Cagliari, il suo paese Siliqua, la sua patria il mondo intero, la sua legge la libertà. E anche l’uguaglianza, però.

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