La bellezza paziente di Sinnai

di Gianni Usai. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Sinnai in una foto di Paolo Pilleri.

Mella, pistolla e scuolla si scrivono con una elle solla. Più o meno così venivano canzonati i sinnaesi per la disinvoltura con cui raddoppiavano le consonanti, molto tempo prima che i rapper del nuovo millennio lo facessero diventare di moda.

A voler essere romantici, lo si potrebbe definire un eccesso di generosità, e finiremmo così per contraddire un altro vecchio adagio che vuole il sinnaese portato alla troppa parsimonia per una presunta discendenza da stirpe ebraica. Il mito narra che gli esuli ebrei, dopo essere stati deportati in Sardegna da Tiberio, vedendo il rassicurante profilo del monte Serpeddì, vi riconobbero una biblica somiglianza col monte Sinai, così i futuri sinnaesi raddoppiarono la enne e videro che era cosa buona e giusta.

Altri ipotizzano che l’origine del toponimo sia da ricondurre alla pratica di marchiare il bestiame e quindi al verbo sinnài, e questo invece spiegherebbe come mai ci sbagliano l’accento ogni volta che per qualche accidente finiamo sul notiziario nazionale.

Ora, io non so se il monte Serpeddì somigli al luogo in cui Mosè ricevette le tavole del Signore, e nessuno può dire se gli antichi pastori davvero si riunissero alle pendici dei monti di Iola per marchiare le greggi, ma non fatico a immaginare cosa possa avere spinto le prime genti a stabilirsi sulla terrazza buona che guarda al Campidano.

Ottone Bacaredda, assiduo frequentatore del paese, ne cantava la salubrità dell’aria, la bellezza delle donne e la vigoria degli uomini con enfasi tutta ottocentesca. Come dargli torto, se è vero che l’identità di una comunità è lo specchio dell’ambiente in cui vive. Sinnai nasce con lo sguardo rivolto alla pianura, prospera attingendo al monte e si pavoneggia del proprio innato splendore specchiandosi nel mare.

Sinnai è il paese dei pregiati cestini in fieno, del buon pane, della fregula tostata, dell’abito della festa che suscita ammirazione perché la sua ricchezza un tempo testimoniava del prestigio di una comunità più di quanto potesse l’imponenza del campanile. Sinnai è il paese delle due parrocchie e dei molti santi, perché i santi li reclama il cielo ma si legano alla terra, e quando la terra è tanta da perdersi oltre la portata dello sguardo, non da meno sono le invocazioni.

Sinnai è l’alba che sgretola la notte scavalcando le cime dei Sette Fratelli, il mezzogiorno a picco sulla spiaggia dorata di Solanas, ed è godersi il tramonto dalla vetta di Bruncu Mogumu dopo una passeggiata in pineta, tra ruderi millenari e ruderi moderni – l’incuria è la stessa – a sorvegliare la notte che si stende lenta sulla pianura e a poco a poco si accende di costellazioni artificiali.

La mia Sinnai è la nostalgia per un campo da calcio scavato nell’arenaria che era La fossa dei leoni per chi veniva da fuori, ma per noi era il luogo di un’improbabile e goliardica anima collettiva; è il ricordo malinconico della gente in piazza il sabato sera e la domenica mattina, e pazienza se le panchine erano logore e dovevi stare attento a dove mettevi i piedi per non inciampare nelle radici dei Ficus che squarciavano il lastricato.

Poi i Ficus sono stati estirpati, la piazza l’hanno rimessa a nuovo, pure ispirandosi all’opera di Maria Lai, ignorando però che il genio dell’artista per definizione se ne infischia del senso pratico. E poco male se ancora ti tocca guardare dove metti i piedi, tanto la gente dalla piazza se n’è andata da tempo, ché i ragazzi e le ragazze di oggi preferiscono socializzare davanti ai distributori automatici. Anche loro sono Sinnai.

Sinnai è l’anziano pastore con la passione per la bicicletta e per la poesia che passeggia per le vie del centro appoggiandosi al suo bastone di ginepro; è mio padre, arrivato cinquant’anni fa dalla Baronia e mai più ripartito.

E perché no, Sinnai è i miei nuovi vicini, giunti fin qui perché in città una casa non te la puoi permettere, che se ne vanno la mattina alle sette e trenta e tornano che è già sera, e forse non lo sanno che nel 1809 il re e la regina hanno soggiornato proprio qui, e più di una volta; che qui è nata la Brigata Sassari, e non ce ne vogliano i tempiesi che dividono l’onore con noi.

Di certo i miei vicini non sanno che in una strana mattina del ‘56 una meteorite di quasi due chili ha sfondato il tetto di una baracca ed è sprofondata nel pavimento per qualche decina di centimetri. Presto qualcuno racconterà loro dell’aereo precipitato nel ‘53 a pochi passi dal paese, e a seconda di chi sarà il narratore, la storia si arricchirà di questo o di quel dettaglio torbido, ma i conti non torneranno mai e l’impressione di chi ascolta sarà sempre di essere stato coglionato.

Puoi dirti sinnaese se quando ti offrono unu pistoccu, scuoti la testa perché ti accorgi subito se è stato fatto altrove? Forse no. Ma dagli tempo, che Sinnai è paziente e un giorno, quando ti chiederanno dove vivi, ti verrà da rispondere: “Lì, dove guardiamo verso la cima del monte per capire quanto ancora resisterà l’estate e il giorno sembra durare più a lungo”.

 

Gianni Usai (1974) vive e lavora a Sinnai, suo paese natale. Suoi racconti sono apparsi su riviste e raccolte, nel 2019 ha vinto il premio Gramsci per romanzi inediti. Nel 2020, la casa editrice Il Maestrale ha pubblicato il suo romanzo La sesta nota.

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